Un’altra storia di giornalismo. La foto del bambino che fa finta di scuotere il mondo

cormorano kuwait In 140 caratteri: «la fotografia (e il giornalismo televisivo alla CNN) hanno sempre cambiato il nostro modo di immaginarci il mondo»
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Se ne legge dappertutto, come se fosse un tema nuovo. C’è chi fa la morale (carità pelosa, si chiama dalle mie parti), chi dice che è tutto clickbait (ovvero morbosità per procurare accessi), chi scrive post e articoli cercando di spiegare perché è necessario (o perché non lo è) pubblicare la foto del bambino morto sulla spiaggia.
C’è pure chi dice che non è necessario e mette la foto del bimbo a corredo (Repubblica).

Il succo è: con quella foto l’Europa prende consapevolezza di un dramma. Oppure: non doveva essere mostrata, alla faccia del diritto di cronaca.

Un breve riepilogo
Se vuoi una breve rassegna, Internazionale raccoglie -in italiano- le opinioni dei principali quotidiani (La foto del bambino siriano divide la stampa internazionale), Il Post raccoglie l’opinione di Mario Calabresi e la commenta (Il bambino morto in prima pagina) e Massimo la tira giù dura. E, dice, «La foto del bambino sulla spiaggia è una dose da cavallo. Come tutti i poveri tossici nemmeno ce ne siamo accorti».
Il titolo è: La foto del bambino sulla spiaggia

Tema antico
Sebbene facciamo finta che sia un tema nuovo, la fotografia (e dal 1991 il giornalismo televisivo alla CNN) hanno sempre cambiato il nostro modo di immaginarci il mondo. Pensiamo alla prima foto della terra scattata dallo spazio, che ha ribaltato la nostra percezione. O, per stare sulla cronaca, dalla foto del miliziano morto di Capa al cormorano ricoperto di petrolio che è diventato l’icona della guerra del golfo (un falso, non c’erano cormorani in quella zona in quel periodo).
Fino alle decapitazioni dell’ISIS dei nostri giorni.

Io personalmente non so se mostrare le immagini del dolore ci vaccini, rendendoci abituati e quindi insensibili. O se si crei consapevolezza. Non so giudicare nel merito.

La bambina e l’avvoltoio
Posso solo ricordare una storia, quella di una foto di un vecchio Pulitzer. E di un autore della foto che poi si è suicidato. La raccontai tanti anni fa (linkando la foto, senza pubblicarla), ma la riporto qui. Poi fatti un’idea, perché la storia di Kevin Cartner è una storia umana. Ricopio un brano, che era un commento all’ennesima discussione simile a quella di questi giorni.

«A me, leggendo, tornava in mente la vicenda di Kevin Carter, che ottenne il Pulitzer per questa immagine. L’avvoltoio in attesa che la bambina morisse, e il fotografo che aspetta il momento giusto per lo scatto, senza intervenire, sono state motivo di un acceso dibattito che poi portò Carter al suicidio. La storia di Carter e del suicidio non sono del tutto chiare, ma di sicuro quella foto, terribile e cruda, servì a portare all’attenzione del mondo (più di mille discorsi) la questione del Sudan.

Non credo esistano principi generali, dietro c’è sempre una scelta etica di chi scatta e di chi, poi, pubblica. Ma a me pare che documentare la crudezza faccia parte del mestiere vero del reporter di guerra. E, se hai voglia di rifletterci anche emotivamente, ti consiglio un romanzo costruito su questo tema».
Se ritieni di voler leggere tutto: La bambina e l’avvoltoio.

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