Anna Maria Salvati. Cagne
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L’albero era all’inizio della sassaiola come si ricordava. Era un faggio e sotto poco più in là c’era il segnale giallo. Le facevano male i polmoni per lo sforzo della salita. Anna fece un lungo respiro e si lasciò andare lungo la discesa prima con il tallone sinistro, poi con il destro, lentamente, facendosi trasportare in basso dai sassi, come le aveva insegnato il padre. La nebbia si era sgranata e cadeva come pioggia sul fondo della valle. Il ginocchio le pungeva appena e il fiato ora andava meglio, ce la poteva fare. Avrebbe dovuto ascoltare i consigli di Claudio, lei e la sua mania di essere cuor di leone. Poteva aspettarlo invece di partire con le due cagne e un cellulare inutile perché tra quelle montagne non arrivava segnale. Guardò giù, ogni tanto le prendeva la paura di non riconoscere il sentiero anche se l’aveva già fatto mille volte, doveva essere la paura di non fare in tempo. Si fermò ad ascoltare, era troppo lontana per sentire i guaiti. Ora non poteva neanche voltarsi a guardare la sagoma di Alce e quella più piccola, marrone, di Stella. Prima, mentre saliva, ogni tanto le guardava in basso nel prato, la grande sdraiata, la piccola che le correva intorno abbaiando. Ora era sola e loro erano sole dietro la salita. La sassaiola era finita, c’era un tratto tra gli alberi e poi la strada sterrata fino in paese. Fosse stata fortunata avrebbe potuto incontrare qualcuno e magari chieder aiuto. Il ginocchio sinistro la pizzicò forte per lo sforzo della discesa, lei si fermò a riprendere fiato per qualche istante e poi ripartì cercando di pensare a qualcosa che non le facesse sentire il dolore e le mantenesse il passo costante. In tutto il paese c’era un forte odore di catrame perché stavano rifacendo le strade e l’asfalto fresco brillava sotto il sole cocente. Nella tinozza l’acqua mista all’aceto si macchiava del sangue delle ferite di Laika. Era fuggita per gioco e si era persa. Il paese addormentato nel caldo estivo risuonava dei suoi guaiti, ma lei non si trovava. Si sentiva solo il suo pianto, acuto all’inizio poi sempre più rauco. Anna l’aveva cercata per due giorni, con quel pianto nelle orecchie e alla fine aveva scoperto dove era finita. Aveva saltato un cancello, sfondato una finestra per finire nella vecchia scuola chiusa durante le vacanze estive. Ce ne era voluto a fare venire il preside dal paese vicino ad aprire quel maledetto cancello e poi il portone. Il pavimento era pieno di vetri e Laika sembrava morta , ma ugualmente sollevò il muso e a suo modo sorrise. Era quella pesantezza alla zampa sinistra poco sotto alla legatura che le impediva di alzarsi. Stava distesa con il muso appoggiato su un sasso freddo e duro, ma almeno non era aguzzo. Ne sapeva qualcosa lei di sassi aguzzi che mentre corri ti tagliano i polpastrelli e poi il ritorno è come tanti aghi conficcati nelle zampe che anche la coda ti duole. La piccola aveva smesso di correrle intorno, fiutava la zampa e guardava con interesse la stringa con cui era legata. Si avvicinò e incominciò a tirarne una cima. Alce sentì una fitta e ringhiò. La piccola si allontanò con la coda fra le gambe spaventata per tornare subito dopo a saltare sulle zampe davanti, abbaiando. La vecchia cagna abbandonò la testa sul sasso. Tutta la vita aveva rincorso fagiani, pernici, starne, lepri e quando non se ne trovavano più aveva seguito gli scarponi del suo padrone. Ricordava il frullio di ali, il rumore dello sparo e il sapore di sangue e penne in bocca. Odorò l’aria umida e sentì ancora quella sensazione di freddo e di libertà che le piaceva tanto, se solo non fosse stata così stanca e pesante. Sollevò il muso, la piccola ora le si era accoccolata tra le zampe e ogni tanto sollevava la testa e le dava una leccata sotto la gola. Lì non sentiva alcun male. Forse poteva dormire e sognare di correre dietro a una lepre. Chiuse gli occhi, ma invece di una lepre sentì ancora il morso ed ebbe paura. Sulla strada camminava più spedita. Ora poteva vedere il paese, Rivodutri. Mancava una mezz’oretta di cammino forse anche qualche minuto in meno. Ecco a sinistra la casa disabitata e a destra, in basso, il torrente. Il re dei topi si massaggia la pancia seduto sul grosso sasso bianco e guarda i bambini in cerchio sotto di lui. Nel mezzo c’è Gianni con i pantaloni calati e le mutande alle ginocchia. Ha in mano il suo coso, né piccolo né grande. I bambini ridacchiano, le due bambine se se stanno da una parte, una ha con se un cane. Il re dei topo osserva, si massaggia la pancia e sente l’acquolina in bocca. "Ora tocca a voi" dice Gianni alle due bambine. "Dai, fateci vedere il panorama" dicono i bambini in cerchio. Le bambine retrocedono "Avete paura, cacasotto, piscione" Il re dei topi ora si che se la gode e sente già qualcosa che gli prude infondo al ventre e la coda gli si rizza per l’eccitazione. "Cacasotto siete voi" dice quella con il cane, dà uno strattone al guinzaglio e entra nel cerchio. Si guarda intorno. Non ha paura di quei caccolosi schifosi, ma solo di quello lassù seduto sul sasso con i capelli unti che osserva la scena. Ha vergogna, questo si. Fa accucciare il suo cane e si sbottona i pantaloni. L’aria è dura da respirare e le fa venire i lucciconi agli occhi. Si guarda intorno, sono senza faccia quegli schifosi, tutti meno il re dei topi che ha anche i baffi unti. Il cane inizia ad agitarsi ai suoi piedi quando lei fa cadere i pantaloni e rimane in mutande. I bambini ridacchiano, il re dei topi si sporge dal sasso e aspetta. La bambina sente un fastidio in mezzo alle gambe, che non è il freddo, ma è il fatto di trovarsi lì in mezzo. Le viene voglia di scappare e così quando il cane inizia ad abbaiare e la tira, lei tira su i pantaloni e scappa trascinata via, lontano da quegli schifosi, lontano anche del re dei topi che urla con tutta la forza che ha nel corpo per la rabbia, ma lei è lontana dove lui non può trovarla. Anna non sapeva perché suo padre non tenesse nello zaino da montagna il siero antivipera, ma tant’era, inutile recriminare ora. Era andato tutto storto. Era iniziato quando Alce si era spinta dietro a Stella giù per un dirupo piena di rovi. Aveva fatto in tempo giusto a vedere le loro code scomparire e poi c’era stato il guaito. Aveva fischiato e le cagne erano ricomparse. Qualche minuto dopo Alce aveva preso a leccarsi una zampa e a procedere con una certa lentezza. Allora le era venuta quella paura e le aveva guardato attentamente la zampa. C’era un piccolissimo buco, non si poteva neanche chiamare morso, ma lei aveva capito, le aveva legato stretto, sopra il punto, il laccio dello scarponcino e era partita alla ricerca di aiuto. Maledette montagne, maledetto paese dove le vipere arrivavano nei giardini a mordere i bambini. L’aveva riportata dentro una coperta di lana. Sembrava pesantissima, il muso bianco un po’ ciondoloni, gli occhi tristi. "L’ha morsa" aveva detto il padre mettendola a terra in garage. I bambini erano corsi a vederla, sembrava uno straccio abbandonato ai piedi del padre con la siringa in mano. Trappola non correva più, a loro fu ben chiaro, si muoveva appena e respirava forte che si poteva sentire il rumore. Anna si avvicinò, prese una zampa e le accarezzò il naso. Le piaceva tanto quel naso che finiva ruvido e grande come un tartufo. La cagna mosse l’occhio. Aveva sentito. Anna avvicinò il suo viso al muso. "Non stargli addosso" disse il padre andando in casa. Anna amava l’alito caldo di Trappola e i suoi occhi e l’interno rosa delle sue orecchie. Quando era con lei, con in mano il suo guinzaglio sembrava che non sarebbe potuto succederle nulla di male. Anche la notte sembrava meno buia e il freddo meno freddo e la nebbia un’illusione. Allora se era così non poteva morire perché senza di lei che cosa avrebbe potuto fare contro il re dei topi? "Rimani con me", diceva mandando via le mosche che le giravano intorno agli occhi. Poi fece buio, venne l’ ora di cena e poi quella del sonno. Il cane rimase solo. Fu allora che sentì il freddo passare dalle zampe fino al collo e alle orecchie e un odore che conosceva, l’odore delle bestie che cacciava e riportava al padrone. Lei che non aveva mai avuto paura di nulla, giusto delle campane della chiesa e dei fuochi d’artificio, ebbe paura e pianse. La bambina sentì e scese. Trappola era tutta lunga, pesante, e lei le si mise accanto, la cagna riusciva a sentire a stento il naso, ma si accorse di lei. Quando giunse la fine le parve che qualcuno le gettasse una palla di stracci e la palla rotolava, rotolava lontano senza che lei, che pure era stata grande nella corsa, riuscisse a raggiungerla. Quando giunse alla prima casa all’imbocco del paese sentì le gambe leggere e si mise a correre. Seduto su una panchina, il re dei topi si grattava i pochi capelli grigi che gli erano rimasti. Guardò la donna passargli davanti e pensò che se fosse stato più giovane di venti anni le sarebbe corso dietro e le avrebbe pizzicato il culo. Ora il solo pensiero gli diede l’affanno. Anna sentì vergogna passando di fronte al vecchio. Il ginocchio le punse forte proprio sotto la rotula, ma oramai era arrivata. Sentiva Stella abbaiare e correre, lei era ferma, immobile, il muso sul sasso e guardava davanti. C’erano movimenti intorno a lei e rumori, ma non ce la faceva a voltarsi per guardare. Sentì delle mani ma non sapeva dire se fossero mani dure o morbide perché era come se tutto fosse di pietra tranne il muso caldo contro il masso. Chiuse gli occhi e odorò forte quello che sentiva, l’odore buono di Anna, l’odore della terra, del freddo e anche del buio. Aveva fatto un bel lavoro, le aveva detto il veterinario sciogliendo il laccio. Incise il punto gonfio sopra al morso e fece spurgare la ferita. Mentre faceva l’endovena con il siero sulla zampa anteriore accarezzò con movimenti lenti il lungo naso della cagna e Alce si sentì salva. |
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