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Alex A. Davis. Blocchi di memoria

"... Oceano Atlantico ... solo ... e azzurro ..."

Era tutto quello che riuscivo a vedere dal finestrino, già da dodici ore. Stavo male, sia perché soffrivo il mal
d'aereo, sia per quel lavoretto in pelle che avevo dovuto ritirare la sera precedente. Avevo sistemato un'altra di quelle sanguisughe, e come l'ultima volta speravo che fosse l'ultima.
Stavo sfruttando l'occasione del viaggio per cogliere due piccioni con una fava.
Mi stavo recando sull'isola di San Dena, vicino alle Bermuda, dove, secondo alcune voci popolari, avrei
scoperto un altro di loro.
Nello stesso tempo avrei indagato sulla misteriosa scomparsa del mio ex compagno di banco universitario.
Lui era un europeo trasferitosi per studio in America, nella piccola cittadina di Baddertown ... quasi come feci io.
E fu proprio così che ci conoscemmo.
Per caso ci trovammo nella stessa stanza di una delle tante pensioni Devistudent e giorni dopo nella stessa
classe. Non so se fu proprio una coincidenza, ma scoprii che avevamo gli stessi hobbies e le stesse idee.
Quando discutevamo credevo di parlare allo specchio con un altro me stesso. Sembrava ieri, invece erano passati anni.
Era da quando era iniziata questa avventura o disavventura che vivevo di ricordi e amnesie momentanee.
Come in quell'istante, che non mi sovveniva il terzo motivo per cui ero su quell'aeromobile e come si chiamava il mio amico.
Poco dopo, appena atterrato il quadrimotore della Double-D Airways, mi accorsi di una grossa busta postale
sotto il mio impermeabile. Sulla busta c'era scritto "for Conner".
Mi ricordai, quasi immediatamente, che quello era il nome che avevo preso subito dopo la scuola, dopo gli avvenimenti che cambiarono definitivamente la mia vita, e di conseguenza quella di molti altri innocenti.
Sicuramente era un altro dossier preparatomi dalla mia aiutante.
Appena fuori l'aeroporto E.T.E., un fattorino mi si accostò e, preso il biglietto che stringevo nelle mani, disse
"Prenda subito quel pullman, altrimenti ...". Non capii il resto, ma gli diedi fiducia.
Immediatamente dopo essermi seduto all'ultimo posto, mi accorsi che ero l'unico passeggero, gli altri prendevano tutti l'autobus vicino per la città di Emoh Teews Emoh. L'autista disse che potevo stare comodo, il viaggio sarebbe durato un paio d'ore. Feci per spostarmi e sotto al cappello vidi nuovamente la busta.
Una volta aperta tirai fuori il contenuto.Tra le carte cadde in terra un pezzettino più piccolo, che ad attenta osservazione si rivelò un'ala di un insetto. Pensai che fosse caduto da altrove, invece mi sbagliavo. Solo qualche ora più tardi seppi.
Il primo foglio che raccolsi era una foto: l'immagine del mio amico ai tempi dell'università. Mi venne da ridere, ma poi fui quasi soffocato dalla voglia di piangere. Non so, forse il ricordo dei bei tempi, forse la sua faccia pulita, il suo sorriso circondato dalla barba ... forse un colpo di vento.
Chiusi il finestrino e cominciai a raccogliere gli incartamenti che erano scivolati in ogni parte dell'autobus.
Mi capitò così tra le mani un foglietto azzurro. Era la famosa chiamata alle armi del mio caro fratello di studio Frank Caphra.
Come in una pellicola in bianco e nero ricordai la mattina in cui la trovò sotto la porta della camera della pensione.
Una volta letta la destinazione si disperò per ore e uscì in uno stato talmente pessimo che credevo non
tornasse più. Invece la mattina seguente dormiva inginocchiato in terra con la testa poggiata su una mia gamba ... si era già rassegnato. Saltando da un sedile all'altro trovai anche la foto della ragazza di Frank a quei tempi. Me la mostrava sempre e diceva che era l'unica cosa di buono che gli era capitata durante la sua stressante vita.
Effettivamente, da quanto mi raccontava, non aveva avuto un'infanzia come molti altri bambini, anzi non l'aveva avuta affatto. Peccato che la foto fosse mezza bruciata, perché non riuscivo a ricordarmela bene.
Feci solo caso al medaglione che aveva al collo, lo stesso della mia assistente. E mi sembrò strano, perché glielo avevo regalato io stesso in occasione di un suo compleanno.
Ma pensandoci bene non ne potevo essere molto sicuro, visto che non mi ricordavo neanche dove lo avevo
preso io.
Poi mi restò attaccato sotto la scarpa il foglietto colpevole di avermi fatto salire su quel trabiccolo, così appresi finalmente la mia destinazione.
Andavo vicino ad un paesino della costa ovest, che prendeva nome da un certo pioniere del sedicesimo
secolo: G. Al, detto "l'eroe", da cui Al Hero Village. In quel momento l'autista mi invitò a scendere "Capolinea ... per lei!", e aggiunse pochi secondi dopo "In fretta". Così raccolsi tutte le carte e mi precipitai fuori dall'odioso mezzo. Il conducente disse di seguire un sentiero nel bosco, poi con dei colpi di acceleratore creò una nube di gas nero e partì.
Provai a fermarlo, mi era sembrato che alcune carte fossero rimaste tra la porta e gli scalini, ma invano.
Non mi restava altro che camminare.
Sfogliando i resti del dossier capii finalmente lo scopo del viaggio. Un appunto della mia assistente mi spiegava che il mio amico era dato per disperso dai genitori. Erano stati loro a fornire quel materiale, nella speranza che il suo migliore amico, cioè io, avesse potuto fare qualcosa.
Non avevano avuto più notizie da pochi mesi al congedo.
Il fratello di Frank aveva rintracciato alcune lettere scritte da Frank stesso alla ragazza durante il servizio di leva e le aveva fornite come unica traccia.
Quelle lettere erano state spedite ad un indirizzo che non esisteva: Hairam Avenue 69, e capii immediatamente che si trattava del nome della ragazza scritto al contrario: Mariah Euneva, di chiare origini
spagnole. Controllai subito, e tra i biglietti di nave e aereo usati, altri scontrini e fogli vari, trovai due lettere.
Il destinatario era lei, Mariah, e solo dopo aver letto il nome con la calligrafia di Frank, mi ricordai anch'io di lei, o meglio del suo nome.
L'avevo incontrata una sola volta e non mi era restata chiara in mente. Anche se forse non avevo chiaro nulla.
Nel frattempo avevo camminato lungo il sentiero ed ero uscito dal boschetto. Mi si era presentata di fronte una strada di cui non vedevo il fondo. Aprii la prima lettera e m'incamminai.

Al Hero, 24 Dicembre
Scusa, volevo farti gli auguri di persona, ma purtroppo il dovere mi ha chiamato lontano da te.
E non solo, sono lontano da tutti e tutto. La base dista una decina di chilometri dal più vicino centro abitato.
Le guardie si contano sulle dita della mano e sono solo all'ingresso. Non badano a chi entra o esce, sono finti e abbandonati come questa caserma. All'interno del suo inutile recinto si erigono solo quattro edifici: il comando, il circolo, la mensa e gli alloggi. Dove non ci sono mattoni e asfalto si stagliano alberi alti almeno dieci metri.
La pulizia delle strade è abbandonata a se stessa, come tutto il resto. Tranne il circolo sottufficiali, che mantiene un finto aspetto curato, ma che è zona vietata, eccetto per gli addetti ai lavori.
Al comando i graduati sembrano indaffarati in chissà che cosa, ma non fanno più di niente.
La mensa è meno lurida degli altri posti, ma ugualmente deprimente.
Il cibo non è immangiabile, ma ci manca poco.
I militari di leva alloggiano al quarto piano di una palazzina in ristrutturazione.
Per accedervi bisogna salire 78 gradini, cioè sei rampe di scale.
"Ricordo la prima volta, con tre zaini strapieni sulle spalle e diciotto ore di viaggio, mi tremavano le gambe".
La luce per le scale è a tempo, e può essere accesa solo al piano terra e all'ultimo.
"Il secondo giorno scese le prime due rampe di scale si spense la luce successiva.
Decisi di aspettare che tornasse, ma si spensero anche le altre.
In quel momento mi vennero in mente parole che avevo letto nei vecchi libri di scuola: "Stare ad occhi serrati
non è proprio come averli aperti e vedere buio".
Infatti gli occhi mi creavano strane allucinazioni multiformi e semoventi.
Sentivo la presenza di qualcuno molto vicina e dei rumori provenire dai piani inferiori e superiori. Sentivo la
calma trasformarsi in ansia.
Provai a muovermi nel buio.
Mentre toccavo le pareti scendevo lentamente gli scalini.
Intanto alle mie orecchie giungevano le note di una canzone sconosciuta, fischiata con intonazione da qualcuno nei piani superiori.
Mi stava venendo un attacco di claustrofobia, e avevo paura di ciò che potevo immaginarmi.
Scese tre rampe di scale nella più completa cecità, la luce tornò come era andata.
In un istante fui subito fuori".
Per le strade l'illuminazione è poca o ben frazionata.
I riflessi delle ombre in terra si muovono in continuazione come per tentare di toccarti.
Mentre passeggi il fischio del vento tra le foglie secche dei rami, insieme al lamento dei legni che scricchiolano e si rompono e i tonfi delle pigne in terra, ti accompagnano quasi precedendo o seguendo il tuo cammino. Delle volte il rombo del vento lo senti lontano e, mentre si avvicina potente, speri che ti porti via.
"Andai subito in strada, volevo incontrare qualcuno.
Mentre mi dirigevo verso lo spaccio truppa, qualcuno mi veniva incontro.
Forse non uno solo, ma molti.
Gente con le mani in tasca, che usciva dal nero della notte, ma che scompariva sotto la luce dei lampioni.
Per un po' pensai che erano i corpi astrali di coloro che erano riusciti ad andar via, ma che avevano perso
qualcosa, e venivano ad avvertirmi di essere forte.
Ma erano solo i miei occhi che si erano abituati al buio e scherzavano con le ombre.
Però, la sensazione di essere seguito o almeno osservato alle spalle, non mi era passata.
Pensai che fosse normale, e che da allora mi avrebbe accompagnato ogni giorno ... e così fu".
Le camerate sono grosse e i termosifoni non riescono a scaldarle completamente.
Così tutte le mattine mi sveglio con tosse e mal di gola.
Il pavimento è talmente sporco che le mattonelle sono coperte da uno strato bianco che non va via.
Lo stucco cade dalle parenti come neve.
Mozziconi di sigarette e cenere sono ovunque.
Mentre le pozzanghere di CocaCola e alcolici appiccicaticce, sono solo nei punti strategici.
"Definirlo un letamaio sarebbe fargli un complimento".
Anche le serrande sono rotte, sono piegate all'infuori, come se la palazzina fosse esplosa.
I bagni sono poco più sporchi delle camerate.
In alcuni punti in terra è una latrina a tutti gli effetti.
Le tazze a muro lasciano passare i liquidi sulla parete sino al pavimento.
Funzionano solo pochi bagni turchi, che non vengono mai puliti del tutto.
In alcuni, una specie di melma fangosa si è completamente impadronita della ceramica.
L'acqua non è potabile, per bere bisogna rubarla dai servizi che ne dispongono.
Le docce sono al buio.
Solo una è illuminata, ma non ha l'acqua calda.
Quando non si stacca il tubo della doccia dal muro, l'acqua esce poca e maleodorante.
Gli specchi, come il lavandino e il resto, sono incrostati della sporcizia più varia.
Alle volte, quando più ti serve, al luce va via in tutta la base e torna quando vuole.
Le finestre, le porte, e soprattutto quelle dei bagni, si muovono in continuazione per il fortissimo vento.
"Delle volte non riesci ad aprire, altre è come se qualcuno ti voglia far accomodare o ti spinga fuori. Quando
sono solo in bagno, la porta delle turche scricchiola come se ci fosse rimasto qualcuno dentro e quella della
doccia si apre quanto basta per far affacciare una testa, ma quando mi volto si chiude sempre".
Quando si dorme speri sempre di non svegliarti, almeno non nella camerata.
"La mattina del terzo giorno, quando fuori era ancora notte, sentii di nuovo fischiare quel ritornello.
Mi alzai senza far rumore e inseguii i suoni.
Portavano in bagno, ma una volta dentro non trovai nessuno.
Attesi un po' e poi uscii.
Mentre mi allontanavo ricominciò a fischiare.
Chiesi se c'era qualcuno ma non ebbi risposta verbale, solo delle note fischiate provenire dal bagno.
Durante una nota prolungata aprii la porta.
Il fischio si interruppe, come spezzato.
Capii che era il vento che, passando tra le fessure della porta dei bagni, intonava tetre canzoncine".
Durante gran parte della giornata si dorme, fatta eccezione per alcuni che sono di servizio.
Molti si svegliano per andare a pranzo.
Dopo le quattro del pomeriggio di ogni giorno e dal venerdì pomeriggio sino alla mattina di lunedì, tutti i
graduati e i militari dei dintorni vanno a dormire a casa.
La caserma da abbandonata diventa quasi fantasma.
Non si usa fare colazione, ma prendersi qualcosa allo spaccio.
"L'altra mattina, mentre prendevo il cappuccino, sul bancone del bar c'era un piccolo di scarafaggio che
passeggiava indisturbato tra le gocce di caffè e latte, e le briciole della brioche. Ho provato a dimostrare il mio dissenso all'ospite, ma mi hanno consigliato di risparmiare le forze per quando sarà stagione dei pezzi grossi".
Venendo da un posto sotto zero, si può dire che dove sono ora è caldo, anche se il vento ti sposta quando
cammini.
"Ieri, soffiandomi il naso mi sono accorto che non esce più sangue".
Quando si è svegli si leggono le pareti, i nomi, i numeri di corso e i luoghi di nascita di quelli che sono già stati in questo posto.
La chiesa c'è ma è chiusa, e gi altri dicono che il prete non verrà mai a celebrare la messa.
Gli avieri indossano come meglio credono le uniformi, che si strappano l'un l'altro.
"La mattina del primo giorno hanno tentato di portarmi via le tasche della mimetica".
Il tempo trascorre veramente lento per chi dorme poco, come me, o ha ben poco da fare.
Sicuramente stare in questo posto per parecchio tempo fonde il cervello e rende alterato il normale comportamento delle persone.
"Da quando sono arrivato, ogni volta che dormo, non faccio altro che svegliarmi per gli incubi più brutti".
Discutendo con gi altri apprendi che stanno bene, ma loro dormono a casa quasi tutti i giorni.
I telefoni interni sono saltuariamente funzionanti.
"Ogni volta che sento le voci dei miei cari mi viene inevitabilmente voglia di piangere sino a sentirmi male".
Si parla poco con gli altri, forse si evita, forse non si ha niente da dire.
"Mi sento solo, abbandonato, triste, demoralizzato, depresso, perso ...".
L'infermeria funziona la mattina presto, escluso feste.
Ciò significa che non puoi permetterti di sentirti male.
Ogni volta che ti guardi allo specchio non ti riconosci, dall'altra parte c'è un alto che, giorno per giorno, si arrende a tutto, e cambia irrimediabilmente la sua preziosa personalità.
Si vive pensando solo al giorno in cui si potrà tornare per sempre ai propri affetti.
E quel giorno è lontano.
Nessuno resiste per così tanto tempo, prima o poi si viene inghiottiti da qualcosa che è nell'atmosfera, nelle
piante, nelle cose che circondano, una presenza che ti trasforma la psiche, sino a renderti trasparente a te
stesso.
"Mi sembra di essere qui da sempre e di rimanerci per sempre".
Tutti dicono che un anno è poco in confronto all'esistenza, ma nessuno conosce la durata della propria vita.
Penso che in questo posto si vengano a scontare penitenze di chissà quali peccati.
"Che il Signore abbia pietà di me.
Sono arrivato da soli cinque miseri giorni ...".
Come ebbi finito di leggere la prima lettera mi accorsi, con un rantolo dello stomaco, che era quasi ora di
pranzo.
Non c'erano dubbi sull'autenticità della lettera.
Quello era uno stile che avevo già avuto modo di leggere in alcune pagine del diario di Frank.
Appena rimesso il foglio nella sua busta, mi resi conto di non aver camminato granché, ma di essermi seduto appena dentro il bosco, su di un tronco.
Da quanto letto ne trassi una conclusione affrettata: Frank aveva perso il suo intelletto e le sua memoria, ed era restato intrappolato nella sua fantasia.
Ma c'erano ancora dei tasselli che non volevano trovare posto.
Allora mi concentrai per un po' sul cammino e giunsi alla fine del sentiero, dove mi si presentò davanti una
strada di cui non vedevo il fondo, proprio come mi ero immaginato.
Aprii la seconda lettera e m'incamminai.

Al Hero, 25 Gennaio
Perdono, per aver scritto solo adesso, ma più passa il tempo e più faccio fatica a riconoscermi.
Mi sento sempre più strano, e con la parola "strano" non rendo neanche bene l'idea.
Ho passato un altro brutto Natale e Capodanno, ma col tempo posso anche migliorare
Sento che è tempo di cambiamenti.
Non vedo più questo posto solo come un lunapark degli orrori, ma come un penitenziario per malati di mente.
In alcuni momenti riesco a sentirmi isolato anche quando sono in mezzo al chiasso degli altri.
Comunque il tempo pare che passi, anche se non me ne accorgo.
"Sembra ieri che un paio di noi sono stati congedati, invece è passato un mese".
Gli altri dicono che per loro vola, invece io mi sento tartassato ogni secondo della giornata.
Anche la barba, rispetto al tempo mi cresce quattro volte più di prima.
Mi dicono che l'ho presa male, che anche quando sono ad occhi chiusi e dormo ho la faccia triste.
Non so mai cosa rispondergli, è più forte di me.
Guardandomi allo specchio nudo ho confermato la mia impressione di deperimento.
Mi ero accorto di star dimagrendo mentre facevo la doccia e sentivo che mancava qualcosa.
Anche a questo non posso farci nulla.
Non è che non mangi, e solo che i pasti non hanno sostanza, sono scarni, miseri.
Le labbra mi si seccano in continuazione.
"Una mattina ho provato a farmi dare qualcosa dall'infermeria. Il dottore non c'era, il suo assistente mi ha
chiesto di aprire la bocca e si è accostato. Immediatamente il labbro inferiore si è completamente tagliato in
due e un fiotto di sangue è partito diritto come un proiettile. Mi dispiace solo di averlo mancato. L'assistente
spaventato mi ha dato un po' di cotone e ha detto di passare un'altra volta".
Un'altra cosa che non va per il suo verso, è che vado troppo spesso di corpo.
Quello che mangio resta lo stretto necessario nel mio organismo e poi esce per forza.
Anche le gengive si sono infiammate e mi dolgono quando mangio.
Il dottore mi ha dato una soluzione di iodio, che invece di alleviare il dolore, ha ulteriormente bruciato la carne malata.
Da quando i termosifoni sono stati spenti per alcuni giorni, ho dolori a tutte le ossa e le giunture.
"Perdo continuamente molti peli da ogni parte del corpo".
Ho come l'impressione che mi stia trasformando, ma non capisco in cosa.
Escluso le pulizie di camerate, bagni e viali, e qualche lavoretto di fatica al magazzino, si può dire che non
faccio nulla, o meglio, non c'è niente che si possa fare.
E si sa il lavoro nobilita l'uomo, e serve anche a non farlo diventare matto.
Qui invece sembra che alla fine lo diventi anche il più resistente.
I superiori ti trattano come l'ultimo essere della terra e sono pronti a schiacciarti per qualsiasi motivo.
Anche quelli di noi, più anziani, specialmente dopo aver bevuto, si sentono sollevati di molti gradini e iniziano a dar fastidio.
Non mi resta altro che aggrapparmi alla speranza, non penso mi riesca di rassegnarmi molto facilmente.
Forse perché non faccio altro che pensarci.
Pensare ad altro mi fa venire strane idee.
Semplicemente chiudendo gli occhi materializzo i rumori dell'edificio.
Sono quasi arrivato a convincermi che ci sia una presenza che durante la notte percorre il piano superiore
sondando con un bastone il pavimento in cerca di un passaggio.
Inoltre, quando è buio, vedo muoversi tra l'oscurità della camera gli accappatoi degli altri.
Alle volte trema il letto.
Di tanto in tanto si sentono grida laceranti e colpi sui muri e sugli armadi, che confermano la mia sensazione di stare in un manicomio.
La stanza è sempre in ombra, visto che le serrande rotte sono rette da un mattone e un bastone da scopa.
E la rete che protegge dagli insetti è aperta in più punti da tagli di coltello.
Molte volte prima di dormire devo scansare da sopra il cuscino qualche scarafaggio volante.
Anche in bagno i bozzoli sono un po' dovunque: sotto gli specchi, le lampade, i rubinetti e in tutti gli angoli.
"Giorni fa, mentre mi lavavo ho sentito un colpetto in testa e poi un rumore sordo sul lavandino. Con l'acqua nelle pupille ho distinto un sei zampe verde e l'ho mandato nello scarico".
Anche i ragni sono molti, e come camaleonti prendono il colore del posto in cui aspettano che qualcuno li
tocchi e si spaventi.
"Ho visto anche delle zanzare grosse come il pugno di una mano e delle falene che sarebbero state bene nei
racconti di Verne, per il loro aspetto aggressivamente infernale".
Ho anche pensato un'assurdità. Vista la strana varietà di specie di insetti presenti nello stesso luogo contemporaneamente, sono arrivato a credere che non andrò mai via di qui se non trasformato in un insetto ispirato dalla mia fantasia.
Questa impressione mi è venuta in mente dopo che un mio amico si è congedato.
Lui aveva i capelli rosso rame ed era alto e magro.
Pochi giorni dopo la sua partenza mi sono accorto che in un angolo dello specchio in cui di solito si guardava c'era un grosso insetto, con il corpo lungo e affusolato.
Ma la cosa che mi ha scombussolato è che era un insetto rosso rame, completamente diverso da ogni altro.
Anche l'altro che era partito con il Rosso, e che accarezzava sempre le falena, mi sembra di averlo riconosciuto per le scale.
E' una grossa farfalla notturna, adagiata ad ali spiegate sul vetro del neon su cui aveva scritto il suo nome.
Insomma penso che farò quella fine anch'io. E c'è anche chi se lo augura.
Un disgraziato mi ha raggelato dicendo: "... vorrei essere uno scarafaggio per stare sempre in cucina".
Sono convinto che presto lo riconoscerò tra gli altri.
Sento che sto cambiando, qualcosa si muove nel mio interno, sia fisicamente che psicologicamente.
Intanto vedo allontanarsi la possibilità di tornare indietro.
Forse mi sto solo autosuggestionando.
Solo che l'altra mattina, appoggiando una mano sullo specchio, mi è sembrato di essere una mosca, e mi
guardavo con centinaia di occhi.
Poi con un battito di ciglia è sparito tutto.
Sempre più spesso sento lontani tutti e tutto quello che mi circonda.
Ho paura di perdermi, di fare qualcosa di irreparabile, di rimanere su di una parete ad ali spiegate.
Sono passati solo due mesi, invece a me sembra di essere sempre stato in questo maledetto posto.
Devo trovare il modo di non lasciarmi prendere dal terrore, dallo sconforto e dalla follia.
Spero di trovare in fretta una soluzione, prima che perda la fiducia in me stesso e resti coinvolto o intrappolato in questa base fantasma.
"Che il Signore abbia pietà della mia anima".
Come ebbi finito di leggere la seconda lettera, in fondo alla via comparve una struttura.
Un muro la recintava.
Pensai di essere giunto alla base militare, invece più mi accostavo e meno vi assomigliava.
Frugai negli incartamenti per avere un indizio sul nome della base, ma una mosca si mise a girarmi intorno
distraendomi.
Si poggiò sui fogli, proprio sul nome della base, come per indicarmelo: Distaccamento aeroportuale di Umara.
Fu per poco, giusto il tempo di farmelo leggere, poi ricominciò a tormentarti.
Solo un attimo prima che la bruciassi sul mio collo con uno schiaffo, ebbi la stravagante impressione che mi
stesse facendo le feste.
Ripensai alla lettera di Frank e mi si gelò il sangue nelle vene.
Poi giunto ad un gabbiotto, vicino alla sbarra, chiesi informazioni
La guardia privata disse che la base era stata chiusa anni orsono, dopo quell'estate caldissima che portò l'invasione di molte specie rare di insetti.
Al suo posto era sorto un centro sperimentale per l'allevamento e lo studio approfondito di insetti.
Non capivo, o meglio non avevo intenzione di capire l'incomprensibile, l'assurdo.
Allora chiesi alla sentinella di dare uno sguardo alla foto di Frank.
Ma la risposta la conoscevo già: "Mai visto!".
In quel momento passò un vecchio, probabilmente un ricercatore e chiese se avevo problemi.
Gli domandai cortesemente se aveva mai conosciuto o sentito il nome di Frank Caphra.
Lui mi prese due dita della mano e dopo aver guardato la foto attentamente disse che l'unico Caphra che conosceva era una specie rara di mosca, proprio come quella che avevo spalmata tra le dita.
Non mi riuscì di parlare per ringraziarlo dell'informazione, mi allontanai con passo frettoloso per la via da cui
ero venuto.
Nel boschetto mi misi a correre senza ragione, poi uscito sulla strada mi fermai a riprendere fiato.
Nella mente mi martellavano delle domande senza senso.
Frank si era trasformato veramente in un insetto?
Una mosca?
Cosa avrei detto alla famiglia?
L'ho trovato ma per sbaglio l'ho schiacciato sul mio collo!
E la sua ragazza chi era e da dove veniva?
Non ricordavo, o meglio ero troppo confuso.
Si stava facendo notte ed ero solo e stanco.
Poi una folata di vento mi fece accorgere di alcuni fogli che rotolavano sul ciglio della strada.
Pensai che fossero cartacce, invece facevano parte del dossier.
Erano una foto e una cartolina cadutami dall'autobus.
Nella foto c'era Frank abbracciato con Mariah.
Notai immediatamente quel medaglione e mi sentii attratto dalla ragazza in modo più che normale.
Allora mi venne spontaneo chiedermi se Mariah e la mia assistente fossero state la stessa persona e se io
fossi stato il Frank che tanto cercavo.
Ma poi, infilatomi una mano nella tasca dell'impermeabile, tirai fuori il medaglione.
Ero convinto di averlo regalato a qualcuno, poi a pensarci bene mi tornò in mente che non avevo mai conosciuto la mia assistente e che i dossier mi venivano spediti ad una casella postale a Baddertown.
Ero più confuso di prima, volevo solo farmi una doccia e riflettere un po', almeno se ne fossi stato ancora in grado.
Per fortuna un'auto mi si accostò.
Un uomo mi chiese se avevo bisogno di un passaggio e mi fece salire.
Mi era restata tra le mani la cartolina che avevo raccolto.
La voltai, era di Frank, annunciava che, salvo complicazioni, sarebbe stato trasferito al più presto.
Ma non riuscii a stabilire il periodo preciso, perché l'inchiostro del timbro postale col tempo si era quasi del tutto dissolto.
Mandava un bacio a Mariah ... forse l'ultimo.
Dopo aver passato il cartello stradale che indicava l'aeroporto di E.T.E., restai quasi assente per diversi minuti, mentre l'uomo continuava a parlare del più e del meno, coperto da rumore della marmitta rotta.
Poi una sua parola mi restò incastrata nella mente "... Mariah ...".
Anche l'uomo aveva pronunciato quel nome.
Solo allora mi resi conto di non averlo ancora guadato in faccia.
Mentre gli chiesi dove aveva sentito quel nome, lui si volse a guardare le macchine ad un bivio.
Poi, sempre assorto nella guida, rispose che aveva letto il nome scritto grosso sulla cartolina. Rientrai così nei miei pensieri.
Ma l'uomo seguitò il suo discorso.
"Comunque anche mia moglie si chiama Mariah... Mariahnne per la precisione, ma è solo uno strano caso
della vita".
Poi, dopo una breve pausa di riflessione, dicemmo contemporaneamente: "La vita è una cosa meravigliosa".
Quelle parole erano state pronunciate involontariamente, quasi per riflesso.
Mi ricordai che era una frase che diceva sempre Frank e che ripeteva con me nei momenti di sconforto per
farci coraggio.
Da quel momento lo fissai cercando di incrociare il suo sguardo, sino a quando si voltò chiedendomi se ci
conoscessimo già.
La mia mente riportò a galla ricordi praticamente inabissati e riconobbi nell'uomo almeno metà del Frank che
conoscevo.
Il resto non lo ricordavo più.
Ventiquattro ore dopo ero nuovamente sul quadrimotori, e mi veniva da vomitare sia per il mal d'aereo che per
quel lavoretto fatto poche ore prima.
Ma almeno ero soddisfatto per aver ritrovato l'ex ragazzo della mia assistente Mariah e per averlo liberato da
un blocco di memoria.

- H o m e P a g e -

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