Tutta colpa del Manzoni

Jacopo De Michelis riporta ampi brani di un intervento (ad un convegno del ’97)

di Paco Ignacio Taibo (io adoro questo suo libro, che ha una intensità persino eccessiva).

Lo scrittore messicano si chiede perchè ci sia tanta disaffezione alla lettura. E si risponde così:

“Noi scrittori siamo colpevoli. [...] Ogni volta che un lettore deluso abbandona la lettura, ognuno di noi se lo è fatto scappare, è stata la nostra incapacità di divertirlo, affascinarlo, emozionarlo a perderlo.

Qual è stato il momento in cui il romanzo è diventato un esperimento di linguaggio e ha perduto la sua natura di arte maggiore, di arte del narrare? In che momento abbiamo cominciato a pensare che il fine dell’esperimento non era la narrazione, ma l’esperimento stesso?

In che momento noi romanzieri ci siamo introdotti in un linguaggio segreto, in un circuito di comunicazione interprofessionale in cui i romanzi si scrivevano per gli scrittori o per i professori universitari e il destinatario finale era la gloria del successo post mortem? In che momento è venuto meno il rapporto con i lettori? Perché cediamo lo spazio della narrativa al bestseller fatto di personaggi schematici, atmosfere pressoché inesistenti, situazioni senza ambiguità, storie piatte, lineari? Chi ha potuto pensare che la trascendenza minimalista era l’altra risposta? Un giorno ci chiederanno conto di tutto questo.”

Io questa affermazione non la commento. Pensateci da soli (ricordate le vostre esperienze di lettura) e scoprirete che è espressione di una grande saggezza. Tuttavia, almeno in Italia, da sola non può bastare a spiegare tutto. Ci sono altre 2 cause scatenanti.

La prima è la scuola. Grazie ai programmi ministeriali, educhiamo i nostri giovani alla lettura partendo dal ‘duecento’ e dalla poesia cortese (riucite ad immaginare qualcosa di più lontano dal sentire e dalla lingua di un adolescente?) invece di fargli leggere i libri che parlano di un mondo che conoscono. Di fatto, ‘imponiamo’ ai ragazzini (con la minaccia di un voto basso) la lettura di cose che il loro gusto potrà capire solo dopo migliaia di pagine lette, perchè il gusto si esercita e si affina. Li annoiamo, mentre invece dovremmo farli precipitare nelle magie delle storie che possono incuriosirli.
Quando arriveranno da soli a Verne e Salgari (le loro letture naturali), ormai vedranno nel libro un oggetto di tortura. E si fermeranno lì. Il più delle volte con il ‘piacere della lettura’ massacrato da settaquattro coltellate, inflitte attraverso i Promessi Sposi. Un vero colpo di grazia. Pochi sopravvivono.

Qualche testardo esemplare di queste giovani vittime del Manzoni e di Manfredi (il poeta) poi tenterà, anni dopo, un nuovo approccio alla lettura: per legge statistica questo tentativo si realizzerà comprando Baricco o la Tamaro in ‘bundle’ con Repubblica. A quel punto chi, parlando di libri, lo convincerà mai più che si è perso qualcosa?
Parlategli di un romanzo e sbadiglierà. Usate tutto il vostro charme per convincerlo, offritevi di regalargli il libro. Se sarete fortunati, in un accesso di gentilezza compassionevole, vi dirà: “va bene lo leggo. quante pagine sono?”

La terza causa, invece, di solito colpisce i sopravvissuti, coloro che hanno saputo reagire al rapporto con i libri impostato a scuola.
Provate a leggere una recensione di un libro. Un libro in cui il protagonista parte, incontra persone, vive e vi fa vivere delle piccole avventure. Divertendovi e facendovi scoprire paesaggi e piccole emozioni o semplicemente accompagnandovi in un viaggio in treno. Ci sono mille modi per parlare di un libro così. Eppure nella recensione leggerete: “X, elevato a simbolo della classe media disillusa dalla società attuale, affronta una scelta catartica e si avventura tra i mostri della sua mente cercando se stesso in una sfida agnostica che è dentro ogni uomo di questo nuovo millennio”.

Non so se mi spiego. Quello che diceva Taibo degli scrittori vale anche per critici, recensori ed addetti ai lavori. In che momento i critici e gli addetti ai lavori si sono introdotti in un linguaggio segreto, in un circuito di comunicazione interprofessionale in cui si parlava di libri come reliquie in un tempio? In che momento è venuto meno il rapporto con i lettori?

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