Tu chiamala, se vuoi, Divulgazione

Tempo fa ho tenuto una lezione in corso (Management dei beni culturali, mi pare).

Per capire la competenza di chi avevo di fronte e per tarare il linguaggio, come al solito ho diviso gli allievi

in gruppi. Poi a ciascun gruppo ho fatto redigere un elenco con le 30 parole chiave che

a loro modo di vedere descrivevano meglio la Rete.

Su 22 allieve di scolarità medio-alta, 11 non avevano mai visto Internet. Le parole chiave

più gettonate sono state, nell’ordine: pedofilia, perversione,

delinquenza, frode. Ho riconosciuto subito i sintomi e ho dedicato

una buona oretta a chiarire come mai certe cose fanno più notizia rispetto

alla normale attività di milioni di persone che si confrontano e si arricchiscono

culturalmente. Ho cercato di spiegare come l’informazione tradizionale sia spesso molto superficiale

quando parla della Rete. Fortunatamente non mancano esempi ed aneddoti.

Grazie ai media mainstream, milioni di persone (fatevi un giro nella provincia e raccontatemi)

hanno una percezione distorta della Rete e faticano a vederla (o immaginarla) come

una possibilità in più. Io, personalmente, mi sto facendo un’idea sempre più chiara sulla responsabilità dei giornalisti

che si occupano di tecnologia. Il loro ruolo è centrale su questioni basilari come il digital divide,

almeno per quanto riguarda le barriere culturali. Sono gli unici a poter fare

divulgazione, ma non hanno mai il tempo di capire le cose. Il risultato è sempre (o quasi)

molto eccentrico: dalla performance guittesca di Marino Sinibaldi a Galassia Gutemberg, alla

webcam che ti spia a computer spento.

Però è anche vero, come mi diceva una mia amica giornalista, che

il problema – a prescindere da episodi e singoli personaggi – è appunto quello della divulgazione

della complessità. A rovesciare la frittata: quasi mai chi è “dentro” la complessità approva le

semplificazioni necessarie a comunicarla.

Io credo che ci sia una via di mezzo. Anzi, credo che sia persino possibile arrivarci semplicemente con un po’

di buona volontà e con un po’ di sano watchblogging. Che andrebbe esercitato su chi opera

redutio ad absurdum seriali (i blogger sono meloni) ma anche su chi sfiora la poesia cosmica (e catartica) con cose come

questa:

Il silenzio di un motore di ricerca come progessivo scivolamento della reference esatta verso il basso.

Conoscere gli errori aiuta. Quindi, poichè merita (gli autori, imho, sono discendenti diretti di Nostradamus), prendete un Maalox

e leggete la chiusura di questo articolo apparso su

Web Marketing Tools. Il titolo è interessante

(Quante connessioni

vale una democrazia?). L’articolo è -a suo modo- ricco di sprazzi di follia.

Fosse solo questo, i teorici del progresso potrebbero comunque concludere che la crescente penetrazione delle tecnologie informatiche costituisce di per sé un fattore inarrestabile di allargamento e di inclusione, né più né meno di quanto è accaduto con l’estensione del suffragio alle donne e ai ceti più deboli nelle società industriali.
Tutto ciò, come se il concetto stesso di accesso non fosse di per sé problematico: accedere come «colui che legge», nella paranoica esaltazione della centralità del verbo, da consumare sempre più in modalità premium (a pagamento), come se il riconoscere un prezzo alla parola corrispondesse al riconoscerne un valore, per cui ciò che è gratis ha sempre meno valore e quindi dignità di lettura. O accedere come «colui che scrive», e pateticamente confondere il proprio blog con le massime di un moralista del Sei- Settecento, quando si scriveva per i pochi che leggevano e che volevano, o dovevano, leggerti.
«L’internet è un mezzo democratico» di fatto registra lo spaesamento di fronte alla messa in questione del modello di democrazia moderna: la visione sinottica di threads discorsivi molteplici che coesistono e di cui non si è (almeno per chi non lo fa di professione) in grado di definirne lo spessore, misurato in termini di consenso, e quindi in termini ultimi come capacità di autoriprodursi, lungo dorsali che hanno una forte connotazione linguistica e culturale. Democrazia come rumore.
L’internet come mezzo che può cambiare le dinamiche di concatenazione degli enunciati e la loro riproducibilità, eventualmente al servizio di una tecnica avanzata di controllo molto più sottile che in passato perché non deve più necessariamente agire sui corpi per ridurre gli individui al silenzio. Il silenzio di un motore di ricerca come progessivo scivolamento della reference esatta verso il basso. L’internet come l’eterno presente attualizzato dalle top references di Google nella rimozione continua del passato, nella perenne riscrittura della storia da parte di ciò che ha maggior forza di aggregazione comunicativa. Può la democrazia sopravvivere al venire meno del soggetto individuale o collettivo che ne è stato sostantivamente il punto di riferimento? È difficile crederlo. E qualora l’internet, per quantità e qualità, stesse proprio aiutando la società a partorire un nuovo soggetto sistemico, della «democrazia ne diventerebbe il più glorioso e inaspettato becchino».

Ora, se siete già fuori dall’effetto ipnotico di questa prosa, tiriamo insieme un sospiro di sollievo

e proviamo a chiederci come si potrebbe parlare di tecnologia senza fare la figura degli idioti

o dei sacerdoti del sublime.

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