Raul Montanari è nato aBergamo nel 1959, ma vive e lavora a Milano.
Ha pubblicato i romanzi Il buio divora la strada (Leonardo, 1991),
La perfezione (Feltrinelli, 1994, 1996, Premio Linea d'Ombra 1995),
Sei tu l'assassino e Dio ti sta sognando (Marcos y Marcos, 1997 e 1998)
e la raccolta di racconti Un bacio al mondo (Rizzoli 1998, Selezione Premio Bergamo e
Premio Settembrini 1999).
Ha tradotto e adattato per le scene Doppio Sogno (Teatro Stabile di Firenze, 2000) e
scritto su commissione la pièce DJ per la rassegna Le Chaos du Nouveau
(Théâtre du Folle Pensée, 1999-2001). Ha sceneggiato i lungometraggi
Tartarughe dal becco d'ascia (Out Off, 1999) e La Perfezione (in lavorazione),
per la regia di Antonio Syxty. Considerato uno dei maggiori traduttori italiani,
presso i principali editori ha pubblicato versioni dalle lingue classiche (Sofocle, Seneca)
e dall'inglese (Gurganus, Styron, Greene, P. Roth, Brink, O. Wilde, Cormac McCarthy fra gli altri).
Con questa serie di interviste agli "under 40" stiamo cercando
di tracciare un quadro di opinioni sulla narrativa italiana
contemporanea. E c'è anche chi dice che non esiste. Tu che ne
pensi?
Certo che esiste. Come dice Caliceti, "è normale che nascano dei giovani
autori... è anche un fatto biologico, fra l'altro!". Le osservazioni
rilevanti sono due, e mi è capitato di farle litigando con Vincenzo Consolo
durante una tavola rotonda nel corso della quale lui aveva intonato
addirittura il De Profundis per la narrativa:
a) Bisogna senz'altro allargare il concetto di narrativa, non limitandoci
alla narrativa letteraria ma alle altre forme d'arte che implicano la
possibilità di raccontare una storia, in particolare media audiovisivi,
teatro e fumetto. Tutte queste forme di espressione hanno in comune il
problema di come raccontare una storia (la trama, il punto di vista, le
ellissi temporali, ecc.), e fra le une e le altre i prestiti o i furti di
metodi, trucchi, espedienti non si contano più. Inoltre diversi artisti si
muovono senza difficoltà fra diverse regioni della narrativa: basta pensare
all'interesse che ha suscitato la prosa del fumettista Scozzari. Io stesso
sono scrittore, sceneggiatore e autore teatrale. Niente di strano.
b) Anche volendosi limitare alla narrativa letteraria, credo che raramente
si sia assistito a un'esplosione di talenti, di modi, di espressioni come
negli anni '90. Per citare il mio amico Voltolini, "il momento è ottimo,
anche se nessuno lo sa". Sono debitore a Voltolini anche di un concetto
affascinante, che prendo, come la battuta di prima, da "Supernova",
un'indagine in video sulla nuova narrativa italiana che ho realizzato per
la Provincia di Milano (contiene fra l'altro interviste e "racconti orali"
inediti da parte di autori come Laura Bosio, Aldo Nove, Tiziano Scarpa,
Andrea Pinketts e Dario Voltolini, appunto): la narrativa somiglia più di
quanto si possa immaginare a un gioco di squadra. Io vedo che quel certo
tratto del terreno di gioco è già occupato, mi sposto più in là, mi creo il
mio ruolo e la mia specialità paragonandomi agli altri. Aggiungerei che fra
gli autori di questa generazione c'è molta più amicizia rispetto ai
rapporti freddi o di convenienza che correvano in decenni precedenti.
Infine, vorrei dire che abbiamo finalmente due-tre geni narrativi puri che
negli anni '80 erano completamente mancati. Non sto a fare nomi, tanto si
sa come la penso.
Quanto credi sia condizionata la narrativa italiana dal mercato e dalle scelte
editoriali?
In genere, non moltissimo; senz'altro meno che in passato, quando le vie
d'accesso alla pubblicazione erano alquanto ardue per un autore giovane.
Paradossalmente, esiste il pericolo contrario: che per una saturazione di
offerta diventi più difficile alla critica e al pubblico discernere e
individuare ciò che vale da ciò che non vale. In questi casi, si sa,
finisce per farsi avanti soprattutto chi ha più spinte alle spalle. Gli
unici due fenomeni di mercato veramente negativi che vedo attualmente sono:
- il bisogno spasmodico di etichettare tutto, di far rientrare ogni
prodotto in un genere; a monte di questa tendenza c'è un fatto molto
positivo, ossia appunto la rivalutazione della narrativa di genere, ma a
valle si finisce per creare forzature e per andare in crisi davanti al
folto gruppo degli "inclassificabili" (fra cui mi metto pure io), che a
causa di questo spesso ottengono meno recensioni e meno attenzione di
altri.
- il grottesco fenomeno dell'esportazione non dirò nell'editoria ma
direttamente nelle classifiche di vendita di nomi che vantano notorietà
televisiva: i comici, i cantanti, ecc.
Eppure i narratori italiani, specie quelli giovani, sono accusati di non
reggere il confronto con i colleghi stranieri...
Ripeto quello che ho detto prima: abbiamo tre-quattro nomi (mi allargo di
una unità...) perfettamente all'altezza dei soliti americani e degli
esponenti di scuole narrative che ora vanno per la maggiore grazie
all'innamoramento (ai limiti della follia) di certi critici: citerei in
particolare i "nuovi arrabbiati" anglo-irlandesi, che non scrivono poi così
bene. Oltre a ciò, abbiamo visto un innalzamento notevole di quella buona
produzione media, di quella massa di libri tutti leggibili, tutti ben
costruiti e ben scritti anche se magari fra loro manca la grande impennata
di genio, che probabilmente formano il vero metro per giudicare lo stato di
salute di una letteratura nazionale. E questa produzione viene in gran
parte da autori intorno ai 40, appena sotto appena sopra.
A questo punto, devi svelare i nomi... estrai dalla lista delle tue letture personali due
o tre titoli di giovani da consigliarci, con una tua breve nota di lettura...
Due o tre sono proprio un po' pochini. Tenendomi sotto i 40, e quindi
escludendo scrittori importanti come Doninelli e la Bosio (fra gli altri),
citerei almeno i due titoli che hanno davvero aperto un nuovo orizzonte
alla narrativa, due libri che fin dalla prima pagina danno una sensazione
aurorale di ebbrezza, di novità metallica e scintillante: "Occhi sulla
graticola" di Scarpa e "Woobinda" (ora "Superwoobinda") di Aldo Nove, e non
me ne frega niente se sono tutti e due considerati "pulp" (io fra l'altro
scrivo all'opposto di come scrivono loro, per cui...).
Ma ce ne sono tanti
altri: "Fango" di Ammaniti, "Fonderia Italghisa Emiliana" di Caliceti, "Il conto
dell'Ultima cena" di Pinketts, "Rincorse" di Voltolini... Se c'è un dato che
accomuna autori tanto diversi fra loro (non lasciatevi ingannare da queste
dannate etichette) è un rapporto con il lettore che prendendo a prestito
dal linguaggio dei computer definirei più "friendly": nessuno di loro si
permette di annoiare, nemmeno quando affronta contenuti complessi, discorsi
importanti. Tutti sentono l'urgenza della sfida con gli altri media
narrativi che hanno dalla loro la forza dell'immagine, e cercando di
avvincere, emozionare. Chi con la scrittura (Scarpa, Nove, Pinketts), chi
con la forza dell'invenzione narrativa (Ammaniti, e mi ci metto anch'io
visto che in sua compagnia si ride e si scherza e si sta benissimo).
La pubblicazione di racconti in rete e' ormai un dato di fatto ed e'
una pratica molto diffusa tra gli autori in cerca di editore. E più di
qualcuno si chiede se chi pubblica in rete sia già "scrittore" o se ci voglia
sempre la benedizione di un editore...
Mah. Il talento è talento e niente vieta di immaginare che si formi col
tempo una "controproduzione" narrativa dedicata in parte o esclusivamente
alla rete, in cui ritroveremo le stesse differenze e le stesse gerarchie
che ci sono ora fra scrittori buoni e cattivi. Sarà interessante vedere in
che modo e in quale misura la specificità del mezzo influenzerà le forme,
le modalità narrative, la ricezione dei lettori. Per le vie "normali" si
pubblicano troppi libri mediocri, da parte di tutte e sottolineo tutte le
case editrici, per ritenere ancora che il vaglio editoriale sia garanzia di
qualità. Qualche volta lo è, qualche volta francamente no.
Bookcafè si occupa di inediti e di scrittura. E anche tu hai molte
occasioni di incontrare persone che vogliono perfezionare il loro modo di essere
narratori. Il tuo consiglio piu' frequente?
Tengo pure un corso di scrittura creativa, presso gli Archivi del '900 di
Milano. Fra i mille consigli che si possono dare a una persona che voglia
esordire nella narrativa troverei una sintesi niente male in ciò che Borges
padre ebbe a dire a Borges figlio, quando quest'ultimo rese nota la propria
vocazione letteraria: "Per diventare un bravo scrittore ricordati, Jorge,
di fare queste quattro cose: leggere moltissimo, scrivere moltissimo,
stracciare moltissimo e pubblicare tardissimo". Quando capitò a me di
riferire la cosa a mio padre (vengo da una famiglia modesta, come Elkann,
De Carlo e la Capriolo), lui ascoltò con aria annoiata le parole del
vecchio Borges e chiosò: "Gli avrà anche raccomandato di mangiare
pochissimo, nel frattempo". Scherzi a parte, non c'è scrittore che non sia
anzitutto un grande lettore: forte sui classici, capace di annusare le
nuove tendenze, abile a smontare freddamente un meccanismo narrativo e
vedere come funziona, senza farsi troppo prendere dall'emotività.
"Un bacio al mondo" raccoglie i racconti che ami di più. Ti va di
parlarcene?
Credo onestamente di essere più bravo nel racconto che nel romanzo. Il mio
amico Doninelli dice che questa è una grande dote, perché l'arte del
racconto breve è infinitamente più difficile di quella del romanzo; tutti
sono in grado di scrivere una cosa breve appunto perché... è breve, ma il
capolavoro è decisamente raro. In realtà dal punto di vista editoriale il
romanzo ha sempre avuto vita più facile, per il semplice motivo che è più
facile parlarne, comunicare su di esso, in tutta una serie di passaggi in
cui è necessario farlo: l'autore che propone un romanzo può sintetizzarlo
facilmente, farne un sunto che può già destare interesse e curiosità nel
suo interlocutore editoriale, mentre per i racconti come si fa? Lo stesso
problema avrà il lettore che farà la scheda, l'editore che la leggerà e
dovrà, se prende il libro, parlarne alla forza di vendita. Stessa
difficoltà per i venditori con i librai, per i librai con i clienti, per i
recensori...
A parte questo, credo che alcuni dei racconti di "Un bacio al mondo" siano
davvero riusciti, cioè abbiano una qualità esplosiva. Prevalgono atmosfere
molto dure, spesso angosciose, fra Buzzati, Duerrenmatt, Kafka e compagnia,
ma nelle storie c'è sempre qualcosa (la trama, un personaggio,
un'ossessione) che alla fine, quando ricominci a respirare, ti fa dire:
"Però, accidenti!...". Anch'io non mi permetto - non mi permetto mai - di
rovesciare le mie ossessioni fobie manie addosso al lettore senza
regalargli, in cambio della pazienza con cui mi legge, un momento di pura
gioia estetica, un'emozione profonda. Uno per ogni racconto, qualche volta
anche più di uno. Almeno, ci provo.
[Giuseppe Granieri]
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