Matteo Galiazzo è nato nel 1970 a Padova. Vive a Genova dal 1970, dove vende
stampanti termiche per codice a barre. Ha pubblicato la raccolta di
racconti Una
particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997). Nel 1999 ha
pubblicato il romanzo Cargo, sempre per lo stesso editore. Ha partecipato alle
antologie Gioventù cannibale (Einaudi 1996) e Anticorpi (Einaudi 1997) e a
molte
altre.
Scrive gratis sul mensile Rockerilla.
Ha partecipato per noi alla scrittura del volune
Istruzioni per un racconto.
…Venne la narrativa italiana. E fu cosa buona e giusta. Ma venne davvero?
Mah. Non sono sicuro di aver capito bene la domanda (cominciamo bene). Ho
visto in altre interviste sul vostro sito che si parla di "inesistenza"
della narrativa italiana. Probabilmente si intende dire "inconsistenza" (in
effetti nel gergo giuridico "inesistenza" di un qualcosa indica una mancanza
talmente grave degli elementi essenziali di quel qualcosa da poterne
postulare la non esistenza). Io propongo di usare "irricevibilità", che ha
lo stesso significato, ma dà luogo a meno equivoci.
Venendo al tema. Io non mi sento in grado di dire se la narrativa italiana
esiste o non esiste, se sia ricevibile o meno. La narrativa è un fenomeno
composito, formato da tanti autori e tanti libri. Unendo insieme i puntini
non è detto che si formi un'immagine coerente su cui dire cose intelligenti.
Io sono refrattario ai giudizi globali sui fenomeni compositi, perchè non
servono a niente, perchè di solito non dicono niente dei fenomeni di cui si
sta parlando. Questo deriva dalle mie convinzioni gestaltiche. Non credo
alla coerenza di niente, quindi mi attribuisco possibilità di giudizio molto
limitate.
Insomma, non saprei proprio rispondere.
Per qualche motivo va sempre a finire che, per focalizzare su una
questione, si divide il mondo in due come una pera.
Secondo te chi ha diviso in due la pera della letteratura tra scrittori italiani e
stranieri ha avuto ragione a non dividerla a metà?
Gli scrittori italiani hanno le carte in regola per confontarsi gli altri?
Ecco, anche a questa non so rispondere, più o meno per gli stessi motivi di
cui sopra. Io non credo che narrativa italiana e narrativa straniera siano
così facilmente confrontabili. Possiamo fare un confronto autore per autore,
ma è lo stesso complicato, perché ogni libro è un sistema complesso che
difficilmente si può confrontare con un altro sistema complesso. Non
credo che la nazione in cui si nasce e si vive abbia tutta questa influenza
sulla scrittura. Forse sì, boh.
Poi non capisco molto il termine "confrontarsi". Io non credo che alla base
della narrativa ci debba essere la competizione, addirittura la competizione
tra nazionali diverse.
Accantonando per ovvi motivi gli autori testi universitari che,
immaginiamo, tormentano le tue notti, aiutaci a rimpinguare la nostra biblioteca
domestica.
Sussurraci i nomi degli scrittori che hanno accompagnato il tuo tempo.
Mah, io non sarei così drastico sui testi universitari. Alcuni mi hanno dato
molto, molto di più di quanto non mi abbia mai dato un romanzo. Forse il
fatto è che io, per essere uno che pubblica narrativa, non amo granché la
letteratura. Trovo che raramente gli autori di letteratura abbiano veramente
qualcosa da dire. Ad esempio uno dei libri più belli che io abbia mai letto
è "Gödel, Escher, Bach, Un'eterna ghirlanda brillante" di Douglas
Hofstadter. Non è un testo universitario, ma non è narrativa. Un altro
assolutamente fantastico è "La realtà inventata"; una raccolta di contributi
sul costruttivismo. Oppure "Dio e la nuova fisica" di Paul Davies. Sono
libri molto emozionanti. Il libro di Hofstadter poi è un vero e proprio
capolavoro di invenzione e divulgazione.
Tornando alla narrativa: gli autori che suggerisco. Il primo è sicuramente
Dario Voltolini. Dario Voltolini ha scritto tre libri che credo entreranno
nella storia della letteratura italiana. Quello più bello secondo me è
"Forme d'onda". E' un libro che ha spostato di lato il pesantissimo
baricentro della narrativa italiana. C'è dentro una libertà formale
assoluta, sono racconti e prose molto brevi. Alcune sono proprio delle
poesie scritte senza andare a capo. C'è una sapienza totale nell'uso delle
parole, nello studio delle loro influenze reciproche. E' una specie di
trattato architettonico del linguaggio. Potrei scriverne per pagine e pagine
(infatti ho scritto per giorni e giorni febbricitanti fax a Dario Voltolini
elaborando credibili teorie secondo cui "Forme d'Onda" è il Sacro Graal). Io
lo trovo proprio un libro dalla bellezza sconvolgente. Tra l'altro c'è
dentro quello che io trovo il racconto perfetto, "Basta Paolo".
Un altro autore che ammiro molto è Giulio Mozzi. Mi piace specialmente il
suo primo libro: "Questo è il giardino". Mozzi fa letteratura partendo dal
tentativo di essere totalmente e assolutamente sincero su tutto. Io non
credo che esista materialmente la sincerità totale, ma dal punto di vista
letterario quello che fa Giulio è molto bello, proprio perché crea degli
effetti lacerocontusi.
Poi la scrittura di Mozzi mi ha sicuramente influenzato moltissimo. E' molto
potente, e continua a rimbombarti dentro. Ancora adesso, ogni tanto, io
credo di aver acquisito questa "modalità Mozzi", che poi non è altro che una
particolare lentezza nel pensare e scrivere, una lentezza che però diventa
un inesorabile avanzare, passo dopo passo.
Penso che Mozzi sia molto utile per chi scrive. Lui tiene anche dei corsi di
scrittura creativa, qua e là. Ha anche pubblicato diversi saggi sulla
scrittura, molto interessanti.
Ci sono poi degli autori che rimangono ingiustamente nell'ombra, nel
panorama letterario italiano.
Ad esempio c'è il grande Vitaliano Trevisan, che ha scritto "Un mondo
meraviglioso" (Theoria), un romanzo bellissimo che ti tiene la faccia
schiacciata contro la pagina dall'inizio alla fine.
C'è Paolo Nori,
con "Bassotuba non c'è" (DeriveApprodi), ma penso che il
fenomeno Nori esploderà tra poco, e che lui diventerà famosissimo e
ricchissimo. Allora tutti ne parleranno male, ma per il momento "Bassotuba
non c'è" resta un gran bel libro.
Poi ad esempio c'è Diego De Silva, con "La donna di scorta" (Pequod). De
Silva è veramente uno scrittore completamente maiuscolo, e spero che molti
se ne accorgano. L'anno prossimo pubblicherà un romanzo per Einaudi.
Internet e’ arrivato…e la prima impressione è cio’ che conta. Le tue
prime impressioni sull’editoria in rete?
Internet dà la possibilità a chiunque di mettere in rete il proprio racconto
o il proprio romanzo. In questo senso è impressionante. Da qualunque punto
del mondo è visibile questa mia cosa, c'è questa possibilità potenziale
incredibile. Però nella pratica non vuol dire che tutto il mondo leggerà il
mio racconto. In realtà la rete è molto dispersiva, ed è giusto che sia
così.
Invece penso che la posta elettronica abbia provocato un riavvicinamento con
la pratica della scrittura, dopo un secolo di comunicazioni telefoniche. Non
so se questo farà bene alla letteratura, ma certo aumenta la qualità della
vita, perchè scrivere secondo me è molto bello.
Abbiamo il pennino e il calamaio. Un foglio di carta, certo, ma adesso,
per iniziare a scrivere, di cosa abbiamo bisogno?
La scrittura è una cosa strana. Sta a metà strada tra il materiale e
l'immateriale, tra il pensiero e l'azione.
La scrittura poi è l'arte povera per eccellenza, perchè costa pochissimo
rispetto alla fotografia, alla pittura, o al cinema.
Secondo me per scrivere bene non occorre nemmeno aver letto moltissimo.
Certo, di solito chi scrive è anche un lettore appassionato, ma io non
enfatizzerei troppo questa cosa. Scrittura e lettura sono due cose
abbastanza diverse tra loro. Non è detto che chi ha letto di più sappia
scrivere meglio.
Io credo che si impari a scrivere bene anche semplicemente leggendo dei
brutti libri ed evitando di ripetere quegli errori che si notano. Anzi,
forse si impara a scrivere bene più dai libri brutti che non dagli altri.
Questo perché scrivere bene secondo me significa soprattutto evitare di
scrivere certe cose, quindi usare un filtro che faccia uscire solo alcune
cose e non altre.
Occorrerebbe anche rivalutare il ruolo dell'ignoranza. Evitando di entrare
nel Celentanesimo, trovo che per costruire qualcosa di nuovo in campo
artistico sia preferibile partire dalla non conoscenza piuttosto che dalla
ultraconoscenza. Conoscere molto bene la letteratura rende molto complicato
scrivere, ecco.
Perdersi in un frattale è cosa semplice e insieme concettualmente
impossibile. I capitoli del tuo ultimo romanzo, riportano la numerazione in
frattali, appunto. Raccontaci, c’è rischio di smarrimento nel tuo Cargo?
I capitoli di "Cargo" si chiamano frattali. C'è perfino un motivo. I
frattali sono disegni geometrici (sono grafici di equazioni matematiche
ricorsive) che hanno delle particolarità interessanti. Sono figure
autosimili a diversi livelli di scala. In sostanza significa questo: guardo
un frattale e vedo una figura. Ingrandisco il frattale e vedo che la figura
è formata da tante piccole figure simili, simili anche alla grande figura di
partenza. Ingrandisco una delle piccole figure simili e trovo che è formata
da tante figure ancora più piccole. Questo processo di ingrandimento può
andare avanti all'infinito, e continuano sempre a emergere le stesse figure,
mai completamente identiche, ma simili tra loro.
Questo ha molto a che fare con "Cargo". In Cargo c'è questa cosa, per cui
ogni universo è formato da tante molecole, che se ingrandite si rivelano
essere ognuna un universo, formato a propria volta da tante molecole che se
ingradite si rivelano essere ognuna un universo, eccetera. Quindi c'è questa
figura di infinito molto simile a quella dei frattali.
Inoltre c'è questa cosa, la procedura di avvicinamento e allontanamento. I
frattali visti così non hanno niente di particolare, sono solo dei disegni.
E' solo ingrandendoli che mostrano la loro particolarità. In Cargo ci sono
molti avvicinamenti e allontanamenti. Si passa in poche righe dal sistema
solare a una particolare casa, dal generale al particolare, dall'universale
al singolare. E' un movimento che mette in contatto l'infinitamente grande
con l'infinitamente piccolo, proprio perchè "Cargo" è un romanzo a diversi
livelli di scala.
I tuoi prossimi appuntamenti con la scrittura?
Chi lo sa. Devo rivedere due testi che forse usciranno per Einaudi.
Si tratta di due romanzi brevi che occorre allungare un po'.
Uno è nato come romanzo breve per bambini, parla di un bambino selvaggio che
cresce in un bosco allevato dalle formiche, e crede di essere una formica.
Le formiche lo usano come bestia da soma, per i lavori pesanti, o come
macchina da guerra. Il testo mi era stato chiesto per una collana per
ragazzi, quindi io l'ho scritto in un certo modo. Poi però non se n'è fatto
niente, e adesso voglio riscriverlo da capo senza le autocensure dovute al
target infantile. Chissà cosa ne viene fuori.
Poi vorrei scrivere un romanzo lungo sulla reincarnazione ambientato qua e
là. Per il momento ho solo il titolo: "Tutto si distrugge".
[Bianca Di Vito]
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