
Del nostro cervello e di come funziona sappiamo poco o niente, ma le nuove tecnologie stanno aiutando la scienza a «metterci mano». E man mano che si scoprono cose nuove, si fanno congetture, si svolgono esperimenti, tutte le aree scientifiche cominciano a trovare una nuova narrazione che si costruisce intorno al modo in cui il nostro cervello «lavora». Si sente sempre più spesso parlare di «neuro-economia», di «neuro-[disciplina]», anche se i maggiori esperti sostengono che arriverà un momento in cui il prefisso «neuro» sarà inutile. In fondo è nel nostro cervello che elaboriamo la realtà e capire come funziona ci aiuterà a descriverla meglio.
La letteratura non fa eccezione. Capire come il nostro cervello elabora le narrazioni e come costruisce il piacere dell'ascolto o della lettura della storia è importante anche per poter concettualizzare e codificare il modo in cui le storie si narrano. Così non stupisce che oltreoceano, con un dibattito partito alcuni giorni fa dal solito New York Times, se ne stia parlando molto.
Il pezzo del New York Times si intitola
Next Big Thing in English: Knowing They Know That You Know. E The Neurocritic fa un buion riassunto del dibattito, raccontando come siamo arrivati -nella critica letteraria- da Marx alla «risonanza magnetica funzionale»:
Professor of Literary Neuroimaging.