#Storytelling. Le lezioni di Game of Thrones

Game of Thrones In 140 caratteri: «Se l’attenzione è la risorsa scarsa, ecco come il Trono di Spade si conquista la nostra»
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Un paio di avvertenze. La prima, in questo post non ci sono spoiler (e, avendo sempre evitato accuratamente di leggere i post sul Trono di Spade che mi apparivano con estrema frequenza nei feed, approvo la mozione di Dave Winer per mettere uno spoiler-alert su Facebook).
La seconda: Ho aspettato di finire di vedere la quarta stagione per scrivere questo post, quindi se commenti su Facebook (o altrove) sei pregato di non darmi spoiler sulla quinta. Io sono uno che quando compra un libro dei suoi autori preferiti nemmeno legge la quarta di copertina per non sapere nulla della storia.

Il segreto di alcuni eroi seriali
Molta gente non legge abitualmente perché magari non ha incontrato nella sua vita un page-turner, uno di quei libri che ti tengono incollati alla storia e non ti fanno smettere -appunto- di andare avanti con la lettura.

Su questo fronte è interessante la scelta di Amazon di pagare gli autori in base alle pagine lette. Se dovesse prendere piede, obbligherebbe a scrivere per tenere alta l’attenzione del lettore (e probabilmente ad applicare la regola di Hemingway: «La scrittura è sottrazione»).
Ma sulla logica di Amazon e le sue complesse implicazioni vorrei farci un altro post, dedicato.

Torniamo a quanto ci vincola a una storia. Molto spesso -almeno in base alle mie preferenze personali- l’eccesso di descrizione o le pippe psicologistiche mi fanno immediatamente mollare il libro e mettere l’autore nella black-list.
Per questa ragione alcuni dei miei eroi seriali preferiti sono Jack Reacher e Joe Pike. Sono l’esempio forse più fulminante del mantra americano: show, don’t tell. Personaggi profondi che tuttavia non ti raccontano mai direttamente l’inquietudine. Te la mostrano attraverso la storia.

Il mio personale mistero sul Trono di Spade
Come sanno i miei amici (Giovanni in particolare, che con le serie Tv ci respira e ci fa ricerca, mi prende sempre in giro), io non amo le serie Tv. Ma quando abbiamo iniziato a guardare Game of Thrones con Carla ci siamo incollati. In poche settimane abbiamo bruciato quattro stagioni.

E io me ne spiegavo la ragione con diversi argomenti. Lo show, don’t tell (rarissimo in fictionazze come «Le 3 Rose di Eva», in cui tutti piangono o vanno sopra le righe per supplire a un plot e a un design dei personaggi privo di genio), la ferocia di certe scene che evidenzia il «buono» quando appare senza farti sentire appiccicoso di melassa.

Il rapporto tra reale, magico e poetico nella narrazione, che un fisico -se hai voglia di approfondire- racconta benissimo. Lo sintetizzerei così: «la scienza è ciò che ci aiuta a raccontare il mondo, la magia e la poesia ci aiutano a spiegarci il resto».

Qui Game of Thrones è fantastico. La crudezza della realtà è mischiata al possibile, al sogno, alla sorpresa (i draghi, gli estranei). Ma c’è molta scienza dietro una narrazione costruita in questo modo.
Ma fatti un’idea, poi arrivo al punto: Telling Stories About Magic In A World Of Science.

Il vero segreto di Game of Thrones
Come spesso accade, mi spiego le cose con le idee di altri. Geme Muzones ha messo insieme le vere ragioni per cui a me Il Trono di Spade è piaciuto tanto.

Te ne racconto un paio, ma poi leggi il suo post. La prima è che siamo tutti cresciuti seguendo le storie con una logica essenziale: non può morire il protagonista, se no finisce la storia.

George RR Martin invece su questo ci gioca, ti fa identificare con un personaggio e poi lo fa morire. Nel post di Geme c’è una striscia che racconta di un fan che -alla morte di un suo eroe- prende un aereo per Santa Fe, va a casa di Martin e lo prende per giacca urlandogli: «Perché?».

Però tutto questo toglie sicurezza (e prevedibilità) alla storia. E quindi stai lì, all’ottava puntata della quarta stagione e non vedi l’ora di guardare la nona per capire se Tyrion Lannister muore o no. E la nona puntata ti uccide parlando di tutt’altro, così corri a guardare la decima. (Ci abbiamo messo un’ora di intervallo per cenare, ma Carla non resisteva e ha googlato per sapere come andava a finire).
Ora pensa all’attenzione, al valore dell’attenzione nella nostra epoca e a come Martin la gestisce magistralmente, sommandola alla motivazione a proseguire.

La cura maniacale dei dettagli
Nel raccontare i suoi libri sullo schermo, Martin ha avuto grande buon senso, comprendendo il medium adatto. Ha detto all’agente: «Non facciamone un film, facciamone una serie tv. In un film dovrebbero tagliare troppo perché sia comprensibile». Se hai letto Hunger Games e visto i film capisci bene il senso.

Ma anche la scelta degli attori, fatta personalmente e con molta precisione. Non puoi immaginare Tyrion Lannister se non con Peter Dinklage. grandissimo anche nell’ultimo X-Men. O nella scelta di Jack Glesson per interpretare Joffrey Baratheon («Il personaggio più odiato della Tv»).
Scelta sintetizzata nella frase che Martin pare gli abbia scritto in una lettera: «Congratulazioni per la tua performance. Ora tutti ti odiano».

Lo storytelling di Game of Thrones
A questo punto non posso che rimandarti al pezzo di Geme, che ha un titolo molto esplicativo (e che la racconta molto meglio di me): Why You Should Hire Game of Thrones Author George RR Martin to Promote Your Business

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