Senza perdere la ragionevolezza

La «vicenda Urru» ha tutti gli estremi per diventare un caso di scuola sui rapporti tra giornalismo e modernità. Ne hanno parlato Marco (La realtà non corre alla velocità di un “tweet”), Luca con la sua risposta, poi anche Mario Calabresi. E ovviamente se n’è parlato molto in rete (se vuoi, guarda anche il riepilogo di Pier Luca).

Aggiungo i miei due centesimi, più per tenerne traccia che per altro. E non tanto per i fatti in sé del caso Urru, quanto per chiarire a me stesso alcuni problemi di configurazione del ragionamento.

Secondo me una impostazione corretta del discorso potrebbe tener conto di qualche punto fermo:

a) In questo contesto, Twitter non funziona bene come «soggetto della frase» (così come non funzionerebbe Facebook, o Internet o Il Popolo della Rete). Il punto non è questo o quel social network, ma il modo in cui li usiamo. Twitter è una piattaforma di «distribuzione» dei contenuti, che ha le sue regole implicite. Regole che funzionano alla grande per l’ecosistema dell’informazione in alcuni casi (ne avevamo parlato qui e qui), mentre funzionano meno alla grande in altri. Il punto rimane: nuovi strumenti, come usarli meglio?

b) I social network in generale e Facebook e Twitter in particolare rendono semplicemente esplicita la circolazione delle notizie, che prima non potevamo tracciare (perché non potevamo seguire i commenti dei lettori a casa o al bar). Certo, aumenta la scala e la velocità con cui i lettori redistribuiscono le notizie. E questa è una cosa di cui il giornalismo deve tener conto prima. Semplicemente è così che funzionano le cose oggi.

c) È evidente (almeno per me, ma magari sbaglio) che un ecosistema così nuovo e potente (e anche molto efficace) implica delle responsabilità nuove. Che da un lato toccano le skill professionali del giornalista e dall’altro l’«educazione ai media» dei lettori.

È un passaggio credo importante: se vogliamo fare informazione oggi dobbiamo tener conto che parte del lavoro di mediazione (che prima spettava ai gatekeeper in regime di scarsità) si è spostata sul lettore. Ed è uno snodo cui il nostro sistema educativo non ha ancora preso le misure. Ma, in un certo senso, è anche qualcosa su cui riflettere da un altro punto di vista, quello del modo stesso in cui il giornalismo a volte abdica alla sua funzione di divulgazione e di educazione dei lettori.

d) last but not laeast, io non perderei il senso di prospettiva. Il redesign dell’ecosistema informativo è ancora molto giovane, lo stiamo inseguendo da pochissimi anni ed è impensabile -a mio parere- che si debba già considerarlo maturo. È un processo ancora in corso, appena iniziato. E ragionare su questi temi con responsabilità, secondo me, richiede un po’ di senso del futuro.

Detto questo, per quello che vale, la solita lettura bonus. Ho trovato stamattina un lunghissimo articolo che tratta anche della trasformazione del giornalismo e che forse è utile condividere.
Il pezzo -lo confesso- mi ha lasciato perplesso in alcuni passaggi (guarda caso quelli in cui manca il senso del futuro), ma vale una riflessione: Why has the Internet changed so little?

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