Re: 5 minuti di sano pessimismo, ovvero dialogo tra Don Chisciotte e Sancho Panza

Come spesso accade le risposte di Mantellini, nate come semplificazioni,

finiscono per tiranmi

dentro ragionamenti complessi. Inoltre, anche Biccio

mette altra carne sul fuoco osservando da una angolazione

diversa.

Per provare a spiegare il

mio punto di vista (cosa non facile anche per limiti miei)

tento di isolare i vari aspetti del problema, molti dei

quali galleggiano inespressi sia nel mio

primo post

sia in quello di Mantellini.

Sia chiaro a priori che provare a controbattere è una sfida argomentativa anche per me.

I primi tre punti vertono più sul metodo, i restanti sui contenuti.

1. Due o tre dimensioni. Uno dei problemi di quella che sorridendo e giocando

con etimi greci chiamerei “retologia”, è rappresentato dalla caretteristiche intrinseche

dell’oggetto in discussione. La Rete è un concetto poco maneggevole. E’ un network?

E’ un medium? E’ una rete di computer? E’ la somma delle sue applicazioni? E’ una

Rete di persone? Si deve analizzare con un approccio informatico? Cognitivo? Fisico?.

Il tipo di approccio ad un problema, si sa, cambia il modo di descriverlo e di pensare soluzioni. Si narra

che di fronte alla legislazione sull’inquinamento, la Toyota assunse mille ingegneri

e la General Motors assunse mille avvocati.

I discorsi sulla Rete non fanno eccezione,

poichè se si legge lo studio di un fisico, la Rete sarà un sistema di nodi che tende ad evolversi

secondo determinate regole, mentre se si legge l’analisi di un cognitivista la Rete sarà

uno strumento che in qualche modo ci forza a pensare diversamente.

Dunque guardare la Rete da un solo punto di vista è come guardare una sfera attraverso

solo due dimensioni: non c’è nulla da fare, sembrerà un cerchio. La difficoltà

di cui parla Mantellini di comunicare la Rete al di fuori della Rete stessa è nel

99% dei casi derivante da questo tipo di “trattazioni parziali” (oltre che da fattori culturali

intrinseci).

Io, personalmente, sono convinto che Bruce sterling abbia ragione quando dice che:

«Network dotati di miliardi di connessioni e milioni di

nodi non possono comportarsi come reti ferroviarie: perché arrivano

là dove alle ferrovie è negato l’accesso, dentro gli aspetti più personali della cultura,

come la scrittura, la pittura e la musica.»

[Bruce Sterling,

target="_blank">Tomorrow, now]

Questo approccio apre il fianco a due altre considerazioni sulla realtà italiana.

Da un lato la necessità di studiare la Rete con metodi interdisciplinari, simili a quelli dei

cultural studies

(notoriamente invisi all’accademia nostrana, abituata a portare cappelli quadrati e a dire

che il sombrero non esiste). Dall’altro la considerazione che nella nostra lingua (una specie

di oasi antropologica in un network che comunica e divulga in inglese) non c’è quasi

letteratura specialistica. Nell’area anglossasone alcuni concetti fondamentali per

comprendere la Rete e le sue dinamiche (come il concetto di reputazione) sono

molto più di uso comune. Perchè c’è ricerca (ci sono centinaia di fisici, cognitivisti,

sociologi, ecc che stanno descrivendo finalmente la Rete). Ma soprattutto c’è

divulgazione.

2. Il problema della terza dimensione. Umberto Eco nel suo famoso libretto

su come si

fa una tesi di laurea sosteneva giustamente che esistono argomenti «non affrontabili intellettualmente».

Questa estate cercando di digerire migliaia di pagine di analisi e ricerche per scrivere

Blog Generation me ne sono accorto

sulla mia pelle. L’obiettivo, puramente divulgativo, di analizzare e raccontare ciò che i ricercatori

nei diversi settori stanno scoprendo e di cercare di costruire una visione di insieme è stato difficile

da ottenere (e non so se l’ho ottenuto, alla fine) in 180 pagine. Figuriamci in un post o due cosa

possiamo ottenere.

Di fatto, esaminando la Rete nelle sue tre dimensioni e raccogliendo molta letteratura scientifica, mi sono

convinto che uno degli errori più frequenti sia quello di applicare ad Internet paragoni con

altre realtà che tutti conosciamo. E’ normale che sia così, perchè è così che funziona la conoscenza umana. Apprendiamo per

analogia. Tuttavia il paragone di Internet con i media tradizionali (o con altri sistemi esistenti)

non regge da nessun punto di vista. Se ce ne fossimo accorti prima non avremmo (come società) investito

milioni cercando di ricreare nei portali l’opulenza televisiva. E questo rende fragili alcune considerazioni,

che spesso facciamo, come ad esempio il paragone tra il pubblico della Rete e la massa raggiunta

dal broadcasting.

La Rete è dunque un oggetto completamente nuovo, con le sue regole e le sue dinamiche. Il fatto che

regole e dinamiche non abbiano altri modelli, ne rende la comprensione poco intuitiva. Per questa ragione,

scrivendo Blog Generation

ho tenuto sempre a mente le obiezioni di Mantellini e Metitieri. Che, come vedremo, sono portatrici a mio parere di

un alto contenuto di senso comune, poichè si basano su paragoni intuitivi.

I temi toccati da un simile ragionamento ampio erano tali che

alla fine anche lo spazio del libro (oltre che delle mie capacità mentali) è risultato angusto.

Non so se lo leggeranno mai, se arriveranno vivi alla fine (la mia scrittura

ucciderebbe un bisonte) e soprattutto non so se li convincerò. Ma non è questo il problema :)

In ogni caso, la Rete è molto più veloce di noi (mille persone la stanno cambiando mentre noi scriviamo un solo post)

e questo dovrebbe insegnarci almeno l’umiltà intellettuale di arrivare con qualche attenuante nei confronti

del ragionamento. Non diremo mai l’ultima parola, nè l’ultima parola esisterà. E’ importante pero’ confrontarci

tenendo sempre presente che esistono altri punti di vista e che quei punti di vista non sono opposti, ma

complementari. E che tutti insieme aiutano a comprendere.

3. Presente e futuro. Un altro dei problemi che abiamo, parlando di Rete, è che spesso

invece di «descrivere», «prescriviamo». Migliaia di prescrizioni su come Internet sarà ci hanno resi giustamente

scettici. Se a questo aggiungiamo le considerazioni sulla scarsa intuitività dei meccanismi di Rete, uno

scambio di opinioni tra me e mante diventa tranquillamente un dialogo tra

Don Chisciotte e Sancho Panza.

Eppure anche questa considerazione apre un argomento nuovo. Se tutti facessimo come Sancho, la Rete non crescerebbe.

Se nessuno si sporcasse mai le mani, non avremmo innovazione. Se nessuno ci avesse mai creduto, se nessuno avesse allargato mai

il discorso, se nessuno avesse sperimentato e teorizzato, non avremmo oggi

Liber Liber, le

Creative Commons e

milioni di altre cose che ci sembrano irrinunciabili, ma che al momento della loro nascita a tanti Sancho

di turno sembravano mulini a vento.

Se Sancho Panza avesse avuto sempre ragione, avremmo corso meno rischi ma avremmo

avuto poco in cambio. E’ l’essenza della Rete. C’è chi la guarda come guarda la televisione e c’è chi,

credendoci, la fa. Goccia a goccia, Errore dopo errore. E come ormai quasi tutti possiamo notare,

oggi non abbiamo più la scusa di «non poter fare». Possiamo.

Da questo punto di vista io mi sento, come dice Mantellini, un inguaribile ottimista. Tuttavia, almeno finchè non mi convinco

del contrario, quando scrivo di Rete tento di descrivere e non prescrivere. In genere

ovunque uso pochissimi verbi al futuro. Le cose, stanno succedendo. A volte basta solo guardare in tre dimensioni.

4. La popolarità naturale delle idee. Entriamo nello specifico della discussione. La principale

obiezione di Massimo è:

«Non mi pare allora che sia obbligatorio che quando “ciascuno parla come ritiene e le sue idee

troveranno il consenso che naturalmente meritano”. Mi pare anzi che cio’ avvenga solo raramente.»

I mattoni su cui costruisce questa sua opinione sono i seguenti: Da un lato, dice Massimo:

«io continuo a pensare che i risultati migliori in termini di grande conversazione

li si ottengano dentro piccole conversazioni.»

e dall’altro fa un salto, spostando la questione dal ragionamento interno alla Rete (la popolarità

delle opinioni) verso la comunicazione esterna/interna come se le

regole della Rete si applicassero pedissequamente anche al mondo fisco e agli

altri media:

«Se dovessi dare retta a g.g. dovrei dire che le idee che abbiamo in tanti espresso in questi anni sullo sviluppo di Internet in

Italia hanno trovato “naturalmente” il consenso ( meglio la mancanza di consenso) che meritavano. E nonostante io non sia

esattamente uno sbruffone semplicemente non credo che sia cosi’. So bene invece che normalmente, anche in rete, il consenso

passa per strade ben piu’ tortuose del naturale euforico propagarsi virale delle grandi idee. Sono le meraviglie della

comunicazione elettronica, giano bifronte, potentissimo e contagioso in mano alle persone intelligenti ed altrettanto

(e a volte pure di piu’) nelle povere mani degli imbecilli.»

Ora, sforzandoci di non cadere nella trappola e di mantenere il discorso

su ciò che accade in Rete, la questione della diffusione delle opinioni

è un dato ormai acquisito e studiato. E’ descrizione, non precrizione.

Vediamo un paio di esempi, ma se ne potrebbero fare centinaia, se impariamo a

riconoscerli fanno parte del nostro quotidiano. Il primo caso che mi viene in mente

(per una serie di altre ragioni che riguardano le leggi della mediafera e non

della Rete) è addirittura uscito dalla Rete.

Quando Andrea si inventò

la storia del Bookshifting, il suo weblog faceva una media di 70 accessi

al giorno. E ha continuato a farli per un po’ anche dopo. Tuttavia l’idea del

bookshifting ha trovato naturalmente una sua popolarità, è diventata un meme,

una informazione culturale. Ha trovato il suo consenso persino fuori dalla Rete

(Radio Rai, L’espresso, La Stampa) e oggi ci sono librerie che espongono

il cartello: «qui da noi il bookshifting è benvenuto».

Si potrebbero fare altri esempi noti, come l’idea del google bombing, o

la notorietà di alcuni libri e gruppi musicali, che

pur non partendo da nessun centro “forte” si sono affermati in Rete, diventando

popolari perchè semplicemente interessavno le persone. Ma questa cosa succede ogni giorno,

con dimensioni maggiori o minori, in funzione della forza delle idee.

Perchè accade questo?

5. Le regole della conversazione. Ha ragione, apparentemente,

Massimo quando dice che

«i risultati migliori in termini di grande conversazione

li si ottengano dentro piccole conversazioni.»

E’ una cosa indubbiamente vera, anche se parziale. Quando Mantellini dice questo, i suoi interessi personali sono una discriminante

di rilievo. A lui non interessano gli argomenti di cui discutono

Supremazia del caso o Insolita Commedia.

E probabilmente viceversa.

Tuttavia gli interessi personali di Mantellini (o di chiunque altro) non esauriscono la Rete. Mentre

noi parliamo qui, altri contemporanemente stanno trattando altri temi. E, quasi paradossalmente,

non dobbiamo fare l’errore di pensare che alcuni siamo migliori di altri o più seguiti di altri.

Tempo fa io fui linkato su un blog di una ragazzina, che aveva scoperto il “gioco delle affinità elettive”

che facemmo un paio d’anni fa. Per quanto non sia intuitivo, ebbi da lì molti più accessi che da una citazione

in un post dibattito di Macchianera. Il rapporto era di 3 a uno. Ed è solo un esempio.

Quello che tutti possiamo vedere è che esistono molte micromunità (io le chiamo «piccoli mondi») che si aggregano su temi di vicinato. Però lo stesso

Mantellini non è un monolite e frequenta diversi piccoli mondi. Legge Mozzi

e tanti altri che non si occupano di dialer e tecnologia. Entra in contatto con altre conversazioni. Ognuno entra in contatto con una minima parte

di questi mondi, ma se spostiamo il discorso su tutti noi, ogni individuo ne frequenta una certa quantità e «fa da connettore di Rete»

nelle conversazioni.

Scuccede così che le idee con particolare forza (perchè interessano naturalmente le persone) comincino a muoversi

da una comunità all’altra e diventino più o meno popolari. Ci sono diversi tipi di flussi, spesso di

«traduzione». Traduzione che avviene sia quando contenuti in inglese vengono portati nelle comunità italiane,

sia quando è una traduzione da un registro all’altro. Un ricercatore scrive una cosa complicata, Mante la traduce

in un linguaggio più semplice, uno dei suoi lettori la ritraduce nel suo registro, e così via. Finchè la carenza di

interesse ne ferma naturalmente il lavoro di diffusione. Chi ne avesse voglia può andare

a vedere come (prima della traduzione italiana) la conoscenza del contenuto di

Linked

(un libro di un fisico che già divulgava altri fisici) sia finita negli ambienti più diversi.

I meccanismi per cui questo accade sono stati osservati dalla letteratura scientifica (fisici e cognitivisti in

particolare) e si possono descrivere molto meglio, a patto di avere una trentina di pagine :)

Un sistema imperfetto. Se l’assunto democratico secondo cui per «naturale» forza le idee

si propagano in Rete è sicuramente un’ottima cosa, non si tratta di un sistema perfetto. E non per le obiezioni

soggettive di Mantellini sulla qualità, quanto per alcune caratteristiche intrinseche della comunicazione.

L’assunto, perfettamnte noto ai programmatori, è che in Rete un’applicazione semplice ha più

probabilità di diventare popolare. Lo stesso vale per la comunicazione. Un argomento meno intuitivo

(tipo il mio) ha meno probabilità di essere popolare rispetto ad uno più facile come quello di Mantellini.

Questa considerazione, di fatto, dà ragione a Mantellini quando forza i miei argomenti

e spiega perchè certe idee della Rete non hanno avuto successo fuori :)

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>