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Marcello Fois. La pace bianca

Trieste 16 dicembre 1918

Mamma cara,

troppi problemi ancora! E chissà per quanto tempo mi terranno lontano da te e dagli affetti. Ma hai un figlio soldato…

Qui è tutto da fare. Il governo degli austriaci, o dei crucchi, come celia il Tenente Colonnello Ortu, hanno lasciato una situazione che necessita vieppiù del nostro ausilio. Ausilio che non è venuto a mancare: i nostri genieri e carpentieri si danno a ricostruire per una volta!
La città è magnifica. Il clima resta mite seppure qualche fiocco di neve, spinto in costa dalle montagne, imbianca di una patina sottile le strade.
I triestini sono cordiali. Hanno aspettato con trepidazione questo momento e ora le vie e le piazze sono tutte uno sventolio di tricolori.
Saresti sorpresa nel vedere la grandiosa semplicità del posto: bei palazzi, belle e ampie strade posti su un lembo collinoso di un verde smeraldino che si butta in mare…
Divago, ma è solo l’entusiasmo di poter chiamare Italia, Patria, anche questa striscia di terra che abbraccia l’Adriatico quasi a definirne l’origine stessa.
Nella tua ultima lettera chiedi notizie del mio stato di salute: ora sono in pace, solo questo. Ed è corroborante più di un buon pasto, ma per tua tranquillità accludo a questa mia un’istantanea di me medesimo davanti alla chiesetta di San Spiridione che ha qualcosa della nostra Parrocchiale. Perciò ho chiesto al caporale Floris, che ad ogni lettera mi impone di esternarti gli effetti della sua incondizionata stima, di farmi da complice, e chi sennò?, per questo ritratto in piedi con tanto di ghette, baffi e drappelle, con uno sfondo che potesse a un tempo darti conto del mio stato fisico e della mia vicinanza…
Per il resto non mi affatico, non temere, sono accudito oltre ogni dire e faccio pasti regolari; mi impongo almeno un’ora di moto al giorno, giusto per muovere il piede offeso dalla granata come sai. Ti sia di consolazione sapere che sono ormai due mesi che non necessito più del bastone. Ti sia di consolazione sapere che ho cercato in ogni momento di non disattendere alle speranze che tu avevi riposto in me. Anche se, qualche volta ho come la certezza di averti deluso e di averti arrecato solo ambasce e preoccupazioni, ma ora, mentre scrivo, riesco a pensare che tutto quello che andava fatto è stato fatto, fino in fondo…
Capirai, come io ho capito da te, che di fronte a certe scelte non ci si può tirare indietro; e, forse, potrai approvarmi…
Ma continuo a divagare e mi rendo conto che, così facendo, corro il rischio di spaventarti inutilmente con le mie elucubrazioni: sta sicura il tuo figlio maggiore non ha perso senno e comprendonio, ha il capo ben saldo sulle spalle e ti fa giuramento solenne di restare fedele a sé stesso in un modo o nell’altro!
Così ti lascio: ho molte cose da fare ancora. In quanto al rientro nella nostra bella Sardegna se ne parlerà a tempo debito…

Resto sempre il tuo affezionatissimo figlio Giacomo.

Trieste 16 Dicembre 1918

Moglie cara,

quanto sto per scriverti necessita di un preambolo. Ti ricordi la nostra discussione a proposito del dovere guerresco poco prima della mia partenza? Sembrano passati millenni e son solo quattro anni. Ti ricordi che tu dicevi non trattarsi di un dovere ed io invece opponevo la necessità, addirittura la sacralità, di tale dovere? So che lo rammenti e che rammenti anche quanto mi infervorai a dimostrare che nessuno più dei sardi era razza guerresca, per cultura, per natura e per quella sua disposizione alla virile e spiccia risoluzione delle questioni piuttosto che alla diplomazia. Bene, ora che i fatti paiono avermi dato ragione. Ora che noi, i pastori e contadini, gli ultimi arrivati in questa nazione fanciulla ne siamo stati eletti paladini sul campo di battaglia… Ora, dicevo, sento che tu avevi assolutamente ragione.
Ci hanno sbarcato in una città allo stremo delle forze. Una città magnifica. Il che fa pensare che qualcosa di buono albergasse persino negli asburgici. Molti di noi necessitavano di cure immediate, non io come sai, non temere: i dolori al piede offeso dalla scheggia di granata sono solo un brutto ricordo.
Trieste è una città di fantasmi, di poveri corpi privati di tutto, del cibo, delle illusioni, della storia… Avevi ragione, avevi ragione cuore mio, anima mia! Mi è bastato vedere il volto spaventato di vecchi e bambini e donne in balìa dell’incertezza, pronti a varcare il confine con le poche suppellettili rimastegli. Donne, vecchi, bambini: uomini non ce ne sono. Gli uomini sono tutti vincitori o morti! Sloveni, Croati, gli abitanti del Litorale premono in massa verso i confini del nuovo stato iugoslavo, si buttano in pasto alle macchie inselvatichite, ai campi minati, ai crateri delle bombe…
Un prezzo esorbitante, un fardello che mi pesa nel petto…
Eppure sono stato uomo di guerra. Ora non più. L’ho capito con certezza stamattina mentre camminavo nel cortile della caserma e un velo sottilissimo di neve mi si posava addosso.
Trieste è una città di fantasmi e anch’io lo sono. Trieste è una città fantasma. Era un impero che noi abbiamo trasformato in regno, e non mi riferisco agli assetti politici. È una vittoria senza gioia, fiumi di sangue sprecato in nome di una superiorità solo numerica.
Anche su questo avevi ragione: che è meglio una felicità non nostra piuttosto che una nostra infelicità. Ora capisco quelle parole: ora capisco che è sempre vero, che sarà sempre vero, ma dubito che saranno in molti a capirlo… Non fa niente…
Ti chiederai, ma forse no, che cosa ha generato questa svolta nel mio pensiero. Potrei risponderti che non lo so, o meglio che non so spiegarlo con le parole adatte, si tratta più che altro di immagini, terribili e momentanee come un sogno di primo mattino: sono i volti, sono le mani, sono le grida di donne e bambini che si azzuffano per un tocco di pane raffermo o per gli avanzi del rancio in caserma; sono le facce dei prigionieri sbarcati dalle bagnarole per il bestiame e ammassati nella Piazza Grande.
Alzando il capo posso vedere un quadrato di cielo bianchissimo come una bandiera di resa. Una pace bianca di neve sottilissima mi si posa sull’anima… Basta, voglio mettere ai tuoi piedi le spoglie di quel marito guerriero che tu non avresti voluto, ma che hai accettato per amore. Lo faccio ora e con eguale amore ti chiedo di perdonarmi, e ti bacio i piedi, e ti abbraccio le ginocchia, inerme, disarmato, denudato della corazza, spogliato delle certezze. Mi metto nelle tue mani, nella speranza di ottenere comprensione dall’unica persona di cui tema il giudizio…
Amore mio, anima mia…

Tuo per sempre Giacomo.

P.S. Ho scritto alla mamma una lettera che dice e non dice, sai come si preoccupa; le ho anche spedito una fotografia scattata qualche tempo fa che tenevo in serbo per te. Fatti forte del nostro segreto, siamo sempre stati complici, cospiratori e completamente franchi l’uno con l’altra, ricordi? Non farle vedere questa mia se non quando sarà necessario. Tu capirai quando.

Trieste 16 Dicembre 1918

Fratello mio, Luigi caro,

posso giurare, e io giuro di rado, che questa lettera ti sorprenderà. Intanto perché è la prima che ti scrivo in quattro anni, ma tant’è: ti ho lasciato bambino e ora scrivo a un uomo di quindici anni. Poi per le cose che ho da confessarti. Come a un altro me stesso… A te almeno devo dire tutto, a chi sennò?
Ti affido il mio segreto perché quando ci rivedremo non sarò in grado di darti ragioni. A te stabilire se rivelarlo o meno ai nostri cari.
Ma partiamo dal principio, delle vicende guerresche sai ogni cosa per le mie lettere precedenti che la mamma ti ha letto. Sai che sono stato ferito ad un piede, e che sono stato decorato al valore sul campo per tre volte. Sai anche che ad un congedo immediato, su invito del Governatore Militare della città di Trieste, il Generale Pettiti di Loreto, ho accettato di far parte dello Stato Maggiore che si occupa di garantire l’ordine pubblico in questa martoriata città.
Trieste dunque. Vedessi quanta meraviglia! Un braccio di terra che avvolge il mare come un fidanzato le spalle della sua bella… Ma non divaghiamo… Mi trovo a Trieste dunque e la guerra mi pare un’altra cosa. Visi terrorizzati, intere popolazioni a cui manca, e non è metafora, la terra sotto i piedi. Tutto ciò che dal Carso poco distante pareva fulgido ed eroico, da qui appare mortifero e diabolico.
Così è cominciato tutto. Due settimane orsono mi chiama il Tenente Colonnello Pugliese e mi fa grosso modo questo discorso: — Tenente Meloni il Comitato di Salute Pubblica della città di Trieste chiede ufficialmente il nostro intervento per sedare le ruberie ai forni, prenda con sé un plotone di uomini fidati e recatevi al rione San Marco.
Il tempo di preparare ogni cosa ed eseguo. Floris mi sta accanto come sempre. L’entusiasmo è alle stelle: la Sassari è di nuovo in marcia! Arriviamo al posto: un forno di panettiere, l’assembramento di vecchie si dissolve al solo rumore dei nostri passi nel selciato. Intimiamo di uscire con le mani alzate a quelli che sono stati sorpresi all’interno dell’edificio. Essi escono lentamente: bambini. Carichi di pani, bianchi di farina come morticini. La sorpresa ci annichilisce, per un attimo il silenzio diventa compatto, anche i gabbiani smettono di stridere sulle nostre teste. Poi la sassaiola. Una grandine di porfidi dalle finestre dei piani superiori della via. È un attimo: un fante fa per proteggersi, dall’arma gli parte un colpo una bambina è a terra i pani ancora stretti fra le braccia…
E questo è l’incubo. Dopo non è stato più lo stesso. Dopo questa città mi è apparsa come velata di un bianco abbacinante. Un niente funereo. Ho urlato, fratello mio. Ho avuto paura. Ho pianto come se avessi perso una persona cara…
A te devo dire tutto: sono consegnato in Caserma. Nonostante gli sforzi di Floris a coprire la cosa il Comando è stato informato. E sono consegnato. Mi permettono un breve ora d’aria nel cortile interno. Le informazioni corrono veloci: faranno passare le feste natalizie e poi mi deferiranno alla Corte Marziale: codardia, fuga dinnanzi al nemico.
Ma quale nemico? Che divisa portava? Erano gli stessi Luigi caro, gli stessi per cui avevamo combattuto. Ed erano bambini.
Stamattina tira a nevicare, sono voluto uscire lo stesso, il cielo è bianco, e ora, che so cosa mi resta da fare anche la mia pace sembra bianca.
Sono in pace davvero, e ritornerò a casa come uno di cui possiate, tu, la mamma, la mia cara moglie essere ancora fieri.
Floris, che mi vuole bene e sa come vanno le cose nell’Esercito, mi ha procurato una pistola…

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