Raccontare il territorio. La sfida (quasi persa) dell’#Expo2015

#Expo2015 In 140 caratteri: «Metti tanti Paesi. Metti tanti creativi. Possibile che non sappiamo inventarci qualcosa di meno banale?»
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La premessa è necessaria. Non abbiamo visto tutti i padiglioni (9 ore e seimila zanzare non permettevano di più) e meno che mai quello dell’Italia, incompleto (pare) e chiuso alle 20:30 del sabato sera, nel momento di maggior afflusso.

Ecco alcune considerazioni, in ordine sparso e senza pretesa di valore generale.

1. Come spesso accade ha ragione il Post
I padiglioni sono molto poveri di idee. L’Expo è una festa popolare (bello vedere passeggiare gente di ogni razza e nazionalità), ma è soprattutto una fiera campionaria senza campioni.

Ha ragione il post sul fatto che l’Angola vada visitata e soprattutto sul fatto che il padiglione della Corea del Sud sia l’unico con un vero messaggio. Propone una soluzione per il futuro dell’alimentazione sostenibile (il Kimchi) e della conservazione dei cibi in maniera nauturale ed equilibrata.
Anche qui ci sono video (ci torneremo, sui video), ma l’allestimento lo fa con una danza di robot che assomiglia molto alla danza delle tradizionali arti marziali. Parla di tradizione e innovazione, senza citare la tradizione e l’innovazione.
E se frequenti questo blog sai che qui amiamo lo show, don’tell.

Il tutto fatto con un design minimalista, pulito, lineare, che dà valore ai contenuti. L’esatto contrario degli altri padiglioni.

2. È solo architettura di cui si potrebbe fare a meno
In gran parte dei casi, appunto, l’Expo è solo architettura a perdere. Bellissime lattine di cocacola destinate a finire nel cestino dell’alluminio una volta finita la fiera. Solo che non è riciclabile e tutti ci chiediamo questi soldi spesi che fine faranno una volta finita la festa.

Esempio: padiglione cinese, bellissima archiettura, ma contenuti zero. Soldi buttati. Esempi peggiori. Padiglione Spagna, impresentabile e costoso. Soldi buttati.

Fa malinconia il padiglione del Tibet, inconcluso. Che ti ricorda come dopo il terremoto abbiano avuto altre priorità. Coerente quello del Vietnam. Senti soprattutto le zanzare e immagini come sia davvero.

3. Non farmi fare due ore di fila per vedere un video, mandami il link su YouTube
Qui davvero c’è il gran senso di frustrazione. Molti padiglioni non hanno pensato a idee migliori che mostrarti un video. Il buon senso direbbe avvisami prima, dammi il link a YouTube e mostrami il link al video, così magari spendo il tempo per vedere qualcos’altro.

4. Padiglioni scandalosi ma utili per capire il regime
Thailandia, il video sul Re contadino. Sembrava un cinegiornale dei tempi di Mussolini. Altra fila sprecata, ma un insegamento utile. I regimi e la propaganda non sono roba del nostro ventennio, altrove esistono ancora.

5.Paesaggi banali
Vai al padiglione del Belgio. A parte uno sponsor gioielliere (che senso ha?) trovi belgi che bevono birra a un bar belga. Un po’ come l’italia in minatura, ma solo con più alcool.

6. Paesaggi olfattivi
Da buon motociclista ho goduto sopratutto degli odori dei vari ristoranti nazionali. Fame tutto il tempo. Abbiamo mangiato in Corea: servizio che era una perfetta metafora del caos, ma le Red Hot Chicken sono consigliate se vuoi diventare Grisù (e se non ti chiedi che forme di vita abiteranno il tuo intestino).
Per il resto ho studiato i menu e il più mirabile è quello del ristorante tedesco. Prima compra un SUV e poi permutalo per pagare un secondo.

7. Non sappiamo raccontare il territorio
Tutti si raccontano dicendo che fanno cibo di qualità, che combinano tradizione e innovazione e che puntano alla qualità. Se lo fanno tutti, ed è impressionante come come lo facciano tutti con gli stessi cliché, forse è il momento di immaginare qualcosa di diverso.

Metti tanti Paesi. Metti tanti creativi. Metti tanti soldi. Possibile che non sappiamo inventarci qualcosa di meno banale per raccontare cibo e territorio?

8. Vale la pena andarci?
No, se non sei a meno di 100 km da Milano e non hai la prospettiva di una giornata noiosa con l’unica alternativa di vedere la De Filippi. O di chiacchierare di Burraco con tua suocera.

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