Quello che il caso Kodak può insegnare all’industria culturale

Deve esserci stato un momento in cui, nella sala riunioni della Kodak, qualcuno ha detto ai dirigenti qualcosa tipo: «Ehi, nel giro di pochissimi anni tutti avranno una fotocamera digitale in tasca, inserita anche nei telefoni da 30 euro».

La transizione verso il digitale stava iniziando e deve essere stato più o meno come quando, qui in Italia, al Salone del Libro del 2010 gli editori dicevano: «l’ebook arriverà tra vent’anni».
È un passaggio che ha toccato tutti i settori dell’industria culturale (dall’informazione alla musica) e che ancora vive di dialettiche fortissime tra chi innova cambiando le regole e chi viene da modelli di business analogici.

Ma il caso Kodak è molto interessante perché l’azienda non ha mai adottato politiche difensive e di retroguardia e godeva di un brand popolarissimo. Che tuttavia non l’ha tutelata e non le ha evitato la bancarotta.
Ci sarebbe molto da studiare e da riflettere, ma puoi partire dall’opinione di Al Ries (che propone un punto di vista meno scontato): Kodak Wasn’t Slow to Digital; It Was the First One In.

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