Quello che dobbiamo aspettarci dalle tecnologie indossabili

wearable techIn 140 caratteri: Apple ha reinventato l’orologio. Forse. Tweet this!

Dai Google Glass all’Apple Watch, a tanti altri aggeggi, le cosiddette «tecnologie indossabili» sono sempre più al centro dell’attenzione.
Se ne parla come la prevedibile nuova frontiera, insieme ad altre spinte di innovazione che arrivano dall’aumento della capacità di calcolo: dall’intelligenza artificiale in poi.

Fare previsioni non è semplice, perché -come nota anche Seth Godin- spesso non basta tracciare una linea regolare che prosegua nelle tendenze attuali, ma bisogna tener conto di schemi più complessi. E ricordare sempre che il futuro arriva a salti.

Gli ingredienti del successo
Già quasi un anno fa, suggerendo che le tecnologie da indossare sarebbero state onnipresenti e importanti nel prossimo decennio, Marcus Weller metteva insieme i 10 principi fondamentali per progettarle.

Alcuni di questi principi, se le promesse dei progettisti saranno mantenute, sono chiari indicatori di adozione. A partire dal primo («la tecnologia deve risolvere un problema alle persone») e dal quinto («deve creare meno problemi di quanti ne risolva»).
La tecnologia indossabile, insomma, per diventare di massa deve essere facile da usare, e deve migliorarci la vita senza richiederci una curva di apprendimento alta per essere usata. Sembra banale detta così, ma come sanno bene i designer è la parte più difficile.

Gran parte delle innovazioni di ieri (che usiamo oggi) soffrivano di questi vizi, che ne hanno spesso rallentato la diffusione. Basti pensare ai primi PC con DOS che per molti erano complicatissimi da usare (e la maggior parte della gente li riteneva tecnicaglie).

Su qualcuno dei «principi» si potrebbe ragionare meglio, credo, ma regalati un’idea complessiva: 10 top wearable technology design principles

Apple ha reinventato l’orologio?
In questi giorni, invece si parla soprattutto di Apple Watch e più di qualcuno si chiede se davvero la casa della mela morsicata ha fatto con gli orologi quello che ha fatto ai telefoni con l’iPhone.
Pochi lo sanno ancora e pochi possono saperlo (almeno finché l’aggeggio non comincerà davvero a girare e a evolvere).
Ma l’Harvard Business School ha pubblicato un’intervista al professor Ryan Raffaelli, che fa un quadro interessante della situazione.

Innovazioni che resettano le competenze
Raffaelli ci regala subito munizioni utili per l’analisi. «Normalmente», dice Raffaelli, «definiamo “innovazioni radicali” quelle che resettano le competenze di un intero settore, rendendo immediatamente obsoleti tutti gli altri prodotti o servizi».

«È difficile», prevede, «che l’Apple Watch abbia immediatamente un effetto trasformativo di questo tipo». E (vale per tutte le tecnologie indossabili, direi) «sarebbe più accurato aspettarci una serie di sviluppi incrementali» che, poi, potrebbero portare ad un’adozione di massa.

Ma la grande scommessa, su cui è difficile fare valutazioni, è riuscire a convincere le persone (che non usano più un orologio o che ne usano uno molto economico) ad usare uno smartwatch. Apple, suggerisce il professore, potrebbe riuscirci, ma a patto di convincere aanche i non-fan del marchio.

Ci sono tanti altri spunti che vanno colti nel ragionamento di Raffaelli. Fatti un’idea da solo: Has Apple Reinvented the Watch?

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  1. Pingback: L’intimità delle tecnologie (e la regola delle conseguenze non progettate) » Giuseppe Granieri

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