Prove tecniche per pensare il futuro

«In sintesi», scriveva in un post di qualche settimana fa Lyden Foust, «se non ci sono parole esprimere un concetto, noi tendiamo a non essere capaci di pensarlo».

Il linguaggio, suggerisce Lyden, spesso ci condiziona nella nostra visione del mondo e ci impedisce di farci raccontare -o di immaginare noi direttamente- l’innovazione.

È, se vogliamo, un’altra versione della famosa storia secondo cui se il nostro unico strumento è un martello, tutti i problemi assomigliano a chiodi da battere.

E quindi diventa utilissimo essere capaci di «ritornare alla nostra forma di intelligenza primaria: visualizzare il problema e guardare la soluzione».

Il post, se ci rifletti, coglie un aspetto non banale che tocca spesso quelli di noi che si occupano di raccontare il mondo moderno. Si intitola: Language Is Killing Our Ability To Innovate

Ma sulla nostra capacità di immaginare il futuro c’è soprattutto da leggere un lungo pezzo del SASM che spiega -almeno in parte- i rapporti tra scienza, immaginazione e futurismo

E qui giova ripeterlo: il termine futurista da noi ha una connotazione diversa ma negli USA, raccontavamo, è un lavoro. E al di là del lavoro è, forse, una delle maniere più logiche per pensare il contemporaneo.

«Scienza e futurismo», potrebbe essere la sintesi dell’articolo, «potrebbero essere assai utili l’una all’altro». Il ciclo è semplice: la scienza porta realismo, il futurismo lo interpreta e la scienza ne trae nuova ispirazione. Un bel circolo virtuoso.

Ma fatti un’idea da solo: Can Futurists change the Future?.

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