Perchè sta andando in crisi l’editoria libraria come la conosciamo e perchè la cosa è inevitabile

Luca, qualche giorno fa, ha scritto un interessantissimo post in cui esaminava il modo in cui si è svolto il confronto sulla crisi dei giornali e definiva tre ambiti di discussione (e tre interessi diversi). La sua conclusione era -la banalizzo- che il problema veniva affrontato soprattutto dal punto di vista industriale (quello di chi vende i giornali) mentre avrebbe dovuto essere impostato ascoltando la voce di chi i giornali li legge.

E’ un ottimo punto, quello di Luca. Tuttavia occorre non dimenticare che il vero problema non è la qualità del giornalismo (su cui si potrebbe e dovrebbe ragionare a lungo) o i comportamenti e le aspettative del pubblico, che si sono modificati radicalmente. Il problema, al contrario, è totalmente nel fatto che se chi i giornali li vende non adegua il suo modello di business per ricostruire un sistema di ricavi in crisi, tutto il resto diventa futile. Semplicemente perchè non ci sarà abbastanza denaro per pagare il giornalismo (attuale o migliorato che sia) e per cercare di innovare assecondando la mutazione dei lettori. La crisi dei giornali ha i suoi sintomi visibili (internet, la diminuzione della fiducia nei lettori, la disponibilità di informazioni diversa ecc.) ma sono sintomi. La causa è, invece, il modello dei ricavi che non funziona più come prima.

Nell’editoria libraria sta succedendo la stessa cosa. E’ irrilevante la questione emozionale («Sì, ma vuoi mettere un libro di carta?»), come quella di arredamento («Sì, ma vuoi mettere riporre il libro finito nella libreria?») e come tutte le nostre preferenze personali. La cosa che conta è che sta andando in crisi il modello tradizionale per cui si manteneva l’industria e l’indotto: ovvero, cominciano a vedersi le prime serie crepe in quel sistema che garantiva che ci guadagnassero librai, distributori, editori (e qualche volta pure gli autori).

Le concause che stanno spingendo in questo senso sono facili da identificare: la corsa al ribasso sui prezzi (le novità negli USA sono vendute a 10 dollari -contro gli usuali 25 o 30- sempre più spesso per essere competitive), gli spostamenti del mercato verso i lettori tipo Kindle, i costi elevati (troppo spesso non competitvi) di un sistema che stampa e distribuisce fisicamente, l’adozione di innovazioni (i dispositivi, la rete) da parte della società. Ci vorrà qualche anno, ma i segnali ci sono tutti. Li abbiamo visti, gli stessi, con la musica prima, con i giornali poi.

Così è iniziata la guerra difensiva. E’ facile prevedere (come è successo con la musica) che i primi ad entrare in crisi saranno i librai, seguiti dai distributori. Gli editori, paradossalmente, resisteranno più facilmente. Già oggi, sebbene combattano il Mostro arretrando, ricevono da un ebook venduto per il Kindle esattamente lo stesso denaro che ricevevano da un libro rilegato venduto sui Amazon. Allora perchè Murdoch & company fanno certe scelte?

Murdoch, sempre lui, lancia messaggi come ha fatto con Google per i giornali. Quello che agli editori non piace è che «Amazon sia l’unico player sul mercato o comunque il più forte, in grado di dettare regole», scrive USA Today in una bella analisi. Ricorda qualcosa: il Google cannibale che gli editori di news additano come colpevole della crisi.

Il punto, infine è semplice. Il Kindle ha dimostrato che può esserci una forte motivazione a leggere libri in digitale, tanto che si spende una cifra considerevole per comprare un lettore che abiliti questo tipo di sistema. E i «compratori del kindle», alla fine, sono esattamente i lettori forti che prima compravano libri rilegati. A settembre negli USA gli ebook hanno fatturato 15,9 milioni di dollari. E la cosa di cui si discute, dunque, non è se i libri devono essere di carta o migliori, ma banalmente: chi controlla il mercato e chi dovrà guadagnarci. Il risultato di questa battaglia determinerà l’aspetto e la logica del mercato di domani. Poi, a livello culturale e di potere, che ruolo avranno gli autori dopo il terremoto (e che ruolo gli editori) potrebbe essere un altro ragionamento da fare.

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