Perché il futuro non è roba da matti

È una mia vecchia fissa, che in genere racconto in diversi modi. La similitudine più frequente è quella della differenza tra guidare l’automobile e guidare la moto.
Quando guidi l’automobile presti attenzione alla macchina davanti a te, perché sai di poter gestire i tempi di reazione. Quando guidi la moto, il panorama ti scorre intorno molto più velocemente, sai che la minore sezione frontale inganna gli altri sulla velocità con cui arrivi, sai che a parità di velocità hai bisogno di tempi di reazione molto più rapidi. Devi guardare molto più avanti se vuoi evitare errori.

Il XXI secolo ha un «tempo accelerato» rispetto al XX. Per come cambiano le cose, quello che nel secolo scorso accadeva in venticinque anni, oggi può accadere in cinque. E dobbiamo tenerne conto, perché è strategico per le nostre vite, per la nostra attività professionale, per le nostre decisioni, per la nostra comprensione del mondo che abbiamo intorno.

Il punto è semplice: se devi prendere una decisione oggi devi prenderla con lo scenario di domani, perché il domani arriva nel tempo che impieghi ad attuarla. Se pensi al presente basta un attimo ed è troppo tardi.

Però, in particolare in Italia ma anche come scenario generale, la nostra società non è abituata a pensare il futuro. È la prima cosa che insegnano ai politici: «non parlare di futuro, non costruire scenari di mondo migliore, non pensare a lungo termine. La gente vuole che tu faccia promesse sui problemi di oggi». Come se i problemi di oggi potessero essere risolti senza una strategia di medio periodo.

Vale per tutti i temi che tocchiamo qui, da quello che sta accadendo al mondo dell’informazione, ai libri, al modo in cui sta cambiando la nostra cultura. Guardare solo al presente, a quello che accade, non ci dà nessun dato utile per capire dove saremo domani. E per valutare l’effetto delle nostre analisi e delle nostre scelte.

È -anche questa- una forma di responsabilità che abbiamo nei confronti di noi stessi o, se abbiamo un ruolo, nei confronti delle persone che dipendono dalle nostre decisioni.

«Il futuro c’è già», dice Bruce Sterling, «ma sta accadendo nelle nicchie». Ed è una riedizione del classico «Il futuro c’è già ma non è stato distribuito» di William Gibson.

Così non è un caso che -piano piano- molte organizzazioni importanti stiano cominciando a educarci all’idea di «futurismo». In Italiano questa parola non funziona, perché la ricolleghiamo a una delle avanguardie storiche del secolo scorso e non a una forma di pensiero attuale.
Potremmo usare futurologo, ma a me questo termine continua ad evocare qualche tipo strambo che vende pentole o rimedi curativi eccentrici nelle piazze.

Dobbiamo trovare una parola, probabilmente. Anche perché se il linguaggio non prevede un’opzione è difficile riuscire a pensarla in modo corretto. Ci vorrà tempo.
Ma intanto, se hai voglia, una piccola rassegna di letture interessanti.

«La gente sta cominciando a pensare in maniera speculativa sul futuro», scrive l’Independent, «in un modo che non avevamo mai visto. E sta cominciando a rivalutare la fantascienza perché inizia a rapportarsi in maniera speculativa con la propria vita e il proprio lavoro».
La fantascienza, altro termine ormai desueto e da aggiornare, è probabilmente il genere letterario che meglio racconta il presente.

Il pezzo -ricco di stimoli- si intitola New Scientist’s new digital magazine combines science-fiction and futurology ed è la presentazione di un nuovo magazine (fatto appunto dai signori del New Scientist) che si chiama Arc. Il primo numero ha una tagline assoluta: The Future Always Wins.

Anche il prestigioso Smithsonian Institute ha lanciato una sezione dedicata al futurismo. E qui trovi l’articolo di Sterling da cui ho tratto la citazione di prima: The Origins of Futurism.

Infine, se hai voglia, c’è questa intervista a William Gibson, pubblicata su Wired: Why William Gibson Distrusts Aging Futurists Nostalgia.

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