Perché ci sarà sempre più bisogno di autori

Qualche giorno fa raccontavo (su La Stampa) della visione di Mike Shatzkin, convinto del fatto che ormai tutti siamo editori. L’editoria, già oggi, non è più un’industria ma una funzione.

Oggi Mike calca ancora di più la mano e dice: «Stanno arrivando molti nuovi editori». Poi insiste: «la prossima ondata sono “tutti gli altri”: chiunque abbia una reputazione, un brand, un sito web».

Il post si intitola: More on atomization: why the new publishers are coming.

Sempre oggi, circola anche un’analisi interessante che continua a tracciare uno scenario che per molti insider è intuitivo: il valore dei libri, degli ebook e delle app tenderà a zero.

«Il tuo modello di business prevede di vendere contenuti?», chiede Jani Patokallio. E risponde: «Se è così preparati a veder calare i ricavi ogni quadrimestre». L’unica soluzione, dice, è lavorare su un nuovo modello di business che non preveda che qualcuno paghi per i contenuti.

Non fidarti della mia sintesi e fatti un’idea: Down, down, down: Books, e-books and apps all trending to zero.

Dicevamo che questo scenario non è una grande novità. Già un paio di anni fa -e lo citiamo spesso- Richard Nash mi raccontava che non si farà più denaro vendendo i contenuti.

Ma questo non significa, forse, che ci sarà meno lavoro per chi -giornalisti e autori- è disponibile a cambiare mentalità e a guardare alla carriera in uno spazio di 20/40 anni (invece che al passato o al presente).

Se tutti diventano editori, i brand in particolare, ci sarà molta domanda di contenuti di qualità. La scommessa è sempre quella di investire le proprie competenze sul versante autoriale e meno su quello a zero valore aggiunto (come le attività di desk, ad esempio).

E ci sono diversi segnali interessanti. Uno ce lo racconta Mauro, che dice: «Sempre più convinto che le aziende possono prendere spazi oggi occupati dai publisher. Non tanto come business model, che è ovviamente diverso da quello degli editori e dei professionisti dei media, quanto in termini di attenzione, considerazione e fiducia. Ossia quei valori decisivi prima di arrivare al portafogli delle persone».

Il post si intitola: Le aziende alle prese con i Branded Content.

Il secondo viene da Forbes, che fa pagare dai 50.000 ai 75.000 dollari al mese alle aziende, per gestire un canale sul proprio sito. La storia ce la racconta Marc Slocum su O’Reilly e io non la sottovaluterei: The media-marketing merge.

A questo punto, se è vero che editoria tradizionale e giornalismo tradizionale stanno perdendo molti posti di lavoro (e continueranno in questa tendenza), forse diventa opportuno investire sulla propria carriera in modo diverso.
Magari andando a colmare una domanda che cresce invece di una che è in declino.

La domanda di lavoro in crescita la conosciamo da anni. C’è sempre più bisogno di costruire capacità di ascolto. E per farlo bisogna essere bravi a costruire storie e narrazioni che abbiano un valore.

«Non è importante quello che hai da dire», spiega Howard A. Tullman, «se non c’è nessuno ad ascoltare». E anche qui il titolo ti spiega perché potresti dedicare qualche minuto di attenzione al pezzo: Why the Story Is Everything.

E poi, se hai voglia, c’è questa fantastica presentazione (con articolo annesso) che vale davvero la pena: 7 Lessons From the World’s Most Captivating Presenters.

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