Perché abbiamo un blog oggi, nel 2014. E perché dovremmo averlo.

blog generation In 140 caratteri: «L’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é chi ti dà la notizia che dimentichi subito» Tweet this!

Può sembrare autoreferenziale, me ne rendo conto. Ma più che altro è storia di vita vissuta.
Esattamente dieci anni fa (nelle settimane a cavallo di ferragosto) io e alcune casse di Budweiser scrivevamo in un caldo atroce un libro sui blog. Ne sono state stampate 4 edizioni, l’ultima (nel 2009) con una postfazione che teneva conto di un oggetto razionale che allora non esisteva: i social network come Twitter e Facebook.

La ragione per cui ci penso
Oggi tutti aprono un blog per ragioni di personal branding. Soprattutto per il giornalismo, non quello dell’Ordine, quello vero. Per citare Mario (che riduco a Boskov), «giornalista è chi giornalismo fa». Poi ci sono le ragioni del brand journalism, eccetera.

Ma, alla fine, conta la logica che sostengo da sempre. Seguiremo sempre più la firma autoriale che non le testate o i «pacchetti», come il giornale (prendiamone atto, il giornale é finito, come concetto prima che come prodotto). Su questo, come dico da anni, sono confortato dal pezzo di Katie Mccaskey che sostiene che «iscriversi ai giornalisti, e non alle testate o ai media industriali sarà il nuovo “normale”»
The Future of Brand Journalism.

In base a questa logica conta la vecchia distinzione proposta da Thierry, secondo cui «l’autore è quello che di cui ricordi quello che dice, il giornalista é colui che ti dà la notizia che dimentichi subito»

La ragione per cui ne scrivo
È anche questa un po’ nostalgica. Ma è la ragione per cui molti di noi 12 o 13 anni fa hanno aperto un blog. La racconta Adam Tinworth citando Nick Crocker e Euan Semple. Se non la leggi, non sei un vero blogger. Perché un blogger è le sue fonti e senza input non c’è output.
This is why I blog.

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