Paura per i giornali

Pierluca è ottimista. Io lo sono meno, soprattutto se allargo l’orizzonte oltre i prossimi due o tre anni.

Alla fine è una questione di orizzonte che si osserva. Il mio è viziato dall’approccio, perché tendo a ragionare sulla strategia. E un orizzonte meno spinto in avanti assomiglia più alla tattica.

E ovviamente la mia è una congettura, costruita sul fatto che leggo mille tendenze diverse e -tra queste- nessuna porta notizie buone che mi autorizzino a credere che ci sia un futuro sostenibile per la carta.
Soprattutto dal punto di vista industriale, non da quello delle nostre preferenze personali.

Ma la mia opinione poi non conta molto. Può essere interessante invece leggere l’analisi della Reuters, che racconta di una di queste tendenze, da uno dei punti di vista possibili (i dati si possono leggere in mille modi).

«Man mano che molti giornali chiudono la loro edizione di carta», scrive Jennifer Saba, «e man mano che si focalizzano sull’edizione digitale, sta emergendo una nuova tendenza problematica: le vendite di pubblicità online non crescono».

Leggilo tu stesso per farti un’idea: In scare for newspapers, digital ad growth stalls.

E, se hai voglia, c’è anche questo bel pezzo di Peter Wilby che analizza il futuro del Guardian, testata che sta costruendo un fortissimo brand internazionale ma che ha grandi problemi con i conti.

«La verità», scrive Wilby, «é che il Guardian potrebbe non avere futuro. E come il Guardian tutti gli altri giornali. L’intera industria sta precipitando, esattamente come è stato per la musica».

Ma l’articolo è lungo e interessante, e va letto tutto: Alan Rusbridger: the quiet evangelist.

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