I Cookie e la Ballata delle Informative Disinformate

cookie In 140 caratteri: «La Cookie Law è una normativa costosa, inutile e inapplicabile»
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Probabilmente i cookie non sono mai stati così famosi come in questi giorni. Se ti sei perso qualche pezzo, qui c’è lo spiegone (quasi un genere letterario) de Il Post (Perché vedete tutti quegli avvisi sui “cookie”) e qui quello di Mr. Webmaster: Cookie Law: cosa dice la legge, come adeguarsi e quali siti lo devono fare.

Io mi sono adeguato: qui trovi la mia Cookie Policy, integralmente «copiata e condivisa da Simone Favaro, che la spiega meglio di come farei io».
Spero che Simone non se la prenda (ma condividere knowledge base è buona parte del lavoro dei blog). E aggiungo un po’ di considerazioni mie e raccolte in giro.

Costi e benefici
Massimo ha preso una posizione netta e buona parte di me lo condivide. Lo stesso Simone pone una questione su cui riflettere: «La domanda è: ma perché deve essere il titolare del sito a prendersi carico di quello che manda un Facebook, Linkedin, Google e i loro derivati sul PC del suo lettore, senza considerare che spesso e volentieri il titolare non usufruisce nemmeno di quei dati raccolti e che, in più, nemmeno vengono archiviati sui propri server ma vanno nei data center dei colossi ?
La fattura la mandiamo a loro o al Garante?»
Fatti un’idea: Cookie Law, a chi mando la fattura?

Leggi da Cartoon e “Ammazza la vecchia”
Non so perché (i nostri giri mentali sono strani), ma il post ironico di Gianluca mi ha fatto tornare in mente una scena di Roger Rabbit («Non c’è cartone che non abbia voglia di finire “Ammazza la Vecchia”»).
Gianluca scrive, giustamente: «Immaginate le mamme blogger che hanno messo Adsense o un banner di Amazon per 5 euro al mese. Ehi voi, state tracciando! Dovete bloccare il cookie! Dovete darne comunicazione al garante! Costo, 150 euro. Multa? 6.000 euro».
Il post si intitola, senza troppe concessioni: #bloccailcookie – ma anche torniamo seri, grazie

Sproporzione tra delitto e castigo
Forse riesco a spiegarmi il mio giro mentale con un ricordo aneddotico (non verificato) degli insegnamenti del passato. C’è stato un tempo in cui le grandi industrie musicali hanno reagito agli .mp3 «punendone uno per educarne 100». E mi sembra di ricordare di un caso di una nonna sanzionata pesantemente perchè il nipote aveva scaricato musica illegalmente.
L’insegnamento dell’epoca fu che, mentre le industrie discografiche usavano gli avvocati, altri player (da iTunes a tutto il resto) capivano come il mondo cambiava e sottraevano la distribuzione ai vecchi detentori.

In questo caso potrebbe succedere lo stesso. Devo aver letto da qualche parte che si minacciano controlli severi, ma i nerd e le grandi aziende ci mettono relativamente poco ad adeguarsi. I soggetti deboli e meno alfabetizzati (che però hanno lo stesso diritto a esprimersi e sicuramente non utilizzano algoritmi sofisticati per gestire i cookie) potrebbero essere i casi che fanno notizia e diventano deterrenti, o pseudo-deterrenti.

Se leggi il kit, ci sono molto punti oscuri (chi decide cosa va bene o no?) e pene fino a 110.000 euro. Ma chi stabilisce, tanto per fare un esempio, se ho messo per bene le informazioni, pur essendomi applicato?
Temo, purtroppo, che i punti oscuri vadano in base all’umore e alla cultura del controllore. E come cittadino non mi sento garantito.

Una normativa inapplicabile
La cosa figa delle leggi è che dovrebbero essere utili, e applicabili. Dovrebbero punire l’eccezione non la norma. In questo caso l’unica possibilità è fare controlli a campione e sanzionare i «poveri cristi».
Come fai a controllare milioni di pagine web? Non si fanno leggi per punire a campione.

Torniamo al punto: io metto il banner, metto pubblica la policy, poi come fai a vedere davvero come gestisco i cookie? Quali plugin ho installato? Come funzionano? Come cambiano quando si aggiornano? Eccetera.

Dato che io ho fiducia nel legislatore, che promette controlli severi (quindi non a campione), mi auguro che i controlli partano dai siti delle Pubbliche Amministrazioni, che dovrebbero dare l’esempio prima di sanzionare gli altri.
Chi vuole si diverta a fare un controllo su quanti siti istituzionali sono compliant oggi.

La memoria a rischio
Poi ci sono casi delicati. Molti siti non sono più usati, ma servono a mantenere la memoria storica e sociale di cose avvenute o di idee che hanno circolato. Io -ad esempio- continuo a pagare il dominio di Potenza Smart, che pure serve solo a tenere traccia di cose passate. Ed era assolutamente no-profit. Spendo denaro mio per tenerlo in vita, e magari ci metto poco a sistemarlo.
Stamattina mi sono chiesto se valeva la pena metterci tempo ad adeguare il sito o spegnerlo. Quanti siti inutilizzati saranno sanzionabili?
Vale la pena?

Mele e Pere
Sarò banale, ma questa normativa (che è UE, non una ciambotta italiana, va ricordato) ha una serie di errori logici al suo interno. Il primo, tanto per citarne uno solo, è che si basa su una finzione analitica: il «sito web». Ma c’è una differenza sostanziale tra Amazon, Google e un blog. Entrambi stanno sul web, certo, ma nessuno può pensare (sentendosi serio) di credere che siano la stessa cosa.
Siamo nel XXI secolo, se qualcuno non avesse informato di questo i legislatori bisognerebbe farlo.

La privacy, vista sul serio
Un paio di letture se vuoi approfondire davvero il tema della privacy. La prima è un pezzo di Doc Searls, che racconta di come il digitale sia l’Eden.
Ma non correre a conclusioni affrettate. L’Eden era quel posto in cui l’uomo era nudo, non aveva nemmeno i vestiti (l’elemento primo della privacy, dello spazio personale). E noi abbiamo bisogno di riflessioni più strutturate su come gestire certi temi in un mondo che cambia così in fretta.
Relatively speaking, digital networked life is Eden, which also didn’t come with privacy

La seconda lettura è un articolo che sposta le responsabilità su chi deve averle (ovvero su chi progetta gli strumenti, non su chi li usa). E che -giustamente, a mio parere- ipotizza un codice ippocratico per gli sviluppatori:
The Responsibility We Have as Software Engineers — Where’s our Hippocratic Oath, our “First, Do No Harm?”

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Come la nuova fotografia sta cambiando noi e gli oggetti di uso quotidiano

Instagram Food Porn In 140 caratteri: «La fotografia e la condivisione istantanea ci mettono al centro del racconto della nostra vita»
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La notizia di qualche giorno fa è quella del danno ingenuo di due turisti che per farsi un selfie rovinano una statua a Cremona.
Se tralasciamo l’occhiello dell’articolo su La Provincia di Cremona («Stupidità e non vandalismo probabilmente all’origine del danneggiamento»), la cosa interessante è che la notizia ha circolato in tutto il mondo, con titoli più o meno forti (Selfie-Taking Idiots Destroy Priceless Italian Statue). O con paragoni più o meno velati all’ISIS, come nel pezzo di Yahoo! Travel.

L’albero che cade
È chiaro che fa più notizia l’albero che cade di quanto non faccia la foresta che cresce. Io ho spesso scritto in difesa del selfie («ha un ruolo nella nostra vita sociale online. Abbiamo bisogno di vedere i volti degli altri») e sono convinto di quello che dicevamo anni fa (su Wired, la fotografia diventa condivisione istantanea di esperienza e non più momento da ricordare).

Così non mi stupisco per nulla quando, girando nella Milano dell’Expo, vedo continuamente gente farsi dei selfie. Vicino la mela di fronte al Duomo, sulle tartarughe ai navigli, persino all’idroscalo. O due ragazze che si fanno fotografare davanti alle vetrine del quadrilatero della moda e davanti al negozio di Dolce & Gabbana la madre chiede: «devo inquadrare anche l’insegna?» e loro rispondono «sisi».

Per semplici ragioni di scala, basta passeggiare in una grande città e osservare: si contano decine di selfie.
Anche quando ci sembrano banali e ci chiediamo «Ma perché lo fa?». La risposta è sempre semplice. Si fa perché stiamo mettendo noi stessi «dentro» la narrazione della nostra vita.

Il racconto pubblico (o pubblicare il racconto)
La fotografia ha sempre cambiato il nostro rapporto con la realtà, e con il modo in cui percepiamo noi stessi. Anni fa Derrick -in un libro visionario- raccontava di come la prima foto della terra fatta dallo spazio avesse segnato un punto di svolta nella nostra maniera di pensarci come umani (piccoli, di fronte al Cosmo).

Oggi il digitale ci consente di pensare diversamente la Storia (abbiamo documentazioni enormi anche sulle singole vite private) e di attivare una narrazione di noi stessi che va ben oltre la sincronia e la partecipazione fisica. E non è una barbarie dei nostri tempi. È la contemporaneità, e va capita e accettata.
Anche se in casi probabilisticamente irrilevanti fa danni (come la statua) o sfiora l’eccezione (vedi Selfish).

Io concordo con la visione laica di John Montesi, quando dice che i selfie non sono una roba da ragazzini, ma che «se le generazioni precedenti avessero avuto a disposizione la tecnologia, avrebbero fatto lo stesso numero di selfie».
Il pezzo racconta anche delle tendenze di marketing (hai presente di sicuro le pubblicità tipo «fatti un selfie col nostro prodotto») e si intitola: No Selfies Required When Marketing to Millennials

Il mondo fisico al servizio della condivisione
E poi trovo molto interessante che l’integrazione tra mondo fisico e mondo online proceda a volte con tratti di genio. Al di là del selfie stick, questi piatti disegnati apposta per chi ama fotografare il cibo che mangia, sono a loro modo illuminanti. Se fossi un ristoratore li adotterei.

Uno lo vedi qui nella foto (clicca per ingrandire), ma se vuoi l’originale e altri esempi, ne parla Fast Company: The Perfect Plate For Obnoxious Foodie Instagrams.

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Il punto sul giornalismo di domani

Giornalismo In 140 caratteri: «Far trovare le notizie ai lettori e far trovare i lettori dalle notizie che possono interessarli»
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Un po’ di spunti.
Il primo è un paragrafo di Ryan Nakashima citato da Richard Horgan, che sottolinea come ormai i grandi pproduttori di media (Disney, ad esempio) cerchino gli influencer non più sui classici media tradizionali: «Se cerchi di raggiungere i giovani», dice, «devi andare dove loro vedono l’autorevolezza nella cultura. E questa no è più in testate come il New York Times o il Los Angeles Times. Piuttosto è su canali come Youtube, Snapchat, Instagram e Vine».
Non è niente di nuovo, per stessa ammissione di Ryan, ma guarda tu stesso: Avengers: Age of New Journalism

Il redesign del Wall Street Journal
Damaris Colhoun, sulla Columbia Journalism Review, costruisce un ragionamento partendo dalle nuove scelte del WSJ («Praticamente stanno ridisegnando l’esssenza di una redazione»).
Ma il lungo articolo contiene diversi passaggi che aiutano a ricostruire un po’ di scenario, tra l’avanzata del mobile e le nuove abitudini di accesso ai contenuti.

«Man mano che i lettori raggiungono le notizie sempre più attraverso i social e i motori di ricerca e sempre meno usando le home page», argomenta, «i giornali si stanno organizzando per andare a cercarli dove già sono, distribuendo i contenuti in forme diverse per dispositivi e piattaforme diverse».

Da un lato si punta sempre più alla personalizzazione, dall’altro la logica è sempre più sdoppiata: «far trovare le notizie ai lettori e far trovare i lettori dalle notizie che possono interessarli».
È una bella sfida sul mobile, spiega Danaris, e analizza tecniche, problemi e metodi.

Vale la lettura e una riflessione. Il titolo provoca un po’ anche su quanto stia sfumando il diaframma tra il giornalismo e le pratiche dell’advertising: Is the news behaving more like advertising?

Un po’ di consigli
Come link bonus, il Post traduce un po’ di consigli di Margaret Sullivan (Public Editor del New York Times) su come cambia il mestiere. In italiano sono un po’ più delle 395 parole annunciate nel titolo, ma dedica qualche minuto alle lettura: 395 parole sul giornalismo

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#Mobilegeddon – Ormai il digitale è ufficialmente mobile-first

MobileGeddon In 140 caratteri: «Non è l’Apocalisse, ma il nuovo algoritmo di Google rischia di penalizzare le piccole imprese»
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Se ne parlava da settimane, ma la notizia è passata anche sulle principali testate italiane. Google cambia il suo algoritmo e penalizzerà nelle ricerche i siti web che non sono disegnati per essere funzionali sui vari piccoli schermi (gli smartphone di tutti i tipi e dimensioni).

Puoi leggerne, in italiano, su La Stampa, Repubblica, Il Post e quasi ovunque.

Qui trovi anche l’utilissimo test per vedere se il tuo sito piace a Google.

Più mobile-first per tutti
In alcuni ambienti (quello dei nerd, ovviamente, ma soprattutto giornalismo ed editoria) si ragiona da tempo sulla necessità di pensare siti e contenuti prima di tutto per i dispositivi mobili. I dati degli ultimi anni ormai hanno segnato uno scarto importante, spostando sugli schermi portatili una porzione rilevante degli accessi (e degli acquisti online).

Ma con il cambiamento dell’algoritmo di Google viene sancito in qualche modo un passaggio di ufficialità: il focus -a partire dalle ricerche e dall’esperienza del visitatore sul sito- si sposta dal desktop all’accesso «in movimento». Ed è una tendenza che non è destinata ad invertirsi.
Se vuoi un plausibile scenario futuro, da un prospettiva più ampia: “The mobile phone allows us to study human behavior on a spatial, temporal and social level that is unprecedented”

Quanto ci costa
Ci sono un paio di considerazioni da fare. La prima è che, nonostante l’hashtag #MobileGeddon lasci intuire un senso di urgenza (con la sua assonanza con l’Armageddon), le cose non cambieranno nello spazio di una notte. Ma cambieranno comunque presto.

La seconda è che, se è vero che il cambiamento dell’algoritmo riguarda solo le ricerche fatte da mobile e non dal desktop o dal tablet, è anche vero che tutti i dati raccontano di un crescente prevalenza degli accessi dagli smartphone. Quindi occorre non sottovalutare la questione e iniziare ad attrezzarsi.

Questa scelta di Google ha un costo. Se giornali e grandi editori (o grandi produttori di content marketing) sono già pronti coi loro siti, molte piccole e medie aziende (a anche più di qualche grande corporation) rischiano di dover correre urgentemente ai ripari, per restare visibili nelle ricerche.
In molti casi si tratta di vecchi siti web statici, costruiti nei primi anni duemila e mai aggiornati.

Questo vale soprattutto per i business legati al territorio (se vuoi un’idea indicativa, More than 94% of mobile users search for local information). Pensa ai ristoranti, agli alberghi, alle piccole aziende. Ma la necessità di adeguarsi vale anche per chiunque produca contenuto per essere vivo in rete (dai blog ai piccoli siti di informazione, a chi fa promozione del brand).

E poi, last but not least, ci sono i siti delle Pubbliche Amministrazioni. Quanti sono ottimizzati? (E quanto costerà ottimizzarli?).

Apocalisse, o solo star dietro ai tempi
Un po’ di letture che avevo raccolto nei giorni scorsi e che conviene fare per costruirci un’opinione.

Jillian D’Onfrio parla di «apocalisse per milioni di siti web» (esagerando secondo me) e raccoglie un alcune opinioni di imprenditori. Il titolo è chiaro: What business owners think about Google’s plan to punish sites that don’t look good on mobile phones

Già prima aveva messo un po’ di allarme: Google is making a giant change this week that could crush millions of small businesses

Istruzioni per l’uso
Sempre Jillian, in un altro pezzo, fa un recap sulle cose importanti da considerare: Google just made a huge update that could affect millions of businesses. Here’s what you need to know

A livello di pratica, infine, Laura Bonawitz spiega cosa Google considera mobile-unfriendly (What You Need To Know About Google’s Impending Algorithm Update). E HowDesign indica alcune soluzioni: 6 Mobile Web Design Tips for Google’s Algorithm Shift

Se poi vuoi aggiornare subito il tuo blog, The best free WordPress plugins for mobile websites.

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Siamo tutti televisioni (ovvero: perché tanta gente è attenta a Periscope)

Periscope In 140 caratteri: «Periscope è un’app nuova, è ancora troppo presto perché la gente ne comprenda la grammatica e il linguaggio espressivo»
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Mi tocca iniziare con un disclaimer. Io resto uno di quegli uomini vintage che preferiscono il testo ai video e che -più passano gli anni- più si trova a suo agio con la necessità di sintesi dei 140 caratteri di Twitter che non con la scrittura dei libri.

Il secondo disclaimer è che ho installato Periscope, ma non ho praticamente mai usato l’app. Il succo è semplice: Periscope ti consente di trasmettere in diretta, ai tuoi follower, ciò che il telefonino riprende. Una sorta di incrocio magico tra Twitter e le televisioni.

Nonostante non l’abbia mai usata davvero, so che a volte si capisce più leggendo in giro che non vedendo da soli. Per questo, forse, ho un po’ di punti chiari in testa, che non mi fanno distrarre, invitandomi a concentrarmi sulla qualità dei contenuti.
Che a me personalmente pare fuorviante. Non è un metro di giudizio. Lo stesso Twitter, quando è nato, non si era ancora evoluto con l’intelligenza degli utenti. Si parlava in terza persona e si scrivevano cose tipo «faccio colazione».
Tra noi, scherzando, lo chiamavamo (era tipo il 2007) «il social network in cui si sta in mutande».

La questione dei contenuti è un finto problema
Messa così potrebbe portarci fuori strada. L’app è nuova, è ancora troppo presto perché la gente ne comprenda la grammatica e il linguaggio espressivo. Ed è presto per pretendere che vengano fuori i primi casi eccellenti di utilizzo.
Io credo che arriveranno.

Nell’ultimo aggiornamento, come notava D.B. Hebbard su Talking New Media qualche giorno fa, Periscope ha cominciato a lavorare sul problema vero. Che è il matchmaking, ovvero far incontrare una cosa che interessa con chi è interessato. E che non è la qualità assoluta dei contenuti (per tutti quello che fanno le persone a noi care é rilevante, ma per un estraneo se trasmetto in diretta un video di una cena magari no).
Per questo in rete si seguono le persone e non più le testate o gli editori. Ma il matchmaking è IL problema per chiunque produca contenuti.

Ma D.B. dice una cosa importante: «Gli sviluppatori, e gli utenti, stanno cominciando a capire che è necessario costruirsi “prima” un’audience e poi iniziare a trasmettere».
Il pezzo si intitola: Twitter continues to tweak Periscope, attempting to make content more relevant to users

Il 2007 di Twitter è il 2015 di Periscope
Più di qualcuno si preoccupa delle questioni legate ai diritti (potenzialmente con Periscope chiunque può trasmettere in diretta qualsiasi evento), ma io non mi appassiono al tema. Era abbastanza inevitabile che dopo aver disintermediato il testo, si disintermediasse anche la diretta video.
Per la categoria «io ti dico la mia, ma vedi anche le opinioni degli altri», ecco un bel link di Claudio: Periscope, tutte le meraviglie del live-broadcasting. E tre problemi

Usi possibili
Considerando che l’unico modo di stare in rete -oggi- è produrre continuamente contenuti, immagino che Periscope possa essere uno strumento potentissimo per chiunque lavori sulla cultura. Dai PR agli editori, passando per le aziende (che dopo aver digerito il mantra «Siamo tutti editori» devono mettersi a imparare il «siamo tutti televisioni»).
Toccherà capire come utilizzare la platform quando avremo qualcosa da comunicare in diretta.

Poi, immagino, i giornalisti potranno esercitarsi a creare un nuovo modo di raccontare le loro storie.

Ma in termini generali suppongo che chiunque possa essere interessato a uno strumento che gli consente di fare -a costo tendente a zero- la diretta di qualcosa che vuole comunicare (una presentazione di un libro, una degustazione di vino, una conferenza stampa, un convegno, un concerto).
Rimane il fatto che per valutare Periscope (e per determinarne successo o insuccesso) servono due condizioni: gli utenti devono comprenderne grammatica e linguaggio espressivo. E gli sviluppatori devono risolvere il problema del dare contenuto rilevante ai loro utenti.
Come lettura a margine: Pressing Pause on the New Streaming Platforms

Un mazzolino di link per capire di cosa parliamo
Se non sai cosa sia Periscope:
* Gesù is live on Periscope
* 10 tipi di persone che troverete su Periscope
* 5 Quick Tips for Using Periscope, Twitter’s New Live Video Streaming App

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Algoritmofobia (e altri post che non ho scritto)

Mac In 140 caratteri: «Dagli algoritmi che governano il mondo a quelli che ti chiedono se stai bene»
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Olivier Ertzscheid fa un inventario delle paure contemporanee, dalla tecnofobia alla nomofobia (ovvero la crisi d’ansia quando devi separarti dal cellulare), passando per la Fomo, la paura di perderci qualcosa mentre siamo offline.

Olivier, poi, citando i 10 algoritmi che governano le nostre vite, ci inserisce anche l’algoritmofobia.
Io non so se e quanto sono d’accordo sull’articolato ragionamento, ma il post (in francese) è qui: Naissance d’une nouvelle pathologie: l’algorithmophobia

Sei sicuro che vada tutto bene?
Sempre in tema di algoritmi, Jess Zimmerman -sul Guardian- racconta di come le ricerche siano monitorate da Tumblr. E nota che, in caso di persistenti ricerche su termini che potrebbero essere segnali di allarme («anoressia», «suicidio» ecc.) la piattaforma ti chiede se va davvero tutto bene e se hai bisogno di aiuto.

È sicuramente un esempio di utilizzo virtuoso, ma Jess poi pone -anche lei- più di qualche domanda sul quanto e sul come gli algoritmi debbano entrare nelle nostre vite. Il diaframma tra utilità e sorveglianza è sempre più sottile.
How do we tell when helpful interventions online are just creepy surveillance?

L’Internet delle Cose (Kafkiane)
Per non farci mancare nulla nella collezione di dubbi e incertezze sul nostro futuro rapporto con le tecnologie, Jay Stanley mette insieme uno stimolante pezzo di scenario. Il punto centrale è capire, dice, se le macchine avranno mai la capacità di giudizio di un umano. Con tutti i problemi che ne conseguono.
Anche qui non so quanto sono d’accordo, ma solo il titolo dovrebbe invogliarti alla lettura: The Internet of Kafkaesque Things

Chiusura con un po’ di ottimismo
Tanto per spezzare questo insinuante filo legato alle paure, il «tecno- ottimista» Javier Celaya propone un documento di 72 pagine (in PDF, EPUB, o MOBI) sui modelli di business dell’editoria del futuro.
Trovi tutto qui: New Business Models for Publishing in the Digital Age

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C’è chi lavora e chi fa riunioni. Da Dilbert all’attrazione della mediocrità

Dilbert In 140 caratteri: «il ritmo di una riunione è quello della mente più lenta tra quelle dei presenti»
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La mia generazione (o almeno parte della mia generazione) è cresciuta con la Legge di Dilbert, che suona più o meno così: «le aziende tendono a promuovere sistematicamente i loro dipendenti meno competenti a posizioni di management (di solito middle management), allo scopo di limitare i danni che essi sono in grado di fare».

Altre versioni: non meno divertenti, ciniche e realiste
Internazionale traduce un pezzo di Oliver Burkeman che contiene diverse chicche. In parte recupera la storia di Dilbert, riattribuendola: «il principio di Peter, formulato dal professor Laurence J. Peter, secondo il quale “in una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. Chi fa bene il suo lavoro viene premiato con una promozione, fino a quando non arriva a ricoprire una posizione per la quale non ha le capacità necessarie, e lì si ferma».

Ma ce ne sono ancora: «Ben Horowitz aggiunge a questa teoria la cosiddetta “legge dei peggiori”: appena una persona che occupa una certa posizione in un’azienda diventa competente quanto la peggiore della posizione superiore, probabilmente si aspetta una promozione. Ma se gli viene concessa, il livello di competenza dell’azienda andrà gradualmente diminuendo. Perché questo succeda non è necessario che qualcuno sia particolarmente inadeguato: le burocrazie tendono semplicemente a essere peggiori della somma delle loro parti».

Oppure: «Per usare le parole di John Stuart Mill: “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità”».

C’è chi lavora e chi fa riunioni
Ma la mia preferita (dato che sostengo da anni che -come suggerisce il titoletto- il mondo si divide in chi lavora e in chi fa riunioni) è questa: «il ritmo di una riunione è quello della mente più lenta tra quelle dei presenti».

Okok, è principalmente cinismo e sarcasmo, di quelli che ci aiutano a discolparci dal nostro quotidiano. Ma anche un po’ realtà. Il pezzo è godibile, a tratti divertente, e ha un titolo forte. Fatti la tua idea: L’irresistibile attrazione della mediocrità

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