Pace alla nostra anima Digital Punk

cluetrain In 140 caratteri: «Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato singoli aspetti delle nostre vite» Tweet this!

A quanto pare Doc e David (due che non rivedono il layout del loro sito da tempo immemore), hanno rimesso mano al Cluetrain Manifesto, aggiornandolo al 2015.
Il tutto con la complicità di Dave (che ne ha fatto un listcle).
Tre mostri sacri dell’internet dei pionieri tornano insieme.

Il «Cluetrain» spiegato ai navigatori di oggi
Erano altri tempi, ragazzi. A differenza di oggi, non esisteva letteratura sul digitale e quei pochi che ne scrivevano sui giornali o nei libri erano gli stessi che «facevano l’Internet». Il web era ancora assai rudimentale («brutti siti con brutte foto di gatti», diceva Shirky) e moltissimi ne leggevano su carta. In Italia avevamo settimanali come Panorama Web (Anna, Luca, ricordate?) e mensili come Internet News (Sergio?). Roba di carta che ci serviva a scoprire le cose in rete, per quanto paradossale possa sembrare oggi.

Il Cluetrain Manifesto, nella relativa scarsità di testi che raccontavano Internet, divenne subito un punto di riferimento. Ricco di intuizioni che solo dopo 15 anni sembrano scontate persino alle aziende («I mercati sono conversazioni», tanto per citarne una), era una specie di Bibbia che tutti, andando in giro a raccontare la rete, prima o poi citavamo.
Ispirato all’etica hacker e a buoni principi e aspirazioni per un mondo migliore, il Cluetrain raccontava -prima che le cose accadessero- quello che avremmo potuto fare con Internet. È, a suo modo, un piccolo poema di libertà, innovazione, tolleranza e circolazione delle idee.
Ci credevamo in molti, ma non avevamo fatto i conti con la nostra impreparazione. Lo strumento è talmente potente che forse le nostre culture (e per conseguenza il nostro essere individui) non erano pronte a usare. Magari lo saranno in seguito.
Anni dopo, Bruce Sterling fece una profezia più cinica, dicendo: «avremo l’Internet che ci meritiamo»

I nuovi «Clue»
Sono una miniera di stimoli, uno per uno, con anche la giusta dose di tono scherzoso e di ironia. E includono un po’ di cose che avremmo potuto immaginare, ma non avevamo ben immaginato. La rete alla fine è fatta dalle persone (quasi uno dei principi fondativi) e le persone sono le persone che sono. A volte belle, a volte cattive, a volte cariche d’odio.
Internet è la gente, non la tecnologia. E sebbene alcuni punti siano forti e incontrovertibili (vedi quello della foto), sfogliando uno per uno il listicle di Dave ho avuto un po’ di sensazioni.

Mixed feelings. O dei tempi andati.
La prima sensazione che ho avuto è che l’etica che informava i primi pionieri (libertà di espressione, ostilità verso il copyright, amore per il libero dominio, circolazione delle idee) oggi debba fare i conti con una realtà più complicata di quella che ci aspettavamo.
Leggere (e condividere profondamente) alcuni clue mi ha fatto sentire un po’ “punk”, nel suo valore di «ingenuo» (o naïf se preferisci). E mi è tornato in mente un vecchio paginone del Manifesto (mi pare che fosse il Manifesto) in cui c’era una mappa del pensiero italiano su Internet e io venivo inserito tra i «tecno-ottimisti». In buona compagnia peraltro.

Le cose che sono cambiate
Oggi Internet è una cosa molta diversa. Non si può abbracciare in una serie di tesi, o in un libro come abbiamo fatto in passato. È talmente trasversale in tutto che comincia a sembrarmi sbagliato anche solo trattarla come un oggetto narrabile. Oggi Internet non esiste, esistono i cambiamenti che Internet porta in tutti gli aspetti della nostra realtà. Dal lavoro alle automobili, dai frigoriferi agli occhiali.
Non si può più scrivere un libro su Internet. Si possono scrivere libri su quanto Internet ha cambiato noi e alcuni aspetti del nostro lavoro, delle nostre vite. Internet in sé non è più un argomento intellettualmente affrontabile.
Non è più un aspetto della nostra realtà. È il sistema operativo della realtà tutta.

Schumpeter, il digital-punk e i servizi industriali
Mentre il primo Cluetrain Manifesto indicava regole generali (cui sarebbe stato bene attenerci, forse), i nuovi «Clue» oscillano tra il generale e il particolare, finendo persino a citare le «Corporation» che in qualche modo posseggono le nostre identità. Certo, dicono che «internet è di tutti e deve restare tale», ma la realtà che osserviamo non rispetta le nostre aspirazioni.

I grandi servizi di rete hanno bisogno delle persone per essere utili, e per avere tante persone servono i capitali di grandi gruppi industriali. L’innovazione, anni fa, partiva da una cantina, da un’idea, da un garage, da un omino che aveva un’idea e metteva su un sito (vedi Flickr, ad esempio).
Erano altri tempi. Oggi dobbiamo imparare a difenderci, a combattere le battaglie che l’etica originaria di Internet ci indicava per vinte.
La privacy, il controllo delle nostre identità, i servizi che ci aiutano online. Tutto questo -forse- non è più riassumibile in dichiarazioni di principio.
Dobbiamo lavorare sulla cultura per portarla al livello di potenza degli strumenti che abbiamo. Per creare consapevolezza.
Per cercare di mantenere la bellezza che tanti di noi vedevano nella prima Internet. Quella un po’ punk, un po’ ingenua, un po’ naïf. Che però ci piaceva tanto.
Fatti un’idea: Cluetrain: The listicle

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2 Responses to Pace alla nostra anima Digital Punk

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