Ostaggi della politica. Che possiamo fare?

Inventario degli spunti

Nei giorni della crisi di governo, in particolare prima durante e dopo il voto di fiducia al Senato, chiunque abbia girato un po’ in rete ha percepito espressioni chiare di

un malessere genarale nei confronti della politica. Non è una novità, la rete è piena di documentazione esplicita e qualitativa della distanza non della politica ma della classe

dirigente dal mondo reale. Alcuni spunti, in particolare, mi hanno fatto pensare.

Tutti allenatori, tutti politologi

Carlo ha fatto una battuta, sostenendo che in Italia ci sono sessanta milioni di allenatori della nazionale e, nei momenti di crisi,

sessanta milioni di politologi. Sul calcio non so dire, credo di aver fatto il CT solo durante i mondiali americani (volevo Baggio in campo dal primo minuto) e mi torna lo stimolo solo quando

la nazionale schiera Del Piero (che proprio non lo sopporto, ma è solo antipatia). Schiererei Totti e Cassano sempre, ma Totti non vuole e Cassano magari è già in squadra. Non lo so, non vedo

una partita della nazionale dai mondiali e non capisco nulla di calcio. Non sarei in grado di sostenere una conversazione da bar.

Sulla politica, invece, la penso diversamente. Il fatto che ciascuno esprima “pubblicamente” in rete la sua opinione politica è il vero aspetto “politico” della Rete. Il resto, tutto il resto

che di solito leggiamo a proposito dei rapporti tra politica e web è solo marketing politico, o comunicazione politica. Ma se i mercati hanno già preso atto che la comunicazione è diventata

bidirezionale, dobbiamo applicare lo stesso metro alla politica. Gli elettori hanno parola come i consumatori. E come questi ultimi acquistano peso scambiandosi esperienze e consigli per

le decisioni di acquisto, gli elettori contribuiscono ad arricchire (conversando e con il confronto) una “visione sociale” della politica agita, per costruirci sopra le proprie

decisioni di voto.

E’ questo l’aspetto maggiore di innovazione che hanno portato i network al sistema politico, non lo è invece il modo in cui la politica sta usando i network. Se vogliamo ragionare di politica e web

interessandoci di come la politica lo usa, dovremmo chiarirci bene che stiamo considerando aspetti di marketing politico e che la “politica” in quando sistema ne è totalmente estranea.

Se prendiamo un qualsiasi manuale di Scienze Politiche e leggiamo una descrizione di “sistema politico”, scopriremo che -come qualsiasi altro processo- viene descritto in termini di

input (richieste e sostegno), trasformzione (ovvero quella che viene definita “la lotta per la gestione del potere e il suo esercizio nel bene del paese”) e output (che

sono le decisioni e le azioni). Ovviamente ogni output torna a generare nuovi input.

A questo punto sorgono due problemi. Innanzitutto il problema di distinguere tra richieste che nascono all’esterno e richieste che sorgono all’interno del sistema. In

secondo luogo, sapere se e quanto le richieste si trasformano in questioni politiche e quindi entrano a far parte di un dibattito pubblico che si conclude con una decisione.

[Giorgio Sola, Incontro con la Scienza Politica]

Semplifico assai: la rete, in quanto spazio pubblico, dovrebbe intervenire nel sistema tra gli input producendo richieste e dando feedback sulle decisioni (quindi una misura del sostegno).

Prima della rete (ma nella realtà ancora oggi) le richieste politiche venivano da gruppi di pressione, opinion leader e -in maniera sfumata- dall’opinione pubblica che però era rappresentata

soprattutto dagli organi di informazione. Oggi noi tutti vivivamo in un mondo in cui l’ingresso dei network in questo sistema è considerato una nostra aspettativa, ma il sistema politico

continua a ignorarlo come possibilità di innovazione.

Siamo tutti molto più informati, molto più attivi o comunque almeno portatori di una opinione pubblica. Il sistema politico perde i nostri dati e la nostra frustrazione aumenta. E cresce

la distanza tra un mondo più evoluto, più collettivamente in grado di prendere decisioni informate (ecc.) e l’attuale classe politica, che si è formata in epoche in cui il mondo

funzionava in maniera differente.

Ostaggi della politica

Una delle frasi che si legge più spesso è “un paese in ostaggio della politica”. Il Rapporto Eurispes 2008 cambia i termini e

dice che la politica è ostaggio dei poteri forti,

ma sempre lì siamo. Il punto è che il nostro sistema politico ha smesso completamente di leggere gli input esterni o fa una clamorosa selezione sugli input che legge. Non sente minimamente

più la pressione dell’opinione pubblica. Pensate a come è difficile dimettersi in Italia: Selva, il portavoce di Prodi, tutti gli altri. O ci si dimette per non mettere in difficoltà i valori

di un partito (Mele), o perchè è funzionale a input interni al sistema (Mastella), o perchè a un certo punto intervengono i poteri forti (Cuffaro). Se la magistratura indaga, viene screditata.

Se si compie un errore si comunica il contrario.

Pensate alla legge elettorale attuale in cui sono le segreterie di partito a decidere chi deve essere eletto e in che ordine (e non più l’elettorato a scegliersi

i suoi rappresentanti).

Tutto è improntato a sostenere la conservazione della classe dirigente, a prescindere (ormai) anche da quel minimo di buon gusto istituzionale

che dopo anni ho finito per riconoscere alla DC.

Il punto è che questa classe dirigente ha deciso di chiudersi, di valutare solo gli input interni (come se fosse abilitata a vivere in una supersfera che collettivamente assomiglia al Leviatano

di Hobbes). Questa operazione ha progressivamente “liberato” la classe politica da quella che gli anglofoni chiamano

shadow of future, l’ombra del futuro, la sottomissione ad un

giudizio sull’operato e, di conseguenza, alla remissione o alla conferma del mandato. nelle nostre democrazie moderne. Il controllo sull’operato di un politico è costruito sulla shadow of future, ovvero

sulla possibilità che in futuro l’elettorato possa giudicare e punire. Quando questo controllo perde di significato, c’è una specie di “buco” che toglie responsabilità. Quello che stiamo vivendo.

Ma c’è un altro aspetto ancor più inquietante. Se possiamo accettare che in una interpretazione persino Mastelliana, ma da manuale, la politica sia “lotta per il controllo e la gestione del potere” non possiamo prescindere dalla

seconda parte della definizione: questa lotta deve agire “in funzione dell’interesse collettivo”. Ovvero produrre decisioni che assomiglino sempre più a giochi a guadagno condiviso. E se

leggiamo la letteratura sul concetto di “bene pubblico” ci rendiamo conto che è proprio il controllo sociale e reciproco a far funzionare le cose. Senza questo controllo (senza

la shodow of future), se legge solo gli output interni, il sistema politico è abilitato a prendere le decisioni funzionali solo al suo vantaggio (e alla sua sopravvivenza). Benvenuti

in Italia.

Che possiamo fare?

La presenza dei network e la loro capacità di creare relazioni, sistemi, gruppi (e di scambiare conoscenza) ha accelerato la consapevolezza dei sistemi sociali ma non ancora di quello politico. Non in

Italia almeno, visto che negli USA certi segnali forti ci sono.

Luca sta lavorando da giorni per costruire una riflessione comune sull’agenda dei cittadini, da contrapporre a quella

politica o dei media di massa. La situazione attuale, per come la vedo io, è questa: è vero che la rete connette milioni di cittadini, ma gli input che produce sono (per definizione) frammentati.

Frammentati tranne quando si raggruppano (con un meccanismo di consenso) in una ad-hoc-crazia, ovvero in un gruppo forte che si raggruma su un interesse condiviso e fa

massa critica. In questi casi, poichè come dice zetavu

i media s’imbevono, l’agenda dei cittadini confluisce in quella politica. E’ accaduto raramente, in Italia, e attualmente non è un processo assecondato nè socialmente nè

tecnologicamente.

Perchè davvero si possa pensare ad un miglioramento del sistema politico che tenga conto della comunicazione bidirezionale dell’elettorato (e che non alimenti sempre maggior

frustrazione nei confronti della classe dirigente) occorrerebbe:

a) che la classe dirigente attivi nuovamente il suo ascolto nei confronti della società. E’ improbabile, perchè va contro il suo istinto di autoconservazione;

b) che il sistema politico scopra che partecipazione non è più l’ormai ottocentesca partecipazione alle attività di un partito (come sbandiera il PD), ma una forma di partecipazione

alle decisioni informate di una classe politica che oggi è tecnologicamente possibile, ma culturalmente incompresa. E’, se ci pensiamo bene, una grande necessità di ripensare a livello

di filosofia politica il concetto di rappresentanza.

E’ un processo lungo e complicato, che si accelera solo facendo funzionare al meglio il punto c);

c) aumentare la spinta dell’elettorato connesso sui media tradizionali, che sono oggi il canale preferenziale per trasformare in input un consenso ad-hoc su un dato

tema. Se la politica riceve input solo dai media tradizionali, bisogna lavorare su questo. E’ principalmente un problema di leggibilità e di strumenti.

Mille opinioni politiche da coda lunga,

frammentate su mille blog o social network non sono leggibili. Va studiato un modo di rendere leggibile, a chi dai media tradizionali legge la realtà,

la formazione di una massa critica di consenso/dissenso su un tema.

Altrimenti il grande motore sociale che esprime opinioni e fa politica in rete continua a girare a vuoto.

Come si fa tutto questo? Non ho una soluzione pronta. Credo però che sia fatale che il peso dell’elettorato connesso trovi modo di pesare. La vera variabile è il tempo: quando

accadrà? E la buona domanda è: visto che siamo così stanchi di quanto accade, come possiamo accelerare questo processo? :)

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