Nomi di briganti, titoli di libri.

“Napoli è l’unica città africana

priva di quartiere europeo”

Ammiraglio Nelson

Campo minato. Per gli storici il risorgimento, con buona pace di Ciampi,

è una specie

di campo minato. L’analisi dei fatti che portarono all’unità d’Italia è spesso

un territorio franco per chi desidera appoggiare idee politiche proprie o per

chi ha in animo di smontare idee politiche altrui. Personalmente sono convinto che nessuna

idea è politica in sè, mentre può essere politico l’uso che se ne fa. Quindi, per quanto mi riguarda,

ne parlo solo per tracciare un indice di titoli e (se ho fortuna) per

avvicinare presumibili lettori a bellissime trame. Trame che -per una volta- oltre che dalla

letteratura, ci sono raccontate dalla Storia.

Il risorgimento di destra e quello di sinistra.

Approfittando del fatto che i tempi della Storia non sono quelli della cronaca, gli storici si impegnano

da decenni in un dibattito senza fine, seguiti a ruota dalla stampa che esercita

il suo ruolo di osservatrice imparziale armando le mine o bonificando i terreni minati,

a seconda della tesi che conviene sostenere (qui, qui e qui

alcune tracce del dibattito).

Io conservo memoria di un articolo di Paolo Mieli

(“Risorgimento, fossa della democrazia”, apparso su La Stampa del 20 settembre 1998),

in cui la posizione revisionistica è moderata e mi piace per la prospettiva:

“Alle origini del Risorgimento, solo ed esclusivamente per come sono andate le cose,

senza colpe particolari, c’è dunque una sorgente di acqua inquinata che ha infettato il corso

del fiume della storia italiana impedendo al nostro Paese di diventare una democrazia

come tutte le altre. Che gli storici, pur schierandosi pro o contro il Risorgimento,

tornino su quegli anni e si comportino come chimici che cercano di individuare la natura

di ciò che ha corrotto quelle acque, sotto questo profilo, è in ogni caso proficuo.

E forse ci può essere d’aiuto per sciogliere alcuni nodi del presente.”

Tra i temi più caldi del dibattito, il ruolo dell’Italia inferiore

(come veniva chiamato il meridione) e l’opportunità (messa in discussione) della sua

“inglobazione” nell’unità d’Italia. Soprattutto considerando un fatto singolare nella

storia dei popoli: il processo di unificazione italiano avvenne ad opera dei piemontesi,

che parlavano il francese come lingua di cultura e che non si erano mai spinti (prima di allora) fino a

quelle contrade. Vienna e Parigi, oltre ad essere più ricche d’attrazione, erano più facili

da raggiungere. Nemmeno i mercanti tentavano di vendere i loro prodotti in quel regno del

sud curiosamente detto delle due Sicilie.

Il bellissimo libro

Venga a Napoli,

signor Conte di Mario Costa Cardol esamina i retroscena della storia ufficiale, attraverso l’analisi di migliaia di carteggi privati.

Se già la copertina allude (proponendo una stampa satirica dell’800 che ritrae Garibaldi

che pesca mentre Cavour gli ruba i pesci), il sottotitolo non lascia dubbi:

“Storia poco nota del nostro risorgimento”. Per dare una idea dei documenti minori

riportati alla luce (dalla volontà di renderli noti), scelgo qualche brano delle

lettere inviate a Cavour dal Marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli:

” (…) considerate ch’io sono in Cina (…)”

“I preti e i gesuiti la fanno da padroni. La massa è stupida e brutale, in fondo monarchica;

la regalità è ancora una religione per questo popolo abbrutito. Fra la borghesia si trova qualche

bella individualità, qualche bella intelligenza, ma di natura pavida, senza energia. Ciascuno

teme per sè e per la sua famiglia… ”

Come anticipava De Maistre ai Savoia, saggiamente per quei tempi, ci sono nazioni immescolabili.

E, sempre il De Maistre, aggiungeva: “l’unione delle nazioni non presenta difficoltà sulla carta,

ma nella realtà è un’altra cosa.” E così, con le parole di Costa Cardol:

“Agli inizi del dicembre 1860 il problema del Mezzogiorno comincia ad assumere l’aspetto bieco di

una guerra che non è civile nè di conquista. Guerre civili erano le guerre di religione in Germania

e in Francia nel cinquecento e nel seicento; guerre di conquista quelle degli inglesi contro

gli scozzesi nel settecento; guerra civile era il conflitto tra il nord e il sud degli Stati Uniti

d’America; nel novecento classiche guerre civili si sarebbero poi avute in Russia e Spagna.

La guerra, che nel Mezzogiorno d’Italia stava per iniziare sotto l’espressione attenuativa

di lotta al brigantaggio, era piuttosto una guerra di ignoranza, uno scontro fra due mentalità,

il frutto di un equivoco. Nè la Francia nè la Germania furono unificate così alla cieca (…)

In Italia, invece, si cadde dalle nuvole. Improvvisamente si scoprì che i meridionali non volevano

i piemontesi, com’erano chiamati, per estensione, gli uomini del Nord. Una sciocchezza: centomila

e più morti in cinque anni per un equivoco, una sbadataggine, una carenza di informazioni”

La storia bandita. In questa guerra dell’ignoranza, sotto la bandiera della

rivolta contadina

e con la scusa della restaurazione borbonica, guadagnarono atroce e giusta fama i briganti,

figure grandiose e ambigue, romantiche e crudeli. Alcuni, come Crocco e Ninco Nanco, erano fuori

dalla legge perchè “era meglio brigante in patria che inutile eroe chissà dove e magari

per un monarca straniero”. Altri, come il generale Borjès, maestro di guerriglia accorso dalla Spagna

per salvare il re Borbone, briganti lo diventarono perchè dovettero combattere accanto a loro e

farsi compagni di razzia e spartizione.

Ma il brigantaggio non nasceva allora. Come racconta Raffaele Nigro nel suo straordinario romanzo

I fuochi del Basento, già dai principi del secolo molti contadini si

erano dati alla montagna, chi per scelta definitiva, chi come attività stagionale (razziando

in primavera ed estate e nascondendosi nei mesi freddi).

Nella saga narrata da Nigro (con uno stile degno delle epopee di Marquez, ma più raffinato)

si scoprono le ignorate gesta del brigante Taccone che, dopo la rivoluzione napoletana,

si proclama “Re di Calabria, Basilicata e Terra di Lavoro”. Il novello Lope de Aguirre, con un

esercito di 700 uomini ed una corte itinerante, muove su Napoli per liberarla dal dubbio dei

suoi tre re uccidendo il Murat (messo sul trono da Napoleone) e impedendo il ritorno dei Borbone.

Perennemente inseguito dalle truppe francesi del generale Manhes, ma accolto in pompa magna nei

paesi e nelle città, persino invitato a tutti i matrimoni, Taccone esercita il suo potere attraverso

la paura e la crudeltà, lasciando l’impronta nel paese.

E prima di lui il generale Francesco Nigro, fomenta e comanda la rivoluzione contadina accanto ai

galantuomini liberali. Analfabeta, ma con il dono del versetto e della rima, grazie alle sue razzie

accumulerà migliaia di volumi nelle grotte dell’Appennino, sperando un giorno di imparare a leggere.

Morirà in battaglia, combattendo per il sogno di una repubblica di intellettuali.

Quanto a Crocco e alla sua rivolta contadina, un altro grandissimo romanzo,

L’eredità della priora di Carlo Alianello, ce ne racconta le gesta:

“Carmine Donatello Crocco fu un bellissimo uomo, alto, slanciato, con ventre magro e torso grande,

amplissime le spalle, ladro, assassino, disertore dell’esercito borbonico, lancia spezzata dei

liberali nell’insurrezione lucana, garibaldino e poi ancora disertore, assassino ancora, ladro

sempre. Fu soprattutto il cafone armato che infuria, il motore e il banditore della rivoluzione

contadina, piuttosto che della reazione borbonica. La sua è la rivolta del popolo magro contro

la durezza dei piemontesi che han portato con loro tristi novità, tasse, sequestri, sfratti e

fucilazioni… ”

Nella banda di Crocco, generale come tutti i grandi briganti, c’erano Ninco Nanco, lugotenente

crudelissimo e brigante di professione (il suo nome evocava terrore persino a chi lo pronunciava), poi Romaniello, Pasquale

Biscione detto Fedele e tanti altri.

Don Josè Borjès, invece, generale carlista, fu chiamato dal generale Clary a prendere

il comando dell’esercito reazionario, ovvero delle bande brigantesche. Questa truppa eterogenea,

armata di forcole e ronconi, coltelli e qualche fucile, ma guidata dal carisma di Crocco,

paese dopo paese occupa il Vulture e la zona del melfese.

Ma, ad un certo punto, quando già -grazie ad uno stratagemma di Borjès- stavano per

prendere Potenza ed andare definitivamente avanti, minacciando “seri strappi all’unità d’Italia”,

si fermano e tornano indietro. Cosa successe mai?

Secondo lo storico Tommaso Pedio (Prefazione a

La mia vita tra i briganti [pdf],

diario del generale Borjès) il dissidio tra i due generali fu fatale all’azione e portò

alla divisione delle truppe e dei destini. Crocco, molti anni dopo, nel 1867, fu processato,

dopo essersi arreso in cambio della vita. Borjès, invece, fu imprigionato a Tagliacozzo mentre

tentava di fuggire a Roma per ricostruire un esercito regolare. Fu giustiziato nel dicembre del ’61, ma (a quel punto) l’Italia era fatta.

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