McDonalds nelle moschee

Miss B52 trascrive un articolo di Franco Cardini (apparso su Libero) in cui si sostiene, tra le altre cose, che ogni dittatura è fondata anche sul consenso e sul carisma del dittatore. Il resto dell’articolo, naturalmente, è un esempio pregevole di certa informazione a tesi. Ma questa precisazione è innecessaria, un po’ per la natura naïf della fonte originaria, un po’ perchè se così non fosse stato, Rolli non lo avrebbe trascritto. In ogni caso, lo specifico politico non mi interessa, non quanto invece mi interessa l’approccio culturale.

Da un punto di vista politico parlare di ‘guerra di liberazione’ e di ‘fine di una dittatura’ può avere senso (non per tutti) perchè in fondo la politica si basa sull’interesse. Interesse di un popolo, nei casi più illuminati; interesse di pochi o di uno solo nei casi peggiori. Da un punto di vista culturale, invece, per parlare di ‘guerra di liberazione’ servono alcune condizioni. La prima, e può bastare, è che il popolo da liberare ne faccia esplicita richiesta e ne avverta il bisogno.


Nel caso dell’Iraq, che è diverso -ad esempio- da quello italiano della seconda guerra mondiale, Bush sta commettendo un grandissimo errore. Sta interpretando le necessità del popolo iracheno secondo schemi propri della cultura occidentale. Il che, evidentemente, non funziona. E lo stanno dimostrando i fatti, anche se bastava solo un po’ di buon senso. Provo a spiegarmi.

Abbiamo avuto alcuni segnali. Milioni di arabi (a partire dagli egiziani, che pure odiano Saddam Hussein e pagherebbero per levarselo dai piedi) sono indignati per questa guerra. Centinaia di volontari ogni giorno entrano in Iraq per aiutare il popolo del’Iraq. Un irakeno intervistato in Siria (lontano dalle minacce della dittatura, non inquadrato, anonimo e quindi sincero) ha dichiarato che sarebbe tornato in Iraq a difendere il suo paese. Non gli importava di Saddam: o lui o un altro a capo del paese non faceva differenza, poichè Allah sapeva cosa fare del destino del suo popolo.

Questo signore non è un folle, ha solo un modo di vedere il mondo diverso dal nostro. Nelle culture islamiche l’individuo si considera meno importante, perchè tende ad inquadrarsi in un sistema relazionale. Un irakeno non si percepisce come un occidentale; piuttosto si sente un nodo in un sistema associativo che, oltre a determinarne l’esistenza, lo constestualizza. Una parola araba, nisba, descrive questa appartenenza. E’ intraducibile, ma deriva dalla radice triletterale n-s-b che significa ascrizione, attribuzione, relazione, affinità, correlazione, connessione, parentela. Il nisba descrive l’individuo distinguendo con precisione i contesti in cui gli uomini sono ‘separati’ (matrimonio, religiosità, dieta, diritto, ecc.) e quelli in cui sono collegati agli altri (lavoro, amicizia, politica, commercio). E’ più facile che i concittadini conoscano il nisba di un uomo piuttosto che i suoi problemi economici, i suoi titoli di studio o il suo stato di salute. Scrive Clifford Geertz:


“Per un modello sociale di questo tipo, un concetto di identità che renda visibile l’identità pubblica in modo contestuale e relativo, ma che lo faccia in termini che hanno origine negli ambiti più privati e stabili della vita sociale e che hanno una risonanza profonda e prmanente, sembrerebbe particolarmente appropriato. Di fatto questo modello sociale sembrerebbe creare virtualmente questo modello di identità, poichè produce una situazione in cui le persone interagiscono tra loro in termini di categorie il cui significato è puramente posizionale. [...] Le discriminazioni nisba possono essere più o meno specifiche, indicare più o meno precisamente la posizione nel mosaico [...] Chiamare uno Safroul è come chiamarlo Newyorkese: il nome lo classifica, ma non lo tipicizza; lo colloca senza ritrarlo.”


Non sono un islamista, ma non ci vuole uno studioso per rendersi conto che l’intero sistema culturale islamico si basa su presupposti estremamente diversi dai nostri, a partire dall’individuo e dal suo rapporto con diritti e doveri della vita sociale. Noi guardiamo tutto attraverso i nostri occhiali condizionati e ci spingiamo persino a prevedere il futuro dell’Iraq sulla base delle etnie, compiendo un ulteriore errore storico. Le etnie sono una pura invenzione degli antropologi occidentali , compiuta nel loro sforzo di classificare il mondo. E se in alcuni casi gli antropologi hanno indovinato, nella maggior parte dei casi si tratta di una mera classificazione teorica. Scrive Conrad Shetter:


“In Afghanistan il termine ‘Tagiko’ si riferiva originariamente alle persone non classificabili da un punto di vista etnico. Si trattava, dunque, per così dire, di una non-etnia. Eppure oggi parliamo del gruppo etnico dei Tagiki, una contraddizione in sè. A coloro che sono riuniti in queste unità spesso non è familiare neppure l’eteronimo che è stato loro attribuito, e tanto meno una qualche identità comune.”


Se non vi bastasse, il Presidente degli irakeni in Italia ha dichiarato in TV (non ricordo in quale trasmissione, mi pare quella di Vespa) che una sera erano riuniti in cinque, di quattro etnie diverse. Eppure lui non si era accorto di nulla, di nessuna differenza tra queste persone, tutte irachene.

Normalmente la nostra logica occidentale lavora seguendo un’ottica di confronto. Noi stiamo bene, loro stanno peggio, “ergo” noi abbiamo ragione. Ma le cose non sono così semplici. Immaginiamo un uomo di una tribù isolata del Centro-Africa. Per quest’uomo la violenza è un fattore vitale perchè garantisce la sopravvivenza e perchè nella sua tribù la capacità di violenza è un fattore gerarchizzante. Costui ha impiegato ogni sua energia, sin da piccolo, per dominare la violenza, sua e degli altri. Poi, un giorno, arriviamo noi e gli spieghiamo che non deve essere violento, perchè è male. Cosa credete che penserà?

Ora, da un punto di vista culturale, portare la democrazia in Iraq con una guerra (e non, come ogni primcipio democratico consiglierebbe, attraverso l’autodeterminazione di un popolo) equivale a quanto hanno fatto i conquistadores con i Maya e gli Aztechi (che non sentivano affatto l’esigenza della ‘spagnolizzazione’), o a quanto hanno fatto gli stessi americani con i pellerossa. Se nel 1492 i missionari cristiani hanno sostituito i nostri idoli ai loro, oggi gli americani stanno per mettere i McDonalds nelle moschee. E gli iracheni (gli arabi tutti) hanno il sacrosanto diritto di incazzarsi. Se poi noi vogliamo cadere dalle nuvole e parlare di carisma del dittatore, nessuno ce lo vieta.

Note:

- Mi permetto di scherzare su Rolli, perchè pur non essendo uniti da nessun argomento (a parte le critiche sull’intransigenza dei non fumatori) tra noi c’è mutua stima. Stima che non ha avuto scosse nemmeno quando ho scoperto che usa i missili Patriot come stecchette del reggiseno.

- Il brano di Clifford Geertz è tratto da “Antropologia interpretativa”, Bologna, Il Mulino, 1988

- Il brano di Conrad Shetter è tratto dal Quaderno Speciale di Limes “Le spade dell’Islam”.

- Io non sono antiamericano. Sono cresciuto leggendo scrittori americani e guardando film americani. Non bevo Coca Cola ma mi piace il Cheesburger e mi diverto ogni tanto ad andare da McDonalds (e non per dar fuoco al locale). A volte penso perfino di comprarmi una Harley Davidson.
Quindi, diciamocelo una volta per tutte : ho un profondo rispetto per gli americani in genere, pur non dimenticando che fino a pochi anni fa avevano i bagni per i bianchi e i bagni per i neri.

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