Il viso di Garbo
paola malanga & aldo nove
Garbo, che più che altro lo si sentiva un quindici anni fa circa, appartiene ancora a quel momento dell'amore infinito degli anni Ottanta in cui la sola cattura del viso umano provocava in noi il massimo turbamento, in cui ci si perdeva letteralmente in un'immagine umana come in un filtro, in cui il viso costituiva una specie di stato assoluto della carne che non si poteva raggiungere né abbandonare. Alcuni anni prima, il viso di Patti Pravo provocava addirittura degli stupendi pensieri di palingenesi della nostra intera esistenza; quello di Garbo partecipa, ancora, del medesimo regno di amore cortese, in cui la carne sviluppa mistici sentimenti di produzione ontica ma discografica.
Il viso di Garbo, che bisogna dirlo si chiama Renato Abate, è senza dubbio un mirabile viso-oggetto; in
Il fiume, questo bellissimo L.P. che ha illustrato suo fratello, il cerone ha lo spessore nevoso della maschera; non è un viso dipinto, è un viso intonacato, difeso dalla superficie del colore e non dalle sue linee; in tutta questa neve, fragile e insieme compatta, solo gli occhi, stupendi come una polpa bizzarra, ma niente affatto come quelli del bassista dei Sigue Sigue Sputnik, sono due lividure un po' tremanti. Anche nell'estrema bellezza della foto che c'è dietro 1.6.2 (Garbomanidiforbice), questo viso non disegnato ma scolpito dall'occhio epocale del fotografo in una materia liscia e friabile, cioè perfetto ed effimero a un tempo, raggiunge la tristezza vegetale degli occhi del cantante dei Visage, il suo viso di totem.
Ora la tentazione della maschera totale (la maschera antica, per esempio) implica forse meno il tema del segreto (come è il caso delle agiografie sintetiche di Derek Jarman a margine dei Pet Shop Boys on tour) che non quello di un archetipo del viso umano. Garbo, nella scabra teodicea di
Scortati, offriva una specie di idea platonica della creatura, e ciò appunto spiega come il suo viso sia quasi asessuato, senza per questo essere equivoco. È vero che l'astratta peregrinazione semantica di brani come
Aufwiedersehn (la sua afonica, esiziale stringatezza narratologica è di volta in volta Regina e Cavaliere) favorisce questa indistinzione; ma Garbo non si impegna in nessun esercizio di travestimento; è sempre se stesso, sotto la corona o sotto i grandi feltri abbassati porta senza finzione lo sesso viso di neve e di solitudine. Il suo appellativo di David Bowie di Fenagrò mirava indubbiamente a rendere, più che uno stato superlativo della bellezza, l'essenza della sua persona corporea scesa da un cielo (
In questo cielo, potremmo dire,
a novembre) dove le cose sono formate e finite nella massima chiarezza. Lui stesso lo sapeva: quanti cantanti hanno accettato di lasciar vedere alla folla il loro inquietante maturare (ad esempio quello schifo di Edoardo Bennato che è diventato rattuso). Lui no: bisognava che l'essenza non si degradasse, che il suo viso non venisse mai ad avere una realtà diversa da quella della sua perfezione intellettuale più ancora che plastica. L'Essenza si è a poco a poco fissata in un idioma rassicurante, progressivamente disvelata in una certezza che solo le prime apparizioni televisive dei Village People (e della loro teoria di inesauste rifrazioni della modernità) ha saputo uguagliare; ma non si è mai alterata.
Tuttavia, in questo viso deificato, si disegna qualcosa di più pungente di una maschera: una specie di rapporto volontario e perciò umano tra la curva delle narici e l'arco delle sopracciglia, una funzione rara, individuale, fra due zone del volto; la maschera è solo una somma di linee, il viso, invece, è soprattutto richiamo tematico dalle une alle altre. Il viso di Garbo rappresenta quel momento fragile in cui gli anni Ottanta stanno per estrarre una bellezza esistenziale da una bellezza essenziale, l'archetipo sta per inflettersi verso il fascino dei visi corruttibili, la chiarezza delle essenze carnali sta per far posto ad una lirica dell'Uomo Nuovo.
Come momento di transizione, il viso di Garbo concilia due età iconografiche, assicura il passaggio dallo spavento al fascino.
Oggi, è noto, siamo all'altro polo di questa evoluzione: il viso di quei pirla degli Articolo 31, questi cialtroni fascisti della massificazione annichilente, per esempio, è caratterizzato non solo da una inespressiva mimica parkinsoniana ma anche dalla loro persona, da una specificazione commerciale del pasoliniano gergo degli ultimi. Come linguaggio, la singolarità del viso di Garbo è di ordine concettuale, quello degli Articolo 31 è merda.
Il viso di Garbo è Idea, quello degli Articolo 31 è ora di finirla.