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SandroVeronesi
a cura di Marco Drago, Roberto Rivetti e Sergio Varbella
"Aveva fatto per un anno e mezzo l'investigatrice privata a Verona. Sparava regolaramente al poligono con la pistola automatica. Lasciò intendere di avere avuto una storia d'amore con Sting.
(Gli sfiorati)
Sandro Veronesi è nato nel 1959 a Prato e ha compiuto i suoi studi nel campo dell'architettura, optando definitivamente per la scrittura soltanto a 29 anni. Risale infatti al 1988 il suo romanzo d'esordio Per dove parte questo treno allegro, uscito per il piccolo ma attivo editore Theoria di Roma, romanzo al quale si sono aggiunti Gli sfiorati (Mondadori, 1990) e Venite, Venite B 52 (Feltrinelli, 1995).
Veronesi è un narratore inconsueto per la tradizione italiana: ama divertire il lettore con i suoi libri, sconfinare nel comico partendo dal tragico e coinvolgere i suoi stralunati personaggi in vicende del tutto sganciate da quelli che sono i canoni della nostra narrativa.
Il prino libro, Per dove parte questo treno allegro, esplora un rapporto padre-figlio piuttosto tipico degli anni ottanta: il padre è uno scapestrato affarista pieno di debiti ma con qualche centinaio di milioni imboscato in Svizzera, il figlio è un insipido ragazzotto senza ambizioni e pieno di strane manie. I due sono costretti dalle circostanze a vivere qualche settimana a stretto contatto l'uno dell'altro e piano piano i due mondi apparentemente inconciliabili iniziano a trovare dei punti di contatto. Per dove parte…fu considerato un buonissimo libro d'esordio e attirò l'attenzione dei critici più aperti, ma - se letto dopo i due successivi - mostra alcuni limiti: una lingua ancora impersonale e una generale mancanza di ambizione.
Gli sfiorati è un'altra musica: la trama non è riducibile in poche righe e i temi sui quali Veronesi si sofferma sono così numerosi e così vosticosamente enunciati, da lasciare senza fiato. L'autore prende saldamente in mano il controllo della situazione e non disdegna di interloquire con il lettore in vere e proprie finestre narrative che si aprono ovunque. Veronesi inizia a rivelarsi per quello che è: uno scrittore fantasioso e raffinato, un seguace dell'inclusività, un nemico giurato del minimalismo. I disegnini che appaiono - ad un certo punto del libro - sembrano anticipare di quasi un decennio il quadrato tracciato con le dita da Uma Thurman in Pulp Fiction, ma risalgono forse, a certi romanzi sperimentali americani degli anni sessanta - a derte opere di Donald Barthelme, ad esempio. In ogni caso Gli sfiorati affronta temi quali l'incesto con un umorismo distate anni luce da certe melense fantacronache di tanti noti scrittori nostrani.
Nel frattempo Veronesi aveva iniziato a collaborare con la rivista Panta - I nuovi narratori pubblicando tre racconti (sui numeri 1, 3 e 7) e curando la realizzazione del numero 10 ( Politica).
L'assenza dalla scena editoriale con libri a suo nome fu interrotta dalla pubblicazione del volume Cronache italiane, raccolta di articoli uscita nel 1992 per la Mondadori. Gli articoli erano apparsi quasi tutti sul supplemento domenicale de il manifesto negli anni tra il 1988 e il 1991. Come giornalista, Veronesi mantiene il gusto comico che caraterizza la sua narrativa ed evita accuratamente di scadere nel patetico giornalismo narrativo tanto caro ai nostri quotidiani.
Dopo lo studio sulla pena di morte nel mondo ( Occhio per occhio), Veronesi si ferma per scrivere il suo terzo romanzo, Venite, venite B 52, opera forse troppo recente (risale al febbraio del 1995) per essere valutata accuratamente, ma senza dubbio superiore alle due precedenti. Veronesi possiede una voce ormai inconfondibile, quasi classica nella sua effervescenza e il romnzo si piega docilmente alla lingua e alla contorta visione del mondo del suo autore.
Venite, venite B 52 riprende in mano il tema del rapporto tra due persone appartenenti a generazioni diverse, trasformandolo in prtetesto per la creazione di personaggi straodinari e di situazioni al limite del fantastico.
Con il suo terzo romnzo, Veronesi si allontana fatalmente dalla narrativa della tradizione italiana, avvicinandosi a certi autori ameicani della cultura psichedelica, come Thomas Pynchon o Tom Robbins e ponendosi come figura atipica - e forse ancora sottovalutata - della nostra narrativa.
Dalla tua biografia risulta che sei architetto. Come sei arrivato alla letteratura? Parlaci anche del tuo esordio con Theoria.
Mi sono laureato in architettura, sì, e ho anche dato l'esame di stato. Subito dopo me ne sono fisicamente andato (da Prato, dove vivevo), mi sono trasferito a Roma, proprio per distanziarmi il più possibile dalla prospettiva di fare l'architetto. La letteratura era ciò che desideravo, da sempre. Ci ho provato, ecco che ho fatto, ho provato seriamente a fare lo scrittore. Come sia andata che Theoria, dopo un anno e mezzo, abbia abboccato, io non so dirlo. Bisognerebbe chiederlo a loro.
Quali sono state le letture che ti hanno formato?
Un magma di letture, caotico e, in parte, andato perduto in un'assimilazione scriteriata. Faccio, tanto per brevità (ma non è che in effetti le cose siano andate in modo più ordinato), la lista della spesa: Dostoevkij, Vargas Llosa, Twain, Jack London, Simenon, Pasolini, Soriano, Trifonov, Malcolm Lowry, Thomas Pynchon, Ian McEwan, "Mosca sulla Vodka" di Erofeev, "Poiché ero carne" di Edward Dahlberg, "Nove racconti" di Salinger, "Pietroburgo" di Andreij Belyi, "I cinici" di Mariengov, "Ferito a morte" di La Capria, e poi Chatwin, Kapucinski, Truman Capote, Beckett, Nabokov... (continua)
Ti senti affine a qualche scrittore italiano contemporaneo?
Sì. A Frank Zappa.
Che accoglienza avevano avuto i tuoi due primi romanzi?
Discreta. Qualcuno mi ha bacchettato - troppo qui, troppo poco là - ma in definitiva poteva andare molto peggio. Hanno abboccato in diversi.
Parlaci di quest'ultimo lavoro, "Venite venite B52".
È un romanzo che s'infila a capofitto nel Male, utilizzando l'impianto tradizionale del romanzo comico. È un romanzo filosofico, anche se nessuno, ci scommetto, se ne accorgerà.
Perché parli così insistentemente di personaggi inconcludenti o falliti?
I falliti sono i caduti, i militi ignoti della nostra società dell'opulenza, e come tali vanno onorati. Ci vorrebbe un altare con fiammella perpetua, per i falliti, davanti alle Borse di Milano, New York, Londra, con corvée di giovani imprenditori a fare i turni di guardia, immobili, sull'attenti, ventiquattro ore su ventiquattro. E guai a chi si gratta un sopracciglio.
Come va con "Panta"? Ci puoi parlare di come è nata la rivista e di tutto il resto?
Come vada non lo so, ho un po' perso i contatti. Per quel che ricordo io, la rivista è nata in un ristorante romano, vicino al Pantheon, allora molto frequentato dai socialisti. Oltre a Tondelli, Elkann e Elisabetta Rasy, che furono fin dall'inizio i direttori, a quella cena parteciparono Marco Lodoli, Edoardo Albinati, Enrico Palandri e me (ma forse dimentico qualcuno). Il nome, a quanto so, fu suggerito da Alberto Moravia.
Perché hai lasciato Mondadori? Pensi davvero che un editore capo del governo non possa esistere?
Per esistere, esiste eccome. Solo che ho pensato fosse tempo di cambiare aria, per mia maggiore serenità personale. È importante, la maggiore serenità personale.
Parlaci del lavoro che hai fatto per Amnesty International.
Non ho fatto nessun lavoro per Amnesty International, ho semplicemente fatto del lavoro con Amnesty International. Abbiamo lavorato insieme per circa due anni, sul tema della pena di morte. Il resto è un affare privato, non ha molto senso parlarne. Samuel Beckett ha passato per anni e anni buona parte dei suoi guadagni ad Amnesty International, ma lo si è saputo solo dopo la sua morte.
Per i narratori della tua età l'epoca del terrorismo ha costituito qualcosa di molto importante. Come hai vissuto quel particolare momento?
È dura a ammettersi, ma io ricordo che mi ci ero abituato - che ci fosse il terrorismo, intendo. Sarà che ero veramente giovane, sta di fatto che lo presi come una delle tante assurdità, grandi e piccole, che caratterizzavano il mio paese, come i miniassegni o l'austerity per la benzina. Un dato di fatto, ecco.
Che tipo di vita conduce uno scrittore professionista, al giorno d'oggi? Che tipo di gente frequenta? Guadagna abbastanza vendendo libri o occorre fare altro?
Questa domanda va rivolta a Roberto Cotroneo. Lui lo sa.
Ci sai spiegare che vantaggi ottiene la scena letteraria italiana dalla pubblicazione di romanzi e diari scritti da quindicenni?
Questa domanda va rivolta a Angelo Guglielmi. Lui lo sa.
La nostra rivista pubblica molta narrativa di autori bravi ma inediti. Non credi che l'idea potrebbe essere esportata presso un grande editore con l'intento di creare una palestra di scrittura seria e utilissima?
Un Grande Editore per una rivista come Il Maltese? Sarebbe la fine. La fine.
settembre 1995
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