Tunzo Podda rotto in tulo

marco bosonetto


Campeggiava sul retro giallastro di un casermone squallido nemmeno abbastanza grosso da meritare un record di tonnellaggio. Ci dava il benvenuto nel nostro quartiere periferico da cui rimaneva ben visibile il centro. Era una scritta nera buttata giù con lo spray senza badare all'estetica, lontanissima da ogni velleità ornamentale, comunicazione pura: CUNZO PODDA ROTTO IN CULO.
Certe cose della propria città uno non le vorrebbe mai veder cambiare. Invece persino Cuneo pretende di zoppicare appresso al tempo. Così CUNZO PODDA ROTTO IN CULO è scomparsa, ingoiata da qualche strato di vernice giallastra, omologata al resto del casermone squallido. Era la cosa più bella del palazzo. Ed era un mistero. Perché nonostante indagini capillari non si è mai saputo chi fosse Cunzo Podda.
I miei amici anarchici che sognavano di occupare la spelonca rugginosa della Bongioanni e trasformare la fabbrica dismessa nel centro sociale più grande del Nordovest dicevano che era senz'altro un digos bastardo. I miei amici che cambiavano spesso bicicletta e avevano fratelli maggiori che cambiavano spesso macchina e padri che cambiavano spesso carcere dicevano che era senza dubbio un secondino infame. I pensionati che rileggevano la scritta ogni volta che passavano da quelle parti diretti a un cantiere dove trascorrere la mattinata esasperando i muratori con domande cretine dicevano che su almeno una cosa non c'era possibilità di errore: era terrone.
Ognuno poteva immaginarsi il suo Cunzo Podda ideale. Magari un azzimato venditore di aspirapolveri porta a porta che sapeva leggere negli occhi delle casalinghe spalancati sulla distesa d'erba e detriti di Piazza d'Armi e trovare una casa se non ai suoi arnesi antisporco almeno al suo arnese riproduttivo; e la scritta nera era lo sfogo notturno di un marito cornuto che si guardava bene dal dare spiegazioni.
Certe volte, quando io, Mariolino Alfieri e Macio Barbero ci stancavano di guardare le zuffe calcistiche dei grandi che grattugiavano l'asfalto con le ginocchia, andavamo a bere alla fontana col leoncino verde di via Bodina e magari facevamo un po' di strada in più per dare un'occhiata a CUNZO PODDA ROTTO IN CULO. Mariolino aveva un difetto di pronuncia e scambiava le C con le T. Leggeva assorto, teso come un chirurgo: "TUNZO PODDA ROTTO IN TULO". E lo ripeteva piano, come se consumando la frase misteriosa a forza di pronunciarla potesse indurre Cunzo Podda a materializzarsi lì sul marciapiede accanto a noi, col cranio lucido e i pantaloni a sbuffo come il genio della lampada, per regalarci tre desideri a testa e magari le chiavi del lucchetto del Campo Nuovo, che fare ogni volta i buchi nella rete era faticoso.
Macio Barbero diceva quasi sempre: "Per mio padre è un gobbo di merda". Fra le tante divisioni che percorrevano il quartiere come frontiere invisibili - terroni e piemontesi, democristiani e comunisti, disoccupati e cassintegrati, case popolari e cooperative a riscatto - ce n'era almeno una perfettamente comprensibile anche a noi bambini: gobbi e granata, juventini e torinisti. Perciò era senz'altro opportuno che sul muro giallastro non ci fosse scritto CUNZO PODDA GOBBO DI MERDA. Quella specie di cartello di benvenuto avrebbe perso la sua valenza ecumenica e metafisica. Invece il mistero resisteva a disposizione di tutti, non rinfocolava faide e non si lasciava addomesticare dalle chiacchiere da bar; interrogava, enigmatico e celeste. "TUNZO PODDA ROTTO IN TULO", sillabava Mariolino Alfieri, quasi in trance.
Mio nonno abitava a Settimo Torinese, una città facile da immaginare: bastava prendere il palazzone giallastro all'ingresso del nostro quartiere e moltiplicarlo per mille, un posto dove l'orario di chiusura del cimitero era segnalato da una sirena, è segnalato da una sirena. Nonno Battista veniva a trovarci ogni tanto la domenica e mi portava a bere il Crodino al bar Montecarlo. Quando passavamo davanti a CUNZO PODDA ROTTO IN CULO, mio nonno digrignava qualche bestemmia in patois imparata nei laminatoi valdostani e mi diceva di guardare da un'altra parte. "Prossima volta porto la pittura, la scala, il pennello e la copro io, per la Madonna!" Se continuavo a fissare la scritta, il nonno mi minacciava: "Ti ficco la testa in mezzo alle orecchie!" Poi entravamo nel bar Montecarlo e io andavo a guardare i giocatori di biliardo soffocati dal fumo dei sigari toscani, mentre il nonno parlava di ciclismo col barista, un signore coi capelli bianchi spartiti a metà che indossava un sorriso mesto e cariato e occhiali fumé a goccia e diceva che Merckx era più forte di Gimondi per far arrabbiare mio nonno. Io ridevo e il nonno si voltava di scatto e mi urlava: "Guarda che ti ficco la testa in mezzo alle orecchie!" Quella minaccia surreale mi faceva sentire terribilmente importante, uno a cui potevano accadere cose nient'affatto ordinarie.
La minaccia più diffusa nel nostro quartiere era "Ti sanguino la faccia". Ogni volta che la sentivo mi veniva la pelle d'oca per la felicità. Capivo che era successo qualcosa di strano al verbo sanguinare, ma mi sembrava una cosa magica che lasciava sgorgare fiotti rossi con una verosimiglianza inattingibile alla frase corretta. "Ti sanguino la faccia" era sbagliato e bellissimo.
C'erano differenze impalpabili che dividevano in sottogruppi anche noi abitanti dei condomini a sette piani, la gente del quartiere CUNZO PODDA ROTTO IN CULO. Perché non poteva essere un caso che chi viveva negli appartamenti a riscatto avesse macchine leggermente più nuove, cognomi come Giraudo Bernardi Brignone, figli non pluribocciati che leggevano e scrivevano senza errori, balconi gonfi di gerani, ficus negli atri delle scale e una palese allergia per il termine "case popolari" mentre gli affittuari delle case popolari arrancavano su Fulvie rombanti e 127 Sport truccate, si chiamavano Pace Alfieri Reina, mantenevano a malincuore figli sedicenni ancora in terza media, zappavano balconi colmi di pomodori e basilico e avevano atri delle scale senza ficus traboccanti di passeggini.
Io abitavo in un appartamento a riscatto, ma passavo i pomeriggi nei cortili delle case popolari. Al settimo piano del mio palazzo viveva Paolo Dutto, un bambino che mi fissava terrorizzato ogni volta che mi vedeva giocare coi Reina, coi Pace o con gli Alfieri. Per lui "Ti sanguino la faccia" non era soltanto un'eversione sintattica, ma anche un pericolo concreto per l'investimento di mamma e papà sulla sua dentatura sfavillante d'apparecchio. "Ti sanguino la faccia" era il corrispondente linguistico di una pisciata per segnare il territorio, una minaccia autentica che impediva ai gracili rampolli dei bancari diafani di frequentare gli stessi mucchi di sassi dove bazzicavano i figli di gente olivastra che costruiva case cadendo di tanto in tanto dalle impalcature. Niente di ludico e carnevalesco in "Ti sanguino la faccia". Paolo Dutto me l'ha confermato di recente, durante un incontro causale in treno: sprizzava livore nei miei confronti perché da piccolo mi divertivo coi terroni anziché spaventarmi.
Uno che nel quartiere non ha mai avuto bisogno di minacciare nessuno era Rosario Reina, detto "Il Califfo". La finestra del suo soggiorno era pericolosamente allineata con il cancello che usavamo come porta di calcio nelle nostre partite sull'asfalto. Ogni tiro troppo alto era un brivido, una premonizione di vetro infranto e occhiate raggelanti. Io l'ho visto succedere una volta sola. Il pallone ha squarciato la finestra, dodici ragazzini sono ammutoliti come parafanghi, il rettangolo al primo piano ha inquadrato la canottiera di Rosario Reina detto "Il Califfo", la sua zazzera crespa, le sue braccia monumentali, la sua sigaretta mezzo incenerita, e il tempo ha stretto il culo. Poi il più grande di noi è corso dal vetraio, mentre Tonino, uno dei figli del Califfo, ha cominciato a visitare tutte le famiglie dei giocatori per raccogliere i soldi. Due ore dopo la finestra era come nuova.
Invece non ho visto succedere il miracolo. In realtà nessuno mi ha mai detto di averlo visto succedere di persona, però ci credevamo. Neppure il protagonista, Giuseppe Alfieri, confermava o smentiva; scrollava le spalle e basta. Comunque il miracolo era successo così: Vittorio Pace aveva dribblato due difensori, un Ciao e il furgone dei Gallo che diventava bancarella, poi aveva crossato al centro; Giuseppe Alfieri aveva preso la palla di collo pieno, fortissimo, da sotto, troppo sotto; e tutti avevano intuito all'istante la direzione e avevano cominciato a contare le monete per la colletta; la palla era schizzata velocissima verso la finestra del soggiorno di Rosario Reina; l'avrebbe mandata in mille pezzi; e allora era successo; Rosario Reina aveva spalancato la finestra, la palla gli aveva sfiorato la sigaretta appesa alle labbra, aveva schivato il lampadario dono di nozze di zia Assunta, aveva infilato la porta che dava sul corridoio, era entrata in cucina, era rimbalzata sul tavolo senza far cadere la bottiglia dell'olio né il pintone di vino ed era saltata giù dalla finestra aperta sul lato opposto del cortile. In un silenzio sepolcrale, Rosario Reina aveva spento la cicca sul davanzale, l'aveva spedita in strada con un'elegante mossa dell'indice e aveva detto: "'Sto ragazzino ha più culo che anima". E aveva mimato un applauso. Giuseppe Alfieri aveva smesso di trattenere il respiro e si era accasciato sul cofano della 127 Sport del signor Mascarello.
Ora il quartiere è diventato più rispettabile. I nuovi ghetti sono le frazioni al di là del ponte sullo Stura; è più comodo: c'è il carcere di Cerialdo a due passi. I bambini non scorrazzano nei cantieri, non bucano la recinzione del Campo Nuovo e non si minacciano dicendo "Ti sanguino la faccia". Forse preferiscono "Ti fondo la Playstation". Rosario Reina è morto al banco delle angurie; gli ha sparato il marito di una ragazza che lui mandava a battere. Il bel giallastro uniforme del casermone all'ingresso del quartiere non deve più sopportare lo sfregio di quell'ingiuriosa scritta nera buttata giù con lo spray. Ma ogni volta che ci torno, io me la ripeto sottovoce, come un mantra, col difetto di pronuncia di Mariolino, chissà che il genio non si materializzi. TUNZO PODDA ROTTO IN TULO, TUNZO PODDA ROTTO IN TULO, TUNZO PODDA ROTTO IN TULO, TUNZO PODDA ROTTO IN TULO...