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ChiaraTozzi
Chiara Tozzi ha scritto abbastanza racconti da riempire due libri: uno, delle dimensioni di un CD, che si intitola "Tanti posti vuoti", uscito nel 1995 per il piccolo editore toscano Aktis; l'altro è in libreria da pochi mesi e si intitola "L'amore di chiunque", edito da Baldini & Castoldi. Lei è una psicologa, ha scritto anche per il cinema e la radio, è toscana e abita a Roma.
Chiara Tozzi scrive tanto di donne e di bambine, di amori sempre un po' proibiti (con un sieropositivo o con uno già sposato o con un adulto, quando a narrare è una ragazzina), di mariti mai risolutivi, di cani, di piccoli fatti significativi, di lontane memorie d'infanzia. A tratti può sembrare eccessivo, tutto questo scavare, questo voler a tutti i costi trovare qualcosa da evidenziare, da segnare col dito, perfino nella più anonima delle esistenze. Certi lettori non sopportano questo tipo di narrativa. Il bello dei racconti di Chiara Tozzi è che non ci sono mai le frasi definitive. Avete presente quelle frasi che sembrano voler racchiudere tutto il significato dell'esistenza, frasi di cui hanno abusato anche scrittori grandissimi, quelle che dopo tre volte che te le ripeti mentalmente fanno già ridere perché, in realtà, sono patetiche, hollywoodiane, fasulle? In casa Tozzi tutto questo non si rischia mai. È tutto un borbottare frasette comuni, quello dei suoi personaggi, un alzare la voce soltanto perché l'interlocutore è nella stanza accanto che aggiusta il lavandino. La voce dell'autrice, invece, è una melodiosa parlata toscana, scarna ed essenziale tuttavia ricca di termini altrove del tutto sconosciuti. Sarà suggestione, ma la lingua di certi autori toscani contemporanei è davvero qualcosa di diverso dall'italiano standard dei milanesi, torinesi, bolognesi, veneziani e - arrischiamo - romani e siciliani eccetera eccetera. Pensiamo alla vitalità rinfrescante della lingua di Sandro Veronesi, Edoardo Nesi e proprio di Chiara Tozzi e confrontiamola con l'apatica prosa televisiva di Giuseppe Culicchia. Inutile dire che quando uno scrittore ha la lingua il resto viene da sé: potrebbe anche scrivere di niente che va bene lo stesso.
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Nei racconti della Tozzi, come nelle storie di altri scrittori vecchi e nuovi, pare di scorgere un interesse particolare per personaggi sfasati rispetto alla normalità accettata da tutti. Donne ossessionate da "guasti e malattie", uomini che vivono tra il proprio letto e il computer e che ogni tanto sfasciano tutto, altri che picchiano la moglie per punirla di essere guarita da un esaurimento nervoso, madri che lustrano la casa maniacalmente per dimenticarsi del marito infedele e delle figlie cresciute. Un campionario di allegre e comuni nevrosi lasciate laconicamente sulla pagina. A volte ci si imbatte in momenti scomodi, in sgradevoli disvelamenti di debolezze e di meschinità che non possiamo non sentire anche nostre e sono questi i momenti migliori della scrittura di Chiara Tozzi. Il finale del racconto talvolta riscatta tali cupezze e pare ristabilire una possibile lettura positiva dei segni dei mondo. Altre volte ancora, proprio il finale risolutivo rischia di sgonfiare un intero racconto (rimandiamo alla lettura del notevole Punto di fuga da "L'amore di chiunque").
Da qualche parte si era letto un paragone con Raymond Carver e si potrebbe dire che sì, c'è qualcosa di quella narrativa, nei racconti della Tozzi, c'è anche lì la lente d'ingrandimento di una scrittrice poco rumorosa, poco eclatante e molto attenta alle cose che succedono nella vita. La vita per quello che è, adesso e qui. Nel mondo letterario della Tozzi c'è soltanto spazio per incursioni rapide e efficaci nei perché e nei modi di manifestarsi dello spirito vitale dei suoi personaggi, il resto viene tagliato fuori. Qualche tremore di tono sussiste, è logico, qualche spiegazione di troppo resta lì a beneficio di non sappiamo quale tipologia di lettori, ma per il resto troviamo poca letteratura e tanta vita vissuta, in questi racconti e questo ci piace assai. Se proprio ci si vuole allineare si potrebbe dire che anche Carver possedeva lo stesso pregio. Rimandare tutto a Carver è, tuttavia, un gioco in perdita fin dall'inizio: Carver era americano e gli americani fanno storia a sé, nessuno ha in realtà mai potuto rifarsi a loro: l'influenza della letteratura americana sulla (buona) letteratura europea è una leggenda.
Quanto influisce il fatto che tu sia una psicologa sulla tua narrativa? Pensi che se tu svolgessi un'altra professione i tuoi racconti sarebbero diversi?
La molla che ha determinato le mie scelte di vita è una sola: cercare di scoprire il senso delle cose per poi poterlo condividere, comunicare, ed estendere al massimo questa esperienza. È un desiderio che nasce da lontano, forse dal primo confuso e doloroso impatto con la realtà, da quel momento in cui realizzi che sei inserito in un meccanismo "naturale" a cui non puoi sottrarti, che può essere vissuto in modi diversi ma che accomuna spietatamente e sostanzialmente tutti (Leopardi lo ha descritto molto meglio di me). Essere psicologo o scrittore sono due modi solo apparentemente diversi per cercare di interpretare significativamente questa condizione, che è poi quella umana.
Ma non senti mai il timore che le cose che scrivi siano semplicemente l'illustrazione di "casi clinici" che ti è capitato di studiare o di conoscere? Immagino che a uno psicologo vengano raccontate una grande quantità di storie, di esperienze, eccetera. Per te la scrittura è anche un mezzo per poter scaricare queste storie, cioè, per poter a tua volta riversarle su qualcuno in modo da non essere il terminale ultimo?
Una risposta sola per le due domande. Se mi mettessi a raccontare casi clinici (letti o visionati) lo farei con la stessa passione e poesia di un chirurgo che stenda il resoconto di una resezione gastrica. E se poi sentissi "il bisogno di scrivere" per sfogare su qualcuno (povero lettore!) le pene dello psicologo, mi disprezzerei sia come scrittore che come psicologo. Anche se la curiosità e la tensione che mi hanno spinto verso questi mondi sono le stesse, sono diversi i mondi, e stranieri l'uno per l'altro. Trasmigrare dall'uno all'altro è per certi versi faticoso, per altri affascinante. La fatica consiste proprio nel non accomunare le zone, nel non perdere di vista le inconfondibili specificità. Il fascino (la moneta con la quale vieni ripagato se riesci a tenere i fili diversi solidamente in mano), è dato dal panorama che ti si offre alla fine della salita: l'orizzonte che scopri è improvvisamente ampio; e ti rendi conto con commozione che in fondo, tutto quello che facciamo, nella sua molteplicità e differenziazione, ha un unico senso. Molto umano.
In quale arco di tempo hai scritto i racconti dei tuoi libri? Scrivi molto o poco? Quanto limi e "metabolizzi" le tue storie?
L'arco di tempo che intercorre fra i due libri è enorme: circa quindici anni. Tanti posti vuoti infatti è stato pubblicato nel '95, dopo una corroborante sequela di rifiuti iniziata attorno al 1980. In quell'arco di tempo ho scritto molte altre cose, ovviamente: un corposo abbozzo di romanzo, storie per il cinema, articoli per riviste, sceneggiature e, naturalmente, gli appunti quotidiani, altrimenti detti "diario". Il primo racconto di L'amore di chiunque (quello che dà il titolo alla raccolta), l'ho scritto mentre era in corso l'editing di Tanti posti vuoti, l'ultimo (Punto di fuga) nel giugno dei '96, quindi per completare la raccolta mi ci è voluto circa un anno. Ma ogni racconto è stato scritto in tempi molto brevi. Tendo ad essere lentissima nella gestazione (costruisco le storie con andamento sussultorio, spontaneo, me le tengo in testa, le correggo e le riorganizzo intimamente); sono invece rapidissima nella stesura. Per farti un esempio, Spillone l'ho scritto in macchina, durante un viaggio da Firenze a Roma (due ore). Mia figlia, piccolissima, dormiva nel porte-enfant accanto a me, sul sedile posteriore; suo padre, con cui ancora vivevo, guidava. Un viaggio meraviglioso. Molti dei miei racconti sono stati scritti "in movimento", e la maggior parte in treno. Ho insegnato ripetutamente fuori Roma, negli ultimi quattro anni, e nel mio amato Pendolino (che resta, nonostante tutto, il mio mezzo di trasporto preferito), ho iniziato, corretto e concluso quasi tutti i racconti di L'amore di chiunque. Credo che in Chi deve perdonare la suggestione ferroviaria sia assolutamente evidente...
Maltese è una rivista di racconti e caldeggia la pubblicazione di più libri di racconti, rispetto a quanto già avviene. Puoi parlarci della tua predilezione per il genere "racconto"? È vero che gli editori chiedono sempre all'autore di scrivere un romanzo? E tu lo scriverai mai?
Non lo so se ho una predilezione per i racconti. Ma di certo mi è affine qualcosa che riguarda la natura del racconto. Per esempio, la brevità e la quantità. Voglio dire che ho sempre sentito il bisogno di raccontare molte storie diverse e non necessariamente riconducibili, come nel romanzo, a un unico baricentro. Per fare questo lo sforzo - più che la necessità - è di racchiudere il senso del racconto in uno spazio ristretto, ma denso, forte. È come ricevere un gran numero di persone a cena e desiderare che ciascuno di loro riesca a raccontarti, prima che sia servito il caffè, qualcosa d'importante che lo riguarda. Naturalmente bisognerà che ognuno eviti prolissità e particolari inutili, che vada al dunque senza però perdere in suggestione. Questo come scrittrice. Come lettrice no, non ho alcuna preferenza. Mi sono innamorata di autori che hanno scritto solo racconti e di altri invece (uno per tutti: Tolstoi) i cui romanzi speravo non finissero mai, anzi, più lunghi erano più aumentava il piacere. Gli editori invece - almeno per mia esperienza personale - credono che i lettori pretendano e comprino solo romanzi. Non è vero (basta chiederlo a chi legge), ma il meccanismo che si genera è questo, un po' come capita con la televisione: i responsabili della programmazione sono assolutamente certi che il pubblico televisivo, le cosiddette "famiglie" (rabbrividisco al pensiero di quel prototipo familiare italiota che viene così adombrato), voglia (leggi: comprenda) solo insulsi varietà o ignobili approssimazioni di telefilm. E così producono solo questo tipo di schifezze che intontiscono, impoveriscono il pubblico nel linguaggio, nelle immagini... Ora, con l'editoria naturalmente è diverso, il discorso è più legato alla forma che alla sostanza... Quanto a me, certo che spero di scrivere un romanzo. Ma non perché me lo chiede l'editore (essere riuscita a farmi pubblicare, da sconosciuta, ben due raccolte di racconti ne è la prova), quanto per la voglia di raccontare una storia più dilatata, permettermi il lusso di allargarmi, di espandermi.
Non ti secca venire definita minimalista pur scrivendo così tante storie di così tante persone?
Possono definirmi come vogliono. I miei racconti non cambiano, chi legge scopre da solo di che materia sono fatti, che natura hanno.
Ma quanto ti piace Carver?
Ci sono somiglianze (per origine, per radici ispirative o esistenziali) che rincuorano e spronano, letterariamente parlando. È quanto provo leggendo la Tyler, oppure la Berberova. Talvolta la Duras. Altre, che auspichi (ma che non raggiungerai mai, è quasi certo) facendo i conti con giganti come Tolstoi, Nabokov, Dickens... Ed altre ancora che provocano inquietudine, quasi fastidio. È quello che mi capita con Carver. Non sono mai riuscita a leggere Carver con entusiasmo, pur apprezzandolo immensamente, perché mi dà un senso di spietato rispecchiamento, come se vedessi l'interno di me (con le sue pericolose, desolanti "miserie" umane) mentre un chirurgo mi viviseziona.
Carver è grandioso nel narrare le atrocità del nostro stare al mondo. Ma ci sono scrittori che vanno oltre, che riescono anche a trovare il lato ironico di quest'atrocità. A questo io vorrei tendere, ed è per questo che gli splendidi racconti di Carver non mi bastano più.
Tu sei una scrittrice nuova, in quanto ti presenti al grande pubblico per la prima volta quest'anno, ma da tempo lavori anche come autrice di sceneggiature e di radiodrammi. Puoi riassumere la tua "carriera" in questi campi leggermente spostati rispetto alla narrativa? Mi interesserebbe anche avere un tuo giudizio proprio sui radiodrammi. Che tipo di scrittura è, rispetto ai racconti o alle sceneggiature?
Ho iniziato a scrivere sceneggiature per motivi squisitamente economici. Se proprio vuoi sapere l'ordine dei fatti, ecco: mi sono iscritta e laureata in psicologia perché era l'unico studio che mi interessava (come ho già detto). Nel frattempo, continuavo a fare quello che ho sempre fatto da prima di andate alle elementari, cioè scrivere. Dopo la laurea, a ventiquattro anni, non mi sembrava di essere così tranquilla, solida e generosa da potermi dedicare (come mi sarebbe piaciuto fare) al mestiere di psicoterapeuta. Così ho cercato di coniugare la scrittura con una possibile fonte di sostentamento. Con molta fatica e cocciutaggine, alcuni anni dopo sono riuscita a raggranellare qualche soldo scrivendo soggetti, trattamenti, sceneggiature, testi pubblicitari... Di radiodrammi ne ho scritti in realtà solo due, uno dei quali è andato addirittura in onda. Scrivere un testo per la radio è un'esperienza molto più affascinante (per quanto mi riguarda) che non scrivere per il cinema. L'amputazione (sublime) dell'immagine, ti costringe a lavorare molto di più sul senso e sulla scelta delle parole. Devi "straparlare" e al tempo stesso non essere didascalico. È molto più simile, come potrai capire, alla forma letteraria dello scrivere. In una sceneggiatura bisogna fare esattamente il contrario: creare un percorso narrativo che ricorra il meno possibile alla parola. Hitchcock giungeva a dire che si dovrebbe poter seguire e comprendere un film anche senza audio. Nulla togliendo a meravigliosi film "parlati" (basti pensare a Bergman), credo che la natura del linguaggio cinematografico sia di fatto quella dell'immagine.
Parliamo un po' dei tuoi due libri. In L'amore di chiunque abbiamo anche racconti narrati al maschile, ma mai un uomo risolutivo, capace di integrarsi con la propria donna. Hai constatato la predominanza di questo tipo di maschio nella coppia italiana di oggi, oppure i personaggi maschili ti vengono tutti così e non sai perché?
Facciamo un patto: che non mi chiedi cosa penso della coppia, della riscoperta di Dio, della comunicazione virtuale, del buco dell'ozono... Non credo che a nessuno possa (e debba) interessare la mia opinione sulle cose. Vorrei rispondere solo della scrittura, perché è solo in questo ambito che azzardo e scelgo di manifestarmi pubblicamente. Quindi ti rispondo in merito agli uomini (e alle coppie) dei miei racconti. Non credo che non siano risolutivi. Alcuni di loro lo sono: per la madre di Maria (Rumori d'acqua) è sicuramente più risolutiva la presenza del marito, evanescente e silenzioso, ma buono e amorevole, di chiunque altro, compresa Maria, che se ci pensi bene le si avvicina solo sul finire della vita. In Eredità, Renzo è una figura maschile a suo modo risolutiva (pensa a come assiste l'amico fino alla morte, a come se lo porta sulle spalle per le scale). Certo, è omosessuale, e allora? Anche il viandante di C'era una piazza sopravvive, oltrepassa, riesce ad immergersi nella vita. E l'amante di Stella non demorde, non abbandona il sogno e l'apparente insensatezza dei sentimenti. Certo, gli uomini che racconto non sono riconducibili a quel che si è sempre identificato come "forma di virilità". Ma io racconto come sono gli uomini nella vita, non come vorrebbero essere (o come piacerebbe alle donne che fossero).
Leggendo L'amore di chiunque mi sono venuti in mente due libri usciti in tempi diversi. Per voce sola di Susanna Tamaro e La felicità terrena di Giulio Mozzi. Non sto a spiegarti perché: non saprei dirtelo. Li hai letti? Riconosci qualche analogia con il tuo lavoro?
Ho letto Per voce sola, il libro di Mozzi no, anche se mi riprometto di farlo. Non credo che i racconti contenuti nella raccolta della Tamaro abbiano analogie con i miei, se non per "dislocazione". Voglio dire che i personaggi di quelle storie - anziani, bambini - appartengono tutti a una zona sola, che è quella dell'allontanamento, dell'oscurità sopraffatta, sono esseri percossi. una zona che anch'io privilegio nel raccontare, ma in modo diverso. I personaggi della Tamaro soffrono, e l'autrice è con loro, la si sente sempre dentro, identicamente lacerata. I miei sono più smorzati, vanno con le loro gambe (spesso malferme) per la loro strada, hanno vita autonoma; e (soprattutto) io non subisco mai le loro pene, pur comprendendole.
Con una classificazione un po' grossolana, si può dire che L'amore di chiunque contenga due tipi di racconti. Racconti lunghi, con più personaggi che intrecciano le loro psicologia (Punto di fuga, Rumori d'acqua, ecc.), e racconti più brevi e allegorici tipo C'era una piazza o L'amore di chiunque. Tu come la vedi? Cioè, sapendo che tu scrivi radiodrammi, sceneggiature, eccetera, le cose lunghe sembra che possano essere legate a queste esperienze per così dire più sonore che letterarie. Boh, è così?
Io spererei che le mie raccolte (e soprattutto la seconda, dato che in essa lo sforzo è stato maggiore), contenessero vari tipi di racconti, e non solo due. Non si tratta comunque di brevità o lunghezza, per quanto mi riguarda, ma di linguaggio. In L'amore di chiunque ho cercato di individuare varie "voci", a seconda dei personaggi e dei punti di vista. Questo ha spiazzato qualche lettore, che mi ha rimproverato una certa "disomogeneità". Altri invece, hanno apprezzato e colto proprio la diversità. Brevità o lunghezza sono per me inerenti allo sguardo e alla misura che hanno certe visioni o certi personaggi: per esempio, in Ombre che è il racconto più breve, lo sforzo è stato quello di dire "l'indicibile" (le molestie di un padre alla figlia piccola) nel modo più sintetico possibile e dal punto di vista della bambina; dunque, con un percorso ellittico e apparentemente svagato che contenesse il dolore, ma non la consapevolezza. Non mi era concepibile, per questo, una misura ampia. Quanto alla radio e al cinema... che c'entrano? Non capisco la tua ipotesi: casomai, la brevità dovrebbe essere la forma più affine alla narrazione cinematografica (Zavattini giungeva a sostenere che un soggetto si dovrebbe poter scrivere su una cartolina). Ma non c'è alcun legame tra la dimensione stilistica dei miei racconti "letterari" e quelli per il cinema. Sono linguaggi e mondi diversi. Non mi stancherò mai di ripeterlo.
Alcuni racconti lunghi mi ricordano molto un certo cinema italiano (Rumori d'acqua "Speriamo che sia femmina" di Monicelli, La visione del battito "Verso sera" di Francesca Archibugi). Ti senti affine alla Archibugi? Ti senti affine a qualcuno in generale?
Alla prima parte della domanda ho già risposto sopra. Quanto alla affinità... Fatico ad essere affine a me stessa, credimi. E non è una boutade: è lo sforzo maggiore, la meta più ardua. Figurarsi se mi sento affine ad altri. Tantomeno ai registi. Quello dei regista è un lavoro che mi è estraneo, che non farei mai, pur apprezzandolo moltissimo.
In Tanti posti vuoti sembra che i racconti, anche se slegati, creino comunque un crescendo omogeneo e organico diciamo fino a Cos'è una tavernetta, poi un periodo di stasi, fino a Come il giorno... e quindi un finale più dimesso. Me lo sono sognato?
I racconti nascono in luoghi e tempi diversi. I personaggi, il tono e gli stati d'animo che li hanno ispirati sono spesso stridenti. Così quando devi comporre una raccolta ti trovi fra le mani un corpo smembrato, con organi di razze diverse. E devi ricucire, ma non a toppe, in senso armonico, dando vita a un'altra cosa ancora, a un complesso che possegga comunque un'articolazione interna e una parvenza di omogeneità. Personalmente ho cercato in queste due raccolte di procedere dando respiro, tirando fin dove potevo tirare in drammaticità, fermandomi per dare il tempo di assorbire e riattaccando possibilmente in progressione. Mi pare che tu non abbia affatto sognato... anche se Eternit non rappresentava nelle mie intenzioni un finale dimesso. Era forse il racconto più accorato, più evidentemente autobiografico e dolente. Non avrei aperto la raccolta con quel racconto.
Sei d'accordo con l'introduzione a Tanti posti vuoti? "Carità" in particolare, non sembra una parola adatta a quei racconti.
Quando ho letto la prefazione di Cancogni (scritta fra le altre cose con una vecchia Olivetti, con correzioni a mano e con quelle bellissime imperfezioni e cancellature che non si trovano più nella stampa dei computer) mi è parsa incredibilmente bella e generosa. Lo credo ancora. Cancogni mi ha incoraggiato molto, mi ha esortato a non mollare non appena ha letto alcuni dei racconti di Tanti posti vuoti. Ma più di lui sua sorella Franca (scrittrice a sua volta, e traduttrice di valore), la sola fra le persone "adulte e responsabili" ad aver avuto il coraggio di incitarmi quando avevo vent'anni e dovevo ancora laurearmi, a perseguire la strada della scrittura, anche se non avevo né soldi né prospettive e sembrava davvero folle ostinarsi in quella direzione... Ma tornando alla prefazione, e a proposito di "carità": sì, forse hai ragione, su questo non sono molto d'accordo neanch'io. I personaggi di Tanti posti vuoti sono descritti più con compassione (nel senso di "pietas") che con carità. Quanto alla fede e alla speranza, non so se i miei personaggi le posseggano. Io sì... o meglio, diciamo che cerco di vivere in modo da averle.
Hai mai pensato di fare letteratura per ragazzi?
Ci sono due modi, credo, di fare letteratura per ragazzi. Uno è scrivendo storie che abbiano i ragazzi per soggetto ma destinate per lo più agli adulti; storie nate per far luce sul mondo dell'infanzia e dell'adolescenza e per aiutare chi non è più ragazzo a ricordarsi di quell'età per comprenderla e rispettarla. Credo che questo sia un modo più immediato e meno sterile per riunire le due età senza ricorrere agli insulsi manuali o "posta del lettore" infarciti di saccenti psicologismi. In questa direzione vanno alcuni dei miei racconti, con protagonisti ragazzi di varie età: Spillone, Fiaba e portafortuna, Ombre, L'amore di chiunque, Tanti posti vuoti, e l'ultimo che ho scritto, Forbici, che verrà pubblicato su "Lo straniero", la rivista diretta da Goffredo Fofi. L'altro modo di fare letteratura per ragazzi, quello diciamo più canonico, è di scrivere storie destinate proprio al ragazzi. È un campo che mi affascina molto, e che trovo attualmente poverissimo: se dai un'occhiata a quella che viene oggi definita "narrativa per ragazzi" scopri che è infarcita di sani principi in modo sconfortante: ecologia prima di tutto, e poi "anticonvenzionalità" a tutti i costi, occhieggiamenti alle mode... Il tutto mi riporta tristemente alla retorica dei sussidiari della nostra infanzia: cambiano solo gli argomenti (quelli di allora amore per la patria, rispetto per le istituzioni e sottolineatura delle differenze di classe), ma il risultato è identico, una specie di manifesto di regime. A me invece piacerebbe che mia figlia potesse leggere (o che magari io riuscissi a scrivere, perché no?), delle storie per ragazzi con quella meravigliosa "forma eterna" che avevano i racconti di Dickens, di Twain, di Collodi, della Lindgren...
Domanda sul tema dei guru che permea di sé questo n. 21 del Maltese: c'è qualche artista ancora in vita (possibilmente anziano, di un'altra epoca) che tu consideri un "maestro" e che ti piacerebbe incontrare? Anche straniero, anche irraggiungibile.
Ora ti dico alcuni nomi di scrittori ancora in vita che mi hanno dato e continuano a darmi tantissimo: Nabokov, che non finisce mai di stupirmi, di depistarmi, di trascinarmi in luoghi inesistenti ma verissimi, Nabokov mi strattona, mi punzecchia, ridicolizza (giustamente) la mia prosa, m'insegna a non accontentarmi delle mezze mete che vengono spacciate per diapason. Da Tolstoi ancora sto imparando le aste.
Stig Dagermann mi aiuta a non scindere l'amore per una scrittura alta e rigorosa dal rigore etico con cui va affrontata la materia da narrare (o la vita, che è poi la stessa cosa). Potrei continuare ancora facendoti altri nomi.: Cheever, la Mc Cullers, Cechov, Dickens... Questi scrittori sono ancora in vita (anche se scomparsi). Potrei, volendo, farti anche tanti (troppi) nomi di scrittori morti che non sono scomparsi. Non lo faccio perché non servirebbe né a te, né a me, né a loro. Quanto al desiderio di incontrare... Così a bruciapelo, mi verrebbe da dire Stephen King, Anna Ortese o Ann Tyler. Ma poi, per fare cosa? Gli scrittori vanno incontrati dentro i libri. Nella vita "reale" lo scrittore non è tenuto ad essere (e spesso non lo è) affascinante e sapiente come quando scrive. Ecco, forse mi piacerebbe incontrare uno scrittore per intervistarlo (come ho fatto con la Ginzburg), sarebbe un modo per ritrarre un personaggio che mi attrae senza bisogno di inventarlo, camuffarlo, cambiargli identità, come si fa con i racconti o coi romanzi.
Quali autori contemporanei reputi veramente bravi?
Alcuni li ho già citati: la Ortese, per quanto riguarda gli italiani. Ho appena finito di leggere Corpo celeste, e le sono grata; mi rincuora trovare ancora qualcuno, in Italia, che sappia comprendere cose così pesanti traducendole in modo tanto leggero. Sconfinando, la Berberova. E poi la Tyler, con cui mi sento singolarmente in sintonia. Quando leggo le sue storie mi viene da dire: ma questo tipo è mio, caspita, come ha fatto a finire in una storia americana? Nei romanzi della Tyler mi sento a casa, anzi, quasi un po' claustrofobicamente in famiglia. E poi c'è King. Grande, grandissimo. Me ne innamorai nell'ottantuno, ero a letto, malata, e mi portarono A volte ritornano. M'impressionò: non per l'orrore, per la scrittura. Non l'ho lasciato più. E nota bene che allora venivo sbeffeggiata per questa mia passione. Dalle stesse persone che oggi, in conversazioni più o meno pubbliche, si sdilinquiscono in elogi e apprezzamenti per lo scrittore King... il mio panorama di scrittori "viventi" però, non è molto ampio. Non riesco a leggere nuovi autori se non mi entusiasmano in modo spiccato. Forse anche per una questione di tempo: ne ho pochissimo, e devo selezionare severamente (e forse è meglio così). Comunque, ho letto con passione Peter Hoeg ed ho trovato notevole Javier Marìas.
Vai al cinema? Quali film preferisci?
Certo che ci vado. Mi piace tantissimo, quasi quanto leggere. Il mio lavoro mi ha dato e mi dà anche la possibilità di seguire alcuni festival e rassegne, dove i film si vedono al meglio e tanti, di seguito, nello stesso giorno. Ma non amo il cinema italiano attuale, lo trovo penoso. Si salvano, come casi eccezionali (e diversi) Tornatore, Moretti, Amelio, e fra i più giovani Pozzessere. Fuori Italia, il campo si allarga. Cerco di non perdermi niente di Kiarostami, della Campion, di Kieslowski, Altman, Allen... Su tutti, naturalmente, troneggia l'ineguagliabile Bergman.
Ti piace la musica rock? Quali gruppi?
La musica è il pane. Se non c'è musica, si ferma tutto. Quella rock mi ha nutrito e mi accompagna massicciamente dall'adolescenza. Ultimamente ascolto molto i R.E.M. Trovo la loro musica oltre che bella, coraggiosa, piena di corpo e di testa. E che non si dimentica, cosa che non accade con quella di molti dei gruppi più recenti. Mi piacciono anche (ma meno) gli Oasis. E le pietre miliari, ovviamente: Pink Floyd, Springsteen, Simple Minds.... Fra gli italiani, più di tutti, Fossati. Poi Paolo Conte, Patty Pravo.... In certi - pezzi, Ligabue. Mia figlia Benedetta (nove anni) adora Jovanotti. Io lo trovo insopportabile.
Leggi riviste?
Mica tanto. Leggo Linea d'ombra. Finché era viva, La terra vista dalla luna. Ora Lo straniero. E, naturalmente, Maltese. Come ben sai, ci sono arrivata (o Maltese è arrivato a me) grazie al mio primo libro. Che bella sorpresa. Scrivere, riuscire a pubblicare, serve soprattutto a questo: si crea un movimento a spirale, qualcosa che non controlli più (per fortuna) e che ti mette in contatto profondo, sostanziale, con altre esistenze, con voci affini, che altrimenti sarebbe difficile incontrare.
ottobre 1997
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