Sveltina boema con babilonia finale

marco drago




1991: la situazione nel Golfo Persico era una chiavica. Dovevamo andare a Praga per un contratto. Almeno, così ci avevano assicurato da Rimini... gente che non conoscevamo e di cui non avevamo chiesto niente a nessuno. Potevano anche essere dei mafiosi o dei pacchisti. Loro si dicevano "amici di due politici cecoslovacchi che controllavano una ditta di buonissima acqua minerale in via di privatizzazione". Si trattava di andare a vedere il posto, prendere due misure, tirare fuori un listino coi prezzi maggiorati del 30%, e fare un'offerta seduta stante. Noi vendevamo macchine per l'imballaggio e loro dovevano prendere le bottiglie e metterle nelle casse di plastica a 12 o 24 per volta. "Niente di più facile: è già tutto a posto", ci dicevano da Rimini.
Rimini. Ma a Rimini c'è gente che lavora? Gente che sa di macchine?

La situazione nel Golfo Persico era una chiavica, io avevo ventiquattro anni, lavoravo e non me ne fregava niente, anzi un po' sì: ero un pacifista tiepido. Per vocazione naturale antiamericana dichiaravo che "un intervento sarebbe stato molto imperialista e che, in un clima di fratellanza come quello del post-89, una guerra in Irak sarebbe stata un'incongruenza macroscopica". Non sapevo niente di Jugoslavia, allora. Cioè: ne sapevo ma non registravo, non ne prendevo atto. Ecco perché credevo che il post-89 fosse un'era di pace e democrazia. Ero disperatamente eurocentrico.
La mia miopia era la conseguenza del fatto che non facevo politica e non avevo maestri di pensiero che stimolassero la mia curiosità in quel campo. A scuola ero andato in un istituto privato, un liceo linguistico pieno di onesti teenager tarati verso il basso, mai un azzardo, mai una ragazzata. Nessuno faceva politica, di quelli della mia età. Nessuno nel senso: zero. Io posso dire senza paura di sbagliare che a Canelli come in altri posti attigui nessuno della mia età faceva politica. E quindi la mia vita, all'epoca del Golfo, era: lavorare nove ore al giorno, ascoltare musica e leggere libri, vedermi con gli amici e la ragazza. Parlare di cose leggere, bere birra, far tardi la sera. La rivista (quella che state leggendo) era in quarantena, avevamo litigato con qualcuno che adesso non ricordo e dunque non facevo nemmeno il would-be-writer, scrivevo racconti senza senso ed ero sicuro che non avrei mai scritto niente di meglio.

Gennaio novantuno: dopo un novembre e un dicembre nebbiosi all'inverosimile (al Secco, la frazione dove lavoravo, alle otto di mattina era sempre tutto bianco: dalla finestra dell'ufficio, per due mesi, non si sono mai viste le colline di fronte, mai), era iniziato il grande gelo.
Partimmo io e il signor M., il mio titolare. Cinquant'anni, elegante anche se un po' sovrappeso, una leggera somiglianza con un ibrido che possiamo ipotizzare tra Carlo De Benedetti e Andrea Roncato, M. era al volante di una sciccosa Maserati Biturbo del '90. Il fatto di andare in Cecoslovacchia con quel mezzo mi inquietava. Troppo vistosa (all'epoca dubito che appartenesse già al genere macchine-da-pappa) per la mia paternalistica etica di ragazzo dell'occidente in visita a un paese di resuscitati dalla dittatura comunista. Feci presente i miei scrupoli a M, che rispose dandomi un'occhiata di traverso, come a un figlio un po' troppo chiacchierone e io mi sentivo così: un figlio chiacchierone del mio titolare. Sarà stato così perché ero giovane ma anche perché ero un po' disperato: il lavoro di responsabile commerciale (che poi in realtà erano quello di traduttore e quello di impiegato generico mischiati insieme) non mi piaceva: a me non piaceva lavorare nel commercio, a me sarebbe piaciuto studiare fino a novant'anni e poi avevo sessantamila paure diverse tutte diritte nel cervello, paure senza nome, legate a un qualcosa di oscuro che mi faceva morire di terrore. Sessantamila paure con un nome solo: futuro.

A Praga c'ero già stato l'anno prima: la mia passione per l'est europeo mi aveva portato in Germania est nell'88 e, appunto, a Praga nel '90. Nell'88 avevo visto la DDR comunista, nel '90 la Praga immediatamente dopo la rivoluzione di velluto. Conoscevo una ragazza slovacca, di Bratislava, e dopo due o tre giorni lì mi ero spostato nella capitale, all'Hotel Ambassador, circa 60 dollari a notte, una cifra al confronto con i dieci dollari dello Sputnik Hotel di Bratislava. Quella volta mi ero trovato bene, un po' solo forse, ma la città era come me l'aspettavo e mi ripromisi di tornarci. Il viaggio in Cecoslovacchia (o forse era già Ceco-Slovacchia?) del '90 mi era rimasto dentro anche per via di un diario di viaggio che avevo tenuto, il primo e ultimo della mia vita. Un diario di viaggio scritto sull'onda della lettura del fantastico Gatto e topo di Günter Grass. Ricordo che era un testo ossessivo, onnivoro, non mediato, mai ben scritto, un deciso sforzo letterario, per un ventitreenne intontito da Tondelli e Leavitt! Il merito fu di Bratislava, e in particolare del tremendo quartiere di Petrzalka, sull'altra riva del Danubio, a trenta metri dall'Austria. Dormii a Petrzalka una notte, nell'alloggio allucinante di un palazzo indescrivibile, peggio di quelli della periferia romana dei film degli anni sessanta. La mia amica mi accompagnò a vedere la casa, proprietà di un suo collega, e poi mi chiese qualche dollaro in più, visto che mi faceva quel piacere. Beata gioventù! cercai un taxi la sera per farmi un giro in città, ma non passavano taxi, a Petrzalka. Un quartiere enorme, esteso più di Bratislava stessa, senza negozi, senza mezzi, anzi gli autobus c'erano, ma la sera uno ogni ora, quaranta minuti ad aspettare sotto una tettoia, al caldo insopportabile in mezzo alle zanzare del Danubio, in compagnia di un gruppo di ragazzi della mia età agitatissimi, veri esemplari di abitanti del quartiere peggiore del mondo. Poi, la notte, in quell'appartamento estraneo e anonimo, da casa d'appuntamenti sessuali di funzionari del controspionaggio, dormii sul divanetto, ché non c'era il letto, soltanto un divanetto di fibra sintetica che sapeva di portacenere.

Tornare da quelle parti per lavoro era l'ultima cosa che mi sarei aspettato: le macchine che produceva la ditta per la quale lavoravo non avevano un gran mercato nei paesi dell'ex impero sovietico: la manodopera, in quei posti, costava ancora troppo poco per invogliare i nuovi padroni ad attrezzarsi con macchine moderne e carissime. Per mettere delle bottiglie in uno scatolone, è sufficiente una signora, possibilmente sovrappeso, seduta su un seggiolino, con due bicipiti così e pochi grilli per la testa. Il costo annuale di una signora simile sarà stato un decimo di quanto costava una nostra macchina, forse anche un ventesimo. A chi avrebbe giovato l'acquisto di una incartonatrice automatica made in Canelli?

L'appuntamento con il signore di Rimini era a un Hotel lussuoso fuori del centro città, seguimmo le indicazioni che ci erano arrivate per fax e arrivammo con tre ore di ritardo sul tempo previsto. Il tipo di Rimini, che chiameremo Pescatori, era già seduto a tavola con una coppia di mezza età. Pescatori era giovane, avrà avuto trentacinque anni o qualche cosa di meno, due baffi da record e una testa di capelli ricci da far paura. Ci facemmo riconoscere e lui lasciò partire una girandola di parole in romagnolo, gesticolava, si asciugava i baffi col tovagliolo. Alla fine si risedette e ci presentò la coppia: storpiando un cognome ceco ci mise al corrente che erano uno dei dirigenti della fonte di acqua minerale e la moglie.
Le domande che M. mi fece rivolgere (in inglese) alla coppia non ricevettero risposta in quanto non parlavano inglese. Chiesi allora a Pescatori se lui parlasse ceco e lui mi disse: "No, guarda, io con questi è tutta la sera che vado avanti a gesti e sorrisi... così, vedete?" e cacciò fuori un sorriso così falso, ma così falso da inntimorire invece di rassicurare.
"E allora?", chiese M.
"Parla tedesco, il ragazzo?"
"Sì!", risposi, ma non era vero. Lo parlicchiavo, ma quello che avevo voglia di fare era mangiare, non parlare, quindi dissi: "Sì, insomma, quanto basta per capirsi... proviamo".
I due signori non parlavano neppure il tedesco.
"Come non parlano il tedesco?", chiese Pescatori a me e M.
"Parlez-vous français?", tentai pietosamente.
"Nié", chiocciarono loro all'unisono. Parlavano soltanto ceco. Perché, allora, erano lì? Chi li aveva mandati? Come avevano fatto a mettersi d'accordo con Pescatori?
Lì per lì non ci pensammo, affamati com'eravamo, e facemmo apparecchiare al tavolo dei tre. Loro erano ai liquori, ben oltre la cena, noi ordinammo una roba mista di pollo fritto, praticamente l'unico cibo appetitoso della tradizione boema.
Per un po' ascoltammo con attenzione le cose che doveva dirci Pescatori, ma poi ci concentrammo sul cibo e io personalmente bevvi due pinte di birra fantastica, dopodiché iniziai a capire che il viaggio sarebbe stato del tutto inutile. Non lo volli dire a M, che però, forse, già da solo ci era arrivato. Pescatori era un personaggio senza alcuna qualità. Era lì perché era il '91, adesso lo capisco, ma allora non ci poteva essere chiaro niente, allora la speranza era che il mercato si aprisse dappertutto senza far nascere intrallazzi eccessivamente sporchi. Pescatori non era uno sporco, o per lo meno, non siamo mai venuti a conoscenza di qualche suo problema con la legge, Pescatori era semplicemente uno che non aveva niente in mano, soltanto una parlantina esagerata e un mucchio di balle su conoscenze e contatti. In mano non stringeva niente. Era socio in una ditta di trasporti, ma non sapevamo che tipo di ditta fosse, secondo me era un corriere del cazzo, che si era messo in testa di far uscire qualche soldo dal gran casino delle privatizzazioni delle imprese est europee.
Era arrivato a noi per sentito dire, in fondo il mondo delle ditte come la nostra era piccolo, ci si scambiavano clienti e agenti, si parlava al telefono con gli altri, si passavano informazioni.
La serata finì nello stesso enigmatico modo in cui era iniziata. Il tempo di raccontare a un insonnolito Pescatori del viaggio fin lì, della neve ghiacciata all'uscita di un tunnel nei pressi di Graz, in Austria, della sbandata, del sollievo incredulo appena passato il pericolo, e poi congedammo la coppia stranita (a cui offrimmo la cena consumata ore prima). Pescatori ci invitò a restare al bar, che era elegantissimo, oro e bordeaux, pieno di camerieri e di ragazze carine. M faceva di tutto per tagliare corto, era stanco, voleva andare a dormire e io di più. Mi sforzavo di non stare a sentire le balle che sparava Pescatori, mi concentravo sul gin and tonic, pensavo ad altro, lasciavo che fosse M a sorbirsi tutto, d'altra parte era lui il capo, io ero pagato per tradurre.
Alla fine andammo a letto, dopo aver deciso il da farsi per il giorno dopo: sveglia alle sette e un quarto e visita (alle otto e mezza) alla sede della fonte di acqua minerale. E poi una nebulosa proposta di Pescatori, emersa all'ultimo saluto: "C'è tutto un discorso da fare, sul serio, su un futuro centro commerciale, ma ne parliamo con Janecka, che decide tutto."

Il giorno dopo trovammo ad attenderci due tipi sui cinquantacinque, canuti, vestiti male. Pescatori ci caricò sul suo Mercedes canna di fucile e seguì la Skoda Favorit rossa dei due tipi. M guardava fuori dal finestrino e quello che vedeva era qualche angolo periferico di Praga, ai bordi della campagna.
"Qui è così, ma il centro è bellissimo. Ci andiamo, stasera?", dissi io.
"Certo, certo, ma per ora accontentati di vedere un posto fantastico. Aspetta e vedrai", rispose Pescatori.
Non so come, ma arrivammo quasi in città, lungo viali laterali a traffico ridotto, fino a che svoltammo decisi in mezzo a due grandi fabbricati industriali dismessi. In un cortile ci fermammo e vedemmo una palazzina verniciata, in mezzo al resto delle costruzioni, bisognose di restauro. Ci avviammo verso la palazzina, a incontrare Janecka, quello che sapeva tutto. Pescatori scherzava su tutto, sugli abiti dei due acompagnatori, sulla loro auto, sull'aria da poco che aveva tutto, in quella terra dimenticata dal tempo. Disse anche qualcosa su Janecka, una veloce storia di puttane romene caricate a forza su un camioncino e violentate a turno da industriali italiani. Annuii, mentre M, per fortuna non sentì (troppo incuriosito dal sito fantasma in cui ci trovavamo).
Ci venne incontro Janecka, che tra tutti è quello che ricordo meno, mi pare fosse un rubicon3do panzone, ma forse mi confondo con un altro personaggio di un altro viaggio, forse a Bordeaux o a Glasgow. Janecka ci fece sedere in un ufficio beige tremendo, quanto di più lontano dallo stile moderno avessi mai osato immaginare. Tra posaceneri a piedistallo e portagiornali di ferro battuto lavorato, una cartina dell'Europa attaccata con le puntine e qualche targa dell'era socialista, sedeva Janecka e dopo una telefonata arrivarono sei o sette persone. Solo per presentarci ci mettemmo un quarto d'ora. Erano le nove e tutto aveva l'aria di essere una messa in scena, con tanto di comparse. Dove eravamo? Quando si comincia a parlare di bottiglie, formati, casse in plastica, produzione oraria, verso della linea, voltaggio? In un inglese provvisorio come i denti di una bocca malandata, Janecka iniziò una conferenza allucinante sulla storia degli ultimi trent'anni della fonte, le varie politiche che si erano succedute, i direttori, i presidenti, i sovrintendenti, i commissari, i sottosegretari. Io traducevo a M, ma capivo che a lui non fregava niente di tutte quelle cose, così come non fregavano a me, a Pescatori e a tutti i presenti. In Italia non sarebbe mai successo. In Italia saremmo andati diritti dal direttore tecnico (se ce n'era uno, se no dal proprietario) e in dieci minuti saremmo stati in piena discussione tecnica. Invece, lì a Praga, eravamo disposti a perdonare a quei poveri ex funzionari statali un mucchio di lungaggini e di inadeguatezze. Verso le dieci ci portarono, su vassoi elegantissimi, alcune bottiglie di acqua e anche delle bibite, tutte prodotte dalla fonte (le bibite non so se venissero solo imbottigliate, ma credo di sì). Altra mezz'ora per assaggiare l'acqua e commentarne le doti, la purezza, la grande fama in patria, la possibilità di fornire tutti i nuovi, nascenti supermercati e centri commerciali del paese, la possibilità di sfruttare altre fonti a Brno e vicino a Bratislava. Poi verso le undici, tra un discorso inutile e l'altro, visitammo i ruderi che sorgevano al di fuori della palazzina.
I ruderi non erano ruderi. Dentro ci lavorava della gente. C'erano anche macchine vecchissime di fabbricazione tedesca, una etichettatrice, altre di cui non capivo la funzione. Ci portarono in un'area affollata di donne che mettevano le bottiglie nei cestelli e ci dissero: "Ecco qua vorremmo mettere le macchine per l'imballaggio". Finalmente! M non perse tempo e prese a misurare il pavimento con lo sguardo, girò su se stesso due o tre volte, borbottò cifre in dialetto tra sé e sé e poi mi disse: "Dômme 'na biro, va, che a ven lurd a fé i calcul a mènt!"
Nel frattempo mi bombardava di domande che io dovevo girare a Janecka, che rispondeva con sicurezza. Quante bottiglie vengono riempite all'ora, se le bottiglie di vetro sono depalettizzate (no, era vetro di recupero e arrivava in casse uguali a quelle con le bottiglie piene).
Dalla valigetta nera in plastica, la cui combinazione era 000 000, uscì anche un metro. Aiutai M a misurare alcune distanze da lui giudicate irrinunciabili e poi lo guardai schizzare a mano una perfetta linea di imballaggio. Mentre era lì che ci dava dentro, uno dei tizi che ci venivano dietro mi disse, gentilmente,
"Lunch is ready, we continue after, yes?"
M bestemmiò e impose un ritardo secco di venti minuti al pranzo. Continuò a disegnare seduto su una cassetta di plastica, appoggiato a un tavolino basso occupato quasi interamente da pile e pile di etichette.
Tra me e me, guardandomi intorno, osservando gli operai che si prendevano pause arbitrarie per fumarsi una sigaretta o per chiacchierare, mi chiesi: "In che senso il pranzo è pronto? Dove andiamo a mangiare?
: in una sala addobbata per l'occorrenza, un tavolone, tre cameriere, l'argenteria. Pescatori gongolava, io e M eravamo invece scocciati perché in quasi due giorni non si era ancora capito niente. Ma che razza di viaggio di lavoro era quello?
Il pollo fritto arrivò come un sogno, pepite brillanti di pollo impanato, il sogno di ogni bambino. Vino, birra e acqua, i camerieri, M e io ammutoliti, un mucchio di brusio in ceco, palatale, scivoloso, vischioso. Patatine fritte lunghe e grandi tre volte quelle italiane, vino ungherese e poi dolci squisiti, liquori.
Il bello di quel pranzo fu che era al contempo sfarzoso (i camerieri, le stoviglie) e povero (le bottiglie d'acqua erano senza etichetta e sembravano quelle che di acqua vichy di mia nonna vent'anni prima, il cibo era casalingo). Janecka disse, imbarazzato, che le mogli di cinque operai erano le cuoche e che si erano prestate volentieri per accogliere gli italiani.
M mi fece chiedere chi era il capo, il responsabile e tutti guardarono Janecka, il quale ridacchiò e disse: "No, non è vero, io sono un semplice funzionario, ho sostituito il buon Jeltzick, che ha dovuto abbandonare perché sua moglie è molto ammalata. Il responsabile è Svoboda, ma Svoboda è impegnato e porta i suoi saluti."
M si pulì la bocca e disse: "Qui non c'è niente da fare: per questa azienda ci vuole un investimento di un paio di milioni di dollari, minimo. Non per quanto riguarda la nostra parte di macchine, per tutto. Lavori edili compresi. Li avete, due milioni di dollari?" Mi guardò come per dire: "Perché aiö nen ciamoine prümma?". Io, di rimando, gli risposi, sempre con lo sguardo: "Toi fò bein!"
Finii di tradurre che intorno a me c'era un silenzio tesissimo. Pescatori si schiarì la voce e disse: "Qua, signor M, intervengo io. Il problema numero uno sono i liquidi. Qui soldi non ce n'è. Niente."
"E allora cosa ci ha fatto venire su a fare?"
"Ascolti, non si incazzi, qui c'è di meglio! Qui, in cambio delle macchine, offrono delle quote di partecipazione al centro commerciale che abbiamo in mente di costruire! Diventerebbe il primo centro commerciale stile americano di Praga! Lei non sa che investimento sarebbe. Qua fuori, c'è tutto un quartiere che è dello stato, e che lo stato vuole svendere perché ha bisogno di liquidità. Con una palla di fumo ci compriamo lo stabile e lei…"
"Pescatori! Chi è tutta questa gente? Che cosa gli avete detto? Che avevo già accettato? Che cos'è questo pranzo, in questa sala?"
"M! È solo ospitalità. Adesso non offenda. È gente ospitale, è brava gente."
"Ma se non vi capite nemmeno! Lei parla solo italiano, questi…"
"Hanka, la mia interprete personale, è malata, ma domani la vedrete, io comunico tramite Hanka."
"Ma che domani? Noi ce ne andiamo! Drago, prendi tutti i fogli, che facciamo ancora in tempo ad andare a Vienna da Schlumberger, che hanno un'incartonatrice che ha bisogno di un po' di manutenzione."
E così fu. Fosse stato un altro, magari ci avrebbe pensato su. Una fetta dei guadagni di un centro commerciale! Ma chi lo avrebbe gestito, avrebbe creato profitti? E chi lo avrebbe gestito? Pescatori?

Andammo via da maleducati, costringemmo Pescatori a portarci in hotel e facemmo tutta la strada fino a Bratislava col rischio di rimanere senza benzina. A sud di Brno avevamo trovato un distributore, ma era mancata la luce all'improvviso, così il benzinaio aveva mandato via tutti (una coda di una decina di macchine). Alla frontiera con l'Austria potemmo rifornirci. Mai una volta che si viaggiava tranquilli, sempre qualche preoccupazione. M era sconvolto dal tempo e dal denaro sprecati, per lui era una vera manìa, guai a perdere tempo, guai fare cose inutili.
Passati in Austria, a Hainburg, iniziai a cercare dei canali radio in tedesco, per aggiornarmi sulla situazione nel golfo. M mi cheideva ragguagli ma pensava già alla macchina di Schlumberger.
Alle sette eravamo già fuori dallo spumantificio, macchina messa a posto, due scatole da sei nel bagagliaio (pessimo sekt) e via, con l'intenzione (mia) di trovare da dormire strada facendo.
"Macché", disse M, "andiamo a dormire a casa!"
E così, di nuovo, fu. Quello che M voleva si faceva. Sempre così.
La notte gelida di gennaio mi faceva dormire, l'Austria tutta intorno, così particolare, così austria, così non germania e non italia. Montagne, che ne so, dormivo. M guidava praticamente coricato, riusciva a vedere da sotto il volante, che teneva con due dita. Dormiva anche lui. Mi sforzavo di parlare, cercavo canali in italiano poi dormivo di nuovo. Pensavo alla vita di gente come M. Abituati a fare gli operai negli anni sessanta e adesso imprenditori. Quando si rimettono in pista, spesso per trattative all'estero, diffidano dell'aereo. Vogliono la macchina. Ricordo che M insisteva per andare a Camberra in macchina, convinto che fosse in Francia. Vogliono la macchina e con la macchina vanno finché riescono. Viaggi della morte, senza dormire (se non guidando), senza soste per pisciare, senza parole, tanti senza radio. L'abitudine allo sforzo, all'impresa, nonostante i soldi in banca.
Entrati in Italia si fece dare il cambio e iniziò a russare da subito. Avevo tutta l'Italia da Est a Ovest da fare, erano le due e mezza di notte, finalmente potevo sentire la Rai. Trento, Verona, Brescia. A Brescia le notizie erano sempre più confuse. Si parlava di attacco certo all'alba (ora italiana). Piacenza, Alessandria, Bruno, Nizza, Canelli. Svegliai M che era l'Alba, ma appena appena, era ancora tutto buio, ma era un buio fragile, prossimo all'incrinatura di luce da oriente.
M non mancò di assicurarsi che alle otto sarei stato in ufficio (sì e no un'ora e mezza di sonno) e io dissi di sì controvoglia. Era quella, la mia vita. Lavorare senza sapere dire di no. Salii le scale e i miei erano svegli. Mi salutarono appena e mi indicarono la tv: ecco la guerra in diretta, le note luci di Baghdad '91, tutti le ricordano, tutti ne hanno parlato.
"Bastardi!", dissi. I miei alzarono le spalle e mio padre fece sentire la consueta causticità: "Chi è che attacca? Gli americani o chi? Tanto è lo stesso. Se quello là coi baffi come si chiama Saddam potesse, farebbe uguale. Poco importa!" e tornò in camera. Mangiai un toast con gli occhi fissi al teleschermo, mia madre andava e veniva e poi tornò a letto, lasciandomi solo, a un'ora dal lavoro, l'adrenalina del viaggio (avevo dovuto rimanere sveglio ai 180 all'ora) che si ritirava, l'organismo bisognoso di riassamento.
Invece, con la temererietà dei miei 22 anni e mezzo, evitai la trappola del letto e uscii nell'aria gelata del mattino, diretto in ufficio per lavorare al diario che tenevo nel computer (facevo ancora di queste cose, pensate, e a casa avevo soltanto una Olivetti vecchissima che mi ha allontanato dalla scrittura vera e propria per anni, ma quella era la situazione di tutti allora) e per bermi un bel caffè della macchinetta.
"Burp!", dissi ancora avviando al primo colpo la Panda 30.