Piero Angela

mauro covacich


Qualche anno fa era stata bandita la crociata del calzino bianco. Non so chi avesse cominciato, immagino un pensatore molto College de France visto com'era stata presa sul serio la faccenda. Da un giorno all'altro quella era diventata una legge - come "i carboidrati a cena ingrassano" o "bere tanta acqua fa bene". Da un giorno all'altro uno di quelli che contano, da un qualche posto tipo rotocalco televisivo, pagina di supplemento per l'estate, spazio radiofonico sul costume degli italiani, aveva detto: il calzino bianco è volgare, è da sfigato. Chi lo indossa è out. E come spesso capita in un mondo che ha seri problemi nello stabilire il bello e il brutto e che a seconda di come butta considera i disegni di Renzo Piano (ma anche quelli di Dolce & Gabbana) indifferentemente carta da cesso o autentici capolavori, in un mondo così confuso, confuso più di un bambino un po' ritardato, essere finalmente sicuri di qualcosa diventa una specie di conquista, un traguardo che poi nessuno ha più voglia di farsi soffiare. È da un po' che va così: quando ti pare di non capire più nulla, e non sai più da che parte stare, perché in effetti non c'è più una parte e tutto si presenta sferico, senza nemmeno uno spigolo o angolo o un qualsiasi posto in cui dire "qui sto io, io la penso così", ecco, a quel punto, prima che ti prenda un attacco di panico, ti viene incontro il calzino bianco. Ecco la salvezza. Almeno una cosa è sicura, almeno su una cosa ci possiamo tutti aggrappare: il calzino bianco non va bene.
Credo che siano state riflessioni di questo genere, una sera di un paio di anni fa, a rendermi cosciente della mia sconfinata ammirazione per Piero Angela. Stavo gustando l'ennesimo sbranamento di alce firmato National Geographic, l'ennesima perla di Superquark, quando il nostro, interrogando pacatamente l'altrettanto immenso Danilo Mainardi sulle forme di comunicazione dei lupi durante la battuta di caccia, ha accavallato le gambe scoprendo la corsa breve di un calzino bianchissimo lungo il carnato del polpaccio. Probabilmente Angela, quel gesto, lo aveva già fatto chissà quante volte prima, e tutto lascia pensare che anche precedentemente l'esecuzione si concludesse con l'apparizione abbacinante del calzino. Eppure, quella sera per me è stata una rivelazione. È stato come se Angela avesse voluto parlare proprio con me. L'uomo più allineato del pianeta, l'uomo più senza opinioni che esista, il divulgatore di certezze, quella specie di "Quindici" parlante aveva elaborato una propria sommessa rivolta: contraddire, o meglio, ignorare il principio primo, l'ur-comandamento, rinunciare alla salvezza, scegliere l'unica cosa sicuramente sbagliata e indossarla. Vedevo con chiarezza il rito ripetersi nel camerino a ogni registrazione. Angela che entrava, si truccava, ripeteva la parte, si aggiustava lo spinatino sulle spalle, dava corpo al nodo della cravatta e un attimo prima di entrare in scena, zac, si toglieva i mocassini e si cambiava le calze giuste con quelle sbagliate. Ovviamente Angela arriverà in studio già con i calzini bianchi ed è quasi sicuro che lui alla faccenda non ci abbia neanche mai pensato (il che tra l'altro lo renderebbe ancora più gigantesco). Ma io quella sera, in quel giro di gambe, ho visto proprio un appello, una specie di dedica: uomini che non avete paura di smarrirvi, la luce dei miei calzini è per voi.
Devo ammettere che il mio coriaceo conformismo non mi ha permesso di rinunciare alle calze lunghe e scure (che a mia parziale discolpa posso giurare di aver usato fin da quando, più o meno quindicenne, ho smesso quelle di spugna). Però perlomeno mi sono spiegato, retrospettivamente, la mia fanatica fedeltà ai programmi televisivi di quest'uomo. Il lucore del calzino ha irradiato significato a quelle innumerevoli sere a menù fisso - documentario, spiegazione del documetario, libri sulla spiegazione del documentario - di cui, da che mi ricordo, mi sono sempre ingozzato.
Chi può sperare di eguagliare Angela nel suo stile british, nella sua lingua così neutra, ma così neutra da rendere partigiana quella di un bancomat? Chi può imitare il suo equilibrio, la sua moderazione, la sua missionaria volontà didascalica? Chi può come lui raggiungere una tale bravura da poter presentare candidamente come certezze incontrovertibili quelle che sono a malapena delle ipotesi scientifiche? Penso al suo biologismo integrale: anche la depressione ha una ragione genetica, ma certo, e anche la schizofrenia, state tranquilli, la scienza farmaceutica prima o poi le curerà tutte. Se lo lasci fare, e io ovviamente lo lascio fare eccome, Angela ti può indicare, seguendo l'ultima ricerca degli ultimi neurobiologi dell'ultima università del Dakota, i centimetri cubici di materia cerebrale in cui è localizzata la tua immaginazione, il posto preciso da cui ti escono le fantasie, un po' più avanti, un po' più a destra, ecco proprio lÏ, dietro l'occipite. L'entusiasmo di Angela - un entusiasmo pacato, s'intende, come tutto nel suo essere esprime entusiastica pacatezza - può convincerti della scientificità delle invenzioni più bizzarre. Prendiamo, ad esempio, quella stupenda disciplina artistica che è la paleontologia: a Superquark tu puoi scoprire le fasi digestive di uno pterodattilo. Oppure prendiamo un altro monumento esemplare alla creatività, l'archeologia: Angela ti può far ascoltare le tonalità e poi la gamma di decibel della voce di una mummia egizia. Nessuno avrebbe il suo coraggio. Al suo posto anche un mariuolo come Cecchi Paone direbbe: "abbiamo provato a ricostruire", "È stata individuata la probabile gamma di decibel", cose così. Angela no. Angela ti fa sentire la voce vera, scientificamente accertata della mummia e tu non puoi non credergli. Non puoi soprattutto perché lui per primo si é sempre presentato come il fustigatore più tenace delle credenze, delle superstizioni, delle affermazioni indimostrabili, e lo ha fatto mettendo in gioco la sua faccia da arbitro giapponese, forse un po' aziendale, ma per bene. Penso, ad esempio, al suo accanimento (equilibrato, manco a dirlo) contro la parapsicologia, ai modi calmi da inquisitore capo con cui sfiniva di obiezioni quei quattro poveri disgraziati, sostenitori della telepatia. Penso insomma alla celebrazione reiterata del suo materialismo scettico, con gli esperimenti in studio, i collegamenti con stanchissimi nobel e tutto il resto. Come se fosse veramente necessario il professore del comitato internazionale contro i fenomeni paranormali per convincerci che è da cretini credere che i pensieri piegano i cucchiaini.
Adesso per mettersi al passo coi tempi, e con l'audience, Angela, l'arbitro giapponese più allineato che esista, ha dovuto accettare che culi e tette infrangano anche lo schermo cristallino della sua trasmissione. Adesso anche Superquark ha il classico angolo del sesso. Ma il nostro è riuscito a rendere scientifico anche quello. È bastato il suo tocco neutro, da frigido british, per trasformare il sesso in sessualità. Messo così, tutto sembra più istruttivo. Io e Anna stiamo lì sul divano, abbracciati, a capire finalmente dov'è il punto G. Seguiamo le analisi etologiche sugli accoppiamenti, i paragoni con le altre specie animali, scopriamo le immancabili ragioni evoluzionistiche di ogni nostro prurito e di ogni nostro grattamento. Forse Anna sotto sotto spera ancora che mi ecciti a forza di vedere i disegnini esemplificatori di Bozzetto, le animazioni dei pupazzi nudi, ma io resto pulito da qualsiasi intento carnale. Fisso estatico la tv con l'unica attesa di vedere rispuntare dalle caviglie di Piero Angela la luce immacolata. Aspetto che torni a illuminarmi, breve e repentino, il faro dell'autentica diversità.