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UgoCornia
domande a cura di marco drago e matteo galiazzo schede di matteo galiazzo
Ugo Cornia insegna filosofia alle superiori, è del 1965, è stato un po' di tempo redattore della rivista " Il Semplice" e va in giro con una maglietta dei Cure anche se non sa chi sono i Cure. Ha i capelli lunghi e gli occhiali, parla a voce alta ma lentissimamente. Usa parole che usa solo lui tipo "guzzare" per dire "fare all'amore" e espressioni desuete come "morosa" per dire "fidanzata"
È un modenese esperto più di montagna che di pianura, con buona pace del pur ottimo Walter Siti, che sulla pianura di quella zona ha costruito un vero e proprio progetto filosofico.
Nel 2000 Ugo Cornia ha esordito per Sellerio con il romanzo Sulla felicità a oltranza, che costa solo 15.000 lire ben spese.
Sulla felicità ad oltranza (Sellerio, 2000), rappresenta un serio tentativo letterario di descrivere la condizione mentale di spensieratezza. Cosa non facile: descrivere un pensiero è più o meno quello che si è sempre fatto con i libri, e ci sono millenni di tecniche consolidate per farlo, ma descrivere il non accorgersi di un pensiero, e nello stesso tempo dando conto dell'esistenza esterna di quel pensiero (altrimenti che spensieratezza sarebbe?) è quanto di più potenzialmente traballante si possa intraprendere.
Ma Ugo Cornia se la cava bene, racconta le cose come se fossimo seduti di sera sotto il portico della casa di campagna, fumando sigarette al buio e tutto ci viene detto con una grande semplicità, senza la minima astrazione o costruzione mentale, faccia a faccia, con parole che vanno dritte alle cose, al "mondo esistente in carne ed ossa".
La felicità descritta non è lo sguardo ebete dello scemo del villaggio mentre passa il corteo funebre; è piuttosto l'attitudine a non rimuginare troppo sulle cose, a non prolungare il risentimento o il dolore più del necessario, in modo che non si trasformi in una riflessione cronica e catatonica sul dolore e sull'arrabbiatura, lasciata lì ad autoalimentarsi, ormai scollegata dai motivi che l'hanno originata.
E non è una felicità continua: non mancano i pianti per i morti o per le donne, non manca la rabbia, non mancano i cancheri gridati ai genitori. Quando la felicità arriva, arriva inaspettata, sotto forma di donne grassottelle con un culo tondo da prendere a morsi, di cani randagi che ti trattano da pari a pari, di case in collina, di automobili da guidare lungo una strada da cui "tutto di un colpo Modena mi è apparsa".
Nei rapporti con l'altro sesso il protagonista ha la stessa concretezza istantanea che riserva a tutto il resto: l'amore è una faccenda di corpi più che di parole, le lingue si usano per farsele girare l'una nella bocca dell'altro, e mai per pronunciare discorsi che inizino con "noi".
E poi ci sono i morti, che nel capitolo più bello del libro ("Nel bordo del mondo") infestano con la loro inerziale persistenza la nostra coda dell'occhio, popolando di ombre di padri in bicicletta quel "bordo del mondo, sempre a rischio di sparizione".
Ugo Cornia, Sulla felicità a oltranza è un libro autobiografico?
Quasi tutte le cose raccontate, potrei dire tutte, sono veramente accadute nel mondo. Però stanno dentro a un testo scritto e quindi riaccadono per chi legge attraverso delle parole. Nella vita in carne e ossa c'è sempre un po' di più. Poi, anche se ho scritto una cosa sgangherata, la mia vita è stata ancora più sgangherata di quello che ho scritto. Volevo conservare per me delle cose che mi commuovevano, e che per me sono importanti. In questo senso uno può anche dire che è una cosa autobiografica. Però mentre la vita deve essere se stessa, e accadere e basta, uno quando scrive vuole anche fare una cosa "bella", e questo comporta dei tagli, dei ritmi, e così via (un pomeriggio intero diventa tre righe, un altro diventa tre pagine, un altro scompare). Credo che faccia la stessa cosa, spontaneamente, anche la nostra testa attraverso la memoria: da una parte c'è la nostra vita effettiva vista dagli occhi del mondo (che non sapremo mai che cosa è stata), dall'altra c'è quello che ci sembra che sia la nostra vita perché ci siamo scordati una cosa e invece ce ne ricordiamo benissimo un'altra.
Che rapporto ha Ugo Cornia con i fantasmi?
Io, fin da piccolo, quando sono nella mia casa di Guzzano (appennino tosco-emiliano, un paese attualmente di 11 abitanti) di notte sono un po' inquietato dai mille piccoli rumori inspiegabili che in mezzo a un silenzio totale si sentono continuamente. Uno che li ascolta mentre si addormenta si immagina sempre delle storie terribili con i topi che fanno i nidi scavando tra i muri e i travi, oppure si immagina delle presenze enigmatiche. Inoltre in due o tre luoghi precisi della casa ho sempre visto sporgersi dalle porte due piccole facce con gli occhi rossi. Le vedo sempre con la coda dell'occhio, infatti se cerco di guardare bene non le vedo più. Queste strane apparizioni, che ritengo mie personali, le ho sempre raccontate alle mie fidanzate perché viene addosso quella eccitazione che è un po' cretina ma anche bella. Una volta, io ero già andato a letto e la mia fidanzata era andata in bagno, a un certo punto ho sentito un urlino e quel rumore tipico di piedi scalzi che corrono, e la mia fidanzata è entrata di corsa nella mia stanza dicendo che l'aveva visto. Allora io le ho chiesto che cosa aveva visto, e lei ha detto che aveva visto il fantasma e l'ha descritto, e io le ho detto che era una cosa sua, non della casa, perché nessun altro aveva mai visto delle cose simili. Poi, cinque o sei anni fa, mentre mettevo in ordine dei libri vecchi, ho visto un libro che si chiama Ciuffettino, di un tale che si chiama Yambo: si tratta di un rifacimento di Capuccetto rosso, e c'è un'illustrazione del lupo nascosto dietro un albero che aspetta ciuffettino che ha gli occhi rossi e una sagoma esattamente uguale alle facce che vedo sporgersi da quelle porte. Allora, quando ho riconosciuto questa illustrazione, ho pensato a che genere di miracoli e di eventi succedano dentro alle nostre teste e a quale lavoro meraviglioso ha compiuto quell'immagine, nel corso degli anni, dentro alla mia testa, stampandosi nella coda dell'occhio. Queste sono cose che funzionano come i fantasmi classici.
Invece, quando passeggio per Guzzano, dove il lavoro della morte è visibile, ogni due o tre anni passo vicino alla mia concimaia, e mi viene di colpo in mente Checco (Francesco Lodovisi), un vecchio di novant'anni, che una volta, quando avevo cinque anni, ha fatto una corsa bestiale urlandomi di star fermo, e ha ucciso a bastonate una vipera che stava due metri davanti a me, in mezzo alla strada, e che io non avevo visto. Oppure, ogni tanto, quando vado in giro per il Fosso del Doccione mi arriva in testa mio nonno. Perché i posti tipo Guzzano, grazie al fatto che non producendo più futuro sono già morti, anche se per un po' esisteranno ancora, sono completamente in mano ai morti. A Guzzano ogni cosa è la cosa di un morto. I vivi ormai sono troppo pochi per impadronirsi di queste cose dei morti come succede in città e per riuscire a farle proprie. La stalla di Attilio, anche Attilio è morto da più di dieci anni, è rimasta la stalla di Attilio, e anche la stalla di Celeste è rimasta la stalla di Celeste. Anche i noci del mio orto sono noci di mio nonno o noci miei. Io a Guzzano, molto spesso, nelle ricevute, non sono Ugo Cornia, ma sono "eredi Bacchetti"(mio nonno). Quindi la mia testa, quando passeggia per Guzzano, automaticamente, anche quando le sembra di comunicare col contemporaneo, in realtà è sempre in comunicazione con le opere e le voci dei morti, perché il contemporaneo in buona parte e un perdurare dei morti, e i vivi, che dal settanta in poi sono stati sempre più minoritari, non hanno avuto veramente la forza di snaturare completamente la roba dei morti, anche se ci hanno provato, perché il vivente per sua natura, esistendo, deve snaturare le cose dei morti per farle sue. Quindi Guzzano di adesso è una piccolissima cosa dei viventi incastonata nell'immensa cosa dei morti.
Comunque, vorrei anche dire che i morti, quando appaiono nella testa o non so dove, a mio giudizio, assomigliano più agli dei pagani che appaiono ai guerrieri che ai fantasmi della tradizione recente.
Anche il cinema a volte gioca degli scherzi: se si assiste ad un film degli anni '50 è facile che tutti gli attori presenti sullo schermo siano morti. Questa operazione voyeuristica è una novità assoluta del '900. Prima, se eri morto eri morto e quando moriva l'ultimo che ti avevo visto in vita moriva tutto un periodo. Adesso, con le videocamere, i morti possono continuare ad esserci, più che con la fotografia. Che cosa ne pensi?
Anche se mi piacerebbe avere immagini e film di molte cose e persone che non ci sono più, non credo che le videoriprese siano più potenti della fotografia o di un ritratto dipinto. Questa è una nostra illusione dovuta al fatto che un film è attualmente un documento che ci sembra molto potente, il più potente possibile, ma un immagine non è calda, non è abbracciabile. Quando vedere un film pornografico sarà equivalente come emozione a fare l'amore con una che ti piace (ma è ovvio che non sarà mai così, anche se è un'emozione forte comunque è un'altra emozione, per esempio non ha temperatura e non è calda e non suda e non fa il suo odore di se stessa, insomma è un piccolo riassunto sul piano dei sensi) allora le immagini di chi non c'è più saranno equivalenti a una persona in carne e ossa. Se fra trent'anni sarà possibile avere una macchina come quella di Strange Days, sembrerà incredibile avere un mezzo simile per un po', ma poi sembrerà una cosa come le altre. Perché mia madre poteva darmi un bacio, una sberla, andarsene via, eccetera, cioè aveva un'esistenza sua, legata alla mia ma indipendente dalla mia, mentre un duplicato rappresentativo di mia madre, film foto o future nuove invenzioni invece io lo metterò in un apposita macchina che me lo trasmetterà e potrò ripeterlo, ma non fabbricherà nuova vita sua, quindi in un certo senso è qualcosa di troppo domestico, molto più degli incubi e delle immaginazioni che ti piovono in testa ogni tanto, quando sei fortunato e che nessuno sa che cosa siano e da dove vengano. Un fantasma non deve essere domestico. Però se avessi un filmato di mia madre e mio padre la prima volta che si sono accorti di essere innamorati a vicenda, mi piacerebbe e penso che mi farebbe sorridere molto a guardarlo. E mi commuoverei anche. Ma non sarebbero fantasmi.
La tradizione, non solo letteraria, è sempre stata un confronto tra l'artista contemporaneo e quelli venuti prima di lui. È dunque vero che la presenza dei fantasmi è un dato di fatto? Ci sono motivi per cui è consigliabile liberarsi dei fantasmi culturali e, soprattutto, è possibile farlo?
Noi siamo la crosta di superficie di un'immensa cosa fatta da miliardi di persone e di esseri che adesso chiamiamo morti e la cui potenza (forza di far fare delle cose e di mandare implicitamente messaggi) perdura. Credo che sia questo il fatto rappresentato in piccolo dalla disciplina storica. Abbiamo l'infinita fortuna di poter leggere cose scritte da gente che c'era settecento anni fa, con le loro parole. Ognuna di queste parole può essere una potenza. L'Italiano è questa infinita potenza che ha raccolto delle cose attraverso i secoli e ce le ha conservate, e forse ci ha anche conservato degli umori, e degli stili di vita, e delle emozioni. Perché per me, quando sono contento e non sono avvilito, una lingua, o anche il mondo, sono un immenso sacco in cui andare a pescare quello di cui hai bisogno, e ti metti a pescare perché hai bisogno di una cosa e poi torni a casa che hai trovato dieci cose. Secondo me uno la tradizione come peso la sente perché è stanco lui.
In rete esistono siti con fotografie e registrazioni sonore di spiriti ("entità disincarnate" vengono anche definiti). Prenderesti mai sul serio esperienze come queste?
No. Tutto è più banale e intorno a noi, tutto è sempre sotto i nostri occhi.
Nel tuo libro, accanto a un evidente lavoro stilistico (la prosa fluida e semplice come quella di un illetterato dalla prodigiosa abilità oratoria) e sui personaggi (il protagonista si dipinge come uno che dimostra meno degli anni che ha, vive le esperienze con le donne in modo adolescenziale), coesiste un discorso piuttosto serio sulla spiritualità e a volte pare di assistere ad eventi soprannaturali, venati di un misticismo sorprendente in tempi di bipolarismo acceso tra scettici tout court, sbeffeggianti e sicuri di sé e umanità disordinata raccolta attorno al taoismo da supermarket della new age. Ce ne vuoi parlare?
Vorrei dire due cose.
In primo luogo io non sento la mia prosa come una prosa che imita lo stile di un illetterato. Nella mia vita ho pescato parole qua e là, parlando e crescendo in casa e a scuola e per strada, naturalmente ho pescato tra diversi registri linguistici (una astrazione che uso perché è comoda). Per quel che riguarda la sintassi, credo che coincida esattamente con quella dell'italiano parlato a Modena un po' da tutti, tanto dai notai e dai medici, quanto dagli addetti al commercio eccetera, anche se va detto che una cosa scritta non è mai lingua parlata.
In secondo luogo non mi sembra di vivere e di avere vissuto e descritto degli amori adolescenziali, anche se non so perché spesso salta fuori questa cosa.
Per quanto riguarda il misticismo io non mi sento per niente mistico, ma quando sono di buon umore credo nel mondo, mi sembra che il mondo esista veramente e rispetto alle cose, mi sembra di esserci a bagno dentro, come uno che galleggi in una bella piscina di acqua calda. Gilles Deleuze, da qualche parte, ha detto più o meno che "l'emozione non dice Io", nel senso che l'emozione porta fuori, la sensazione porta fuori, per come ho inteso io queste parole quando percepiamo il mondo con le nostre emozioni diventiamo "del mondo, un po' di mondo", il mondo è la coesistenza di queste cose, flussi di qualcosa che non dicono Io. Come se uno invece di dire per esempio sono innamorato pensasse che c'è dell'amore nell'aria che cadrà in testa a un po' di persone. Quando ci penso veramente il mondo mi sembra grandissimo. Per esempio, analizzando solo il lato materiale della situazione: io peso adesso più o meno 78 chili, ammettiamo che io stia camminando, a un certo punto mi fermo e guardo il panorama, delle volte mi sono chiesto: ma quanto può pesare quello che c'è nel mio campo visivo? è ovvio che pesa dei milioni di tonnellate. Io non credo in Dio, ma se c'è, per me Dio è quella quantità di tonnellate di roba che c'è fuori di noi: il mondo. C'è una sproporzione incredibile tra i miei 78 chili e il resto.
Il tuo libro è molto bello. Specialmente quando il protagonista morde le chiappe della sua fidanzata.
Per quel che riguarda i morsi sulle chiappe alla mia non-morosa, per me è una donna di una tale bellezza che tutte le volte che la vedo, anche se adesso non è più la mia non-morosa e non è neanche la mia morosa, comunque tutte le volte che la vedo se ci riesco, cioé se lei non è giustamente scontrosa (perché avrebbe tutte le ragioni di esserlo) io due o tre morsi e un po' di toccate gliele smollo, perché mi prende addosso una cosa che non so come chiamare, ma che è qualcosa di necessario per me, una cosa che mi prende l'apparato mandibolare, una specie di eccitazione alla bocca. È totalmente merito della sua bellezza interiore ed esteriore se ho potuto scrivere quelle righe, e quando lei me lo permette la ringrazio a suon di morsini.
Come sei arrivato a pubblicare per un editore raffinato ed esclusivo come Sellerio?
La mia amica Marianne Schneider, e Daniele Benati, ai quali avevo dato da leggere la cosa che avevo scritto, contemporaneamente, l'hanno mandata a Elvira Sellerio e a un suo collaboratore. Un bel giorno di giugno del 99 Elvira Sellerio mi ha telefonato e mi ha detto che voleva pubblicare il mio scritto e io sono stato contentissimo. Ho messo su il Gloria di Vivaldi a tutto volume perché ero proprio contentissimo al di là di ogni cosa.
Ci parli dei tuoi gusti letterari (o artistici in genere)?
Sono molto legato da tanti anni a Celati, Cavazzoni, Benati, Salabelle e altri amici con cui facevamo una cosa che si chiamava Il Semplice, almanacco delle prose. Poi un giorno ormai di cinque o sei anni fa, a Parma ho fatto amicizia con Paolo Nori e per un bel po' di tempo ci siamo visti spessissimo.
Per quel che riguarda la gente più distante amo moltissimo certe cose di Malerba (Il serpente e Salto mortale li ho letti tante volte), di Manganelli, di Calvino (Il barone rampante e Il visconte dimezzato ci sono cresciuto dentro), di Gadda, ma di sicuro mi scordo dei libri cari, per esempio Robert Walser; è impossibile rispondere a queste domande.
L'ultimo amore grandissimo è stato Thomas Bernhard, che ho letto quasi tutto, e poi l'ho anche riletto un po', La cantina l'ho letta almeno sette o otto volte. E Céline, Morte a credito è un libro bellissimo. L'ultima cosa che ho letto che mi è sembrata veramente strabiliante è Cosmo di Gombrowicz. Altre cose che mi piacciono moltissimo sono i filosofi Spinoza, Leibniz, Deleuze, Foucault e Husserl. Di sicuro fra un po' mi viene in mente il libro più caro della mia vita che mi sono scordato.
Leggendo il tuo libro mi è ritornato alla mente fortissimo Il Semplice. Non mi ricordavo se c'era il tuo nome tra i partecipanti, poi ho letto le risposte che hai dato e ho visto che in effetti c'eri anche tu. Secondo me Il Semplice, nel campo delle riviste letterarie è stato un oggetto importantissimo. Ogni autore esprimeva uno stile diverso, ma il composto totale era molto riconoscibile. Tanto è vero che anni dopo l'uscita dell'ultimo numero ho letto il tuo libro e l'ho automaticamente riportato all'idea del Semplice.
Ci puoi parlare della rivista? In che modo veniva impostato ogni numero? Si ricercavano testi che rispondevano già in partenza a quell'idea molto forte di oralità e campagna emiliana oppure gli autori venivano invitati a scrivere in un certo modo? O si riconoscevano volontariamente in quell'idea letteraria? Ricordo vagamente che la rivista era in realtà l'appendice di una cosa più complessa, di una serie di letture pubbliche, ogni testo veniva quindi anche letto a voce alta.
Ho partecipato a tutte le riunioni del Semplice e ho fatto parte, con una decina di persone del gruppetto più ristretto che si occupava di fare la redazione di ogni singolo numero. Ho pubblicato delle cose su ogni numero sia col mio nome sia con uno pseudonimo. È stata un esperienza che mi ha abbastanza riempito la vita per due o tre anni, anche se mi ha portato via un sacco di tempo. Non so esattamente perché sia finita, ma credo che alla Feltrinelli non interessasse così tanto. Per esempio quando ho mandato il dattiloscritto di Sulla felicità... alla Feltrinelli mi hanno risposto che non gli interessava perché seguiva una via troppo poco originale.
Comunque, circa una volta al mese, ci trovavamo a discutere di vari argomenti. Faccio un esempio: una o due volte ci siamo messi a discutere del discorso antropologico leggendo delle parti di testi di Levy Strauss e magari di Borges, e Ginevra Bompiani aveva scritto un bel racconto o reportages, non so, su un posto dove pioveva sempre. Come si vive in un posto dove tutti i giorni piove sempre? Questo è un bel problema per l'immaginazione. A me sono venuti in mente dei racconti di fantasia su come si viveva in alcune città immaginarie. Oppure discutevamo dei ricordi di infanzia, come sono i ricordi di infanzia. Oppure per esempio avevamo letto Un digiunatore di Kafka e ne avevamo parlato. Oltre a discutere di certi argomenti varie volte ci siamo trovati a leggere le cose che arrivavano per posta alla redazione, che talvolta sono state pubblicate. Cose di gente che non abbiamo mai conosciuto.
Dal mio punto di vista, prima del Semplice, conoscevo già E. Cavazzoni e un po' Celati. Quando scrivevo qualcosa lo davo a Ermanno, ma erano sempre cose al massimo di 1000 battute, e mi sembra che se io ho scritto qualcosa di più lungo sia proprio merito di Ermanno, che è una persona che riesce sempre a incoraggiarmi. Se non c'era in primo luogo Ermanno, poi Il Semplice, io non credo che avrei scritto tante cose. Infatti la prima presentazione di Sulla felicità che ho fatto è venuto Ermanno a presentarmi,e io ero la persona più contenta del mondo, e Ermanno è stato bravissimo, per me è stato sempre un piacere grandissimo sentire qualche mia riga letta da Ermanno. Secondo me Cavazzoni, Celati, Benati e Paolo (Nori) sono veramente grandissimi lettori ad alta voce, sia per le loro cose che per le cose altrui. Uno che non ha ascoltato Manganelli letto da Cavazzoni e Delfini letto da Celati, o l'Opera omnia di Learco Pignanoli letta da Benati, non sa quello che perde.
Anche Paolo (Nori) era venuto ad una delle ultime riunioni del Semplice, ma non gli era piaciuto molto, e aveva un po' di ragione perché era una riunione che aveva dentro un po' il senso della fine. Ma poi anche Paolo ha fatto amicizia con tutti quelli del gruppo. Paolo una volta mi ha presentato e invece di dire Ugo diceva sempre Cornia, però io non ce la cavo a dire Nori, ogni tanto dico Nori per vendicarmi, ma non ce la cavo veramente. Per due o tre anni ci siamo visti spessissimo e se lo chiamassi Nori mi sembrarebbe di essere a scuola.
L'altra cosa bella è che nonostante Il Semplice sia finito, almeno una ventina di persone che hanno fatto questa esperienza sono rimaste amiche tra di loro. E Celati per me è un'altra persona molto importante, perché tutte le volte che ci vediamo, mi fa partire moltissimi pensieri: dei pensieri che se non avessi visto Celati non avrei fatto.
Comunque sono molto contento che ci sia un ricordo dell'esistenza del Semplice in Piemonte.
E come mai l'esperienza si è conclusa, pur avendo alle spalle un editore così importante (anche a livello distributivo) come Feltrinelli?
Ancora adesso non saprei spiegarne il perché. Ci avevano detto più volte che eravamo troppo campagnoli e quindi credo sia per quello.
Fine (?)
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Il Semplice - L'almanacco delle prose.
(Feltrinelli, settembre 1995 - maggio 1997)
Nato su iniziativa di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e altri, Il Semplice ha rappresentato probabilmente una delle realtà più importanti per l'arida fine millennio delle riviste letterarie.
Con i suoi sei numeri, le sue più o meno centocinquanta pagine, la sua straordinaria riconoscibilità nel materiale pubblicato (racconti brevi e lunghi, totalmente assente la riflessione critica, pur ospitando un ventaglio di stili diversi e personali), Il Semplice è stata la cosa editoriale più simile a un manifesto letterario di questi ultimi anni (e fa abbastanza tristezza notare come i giornali che hanno intasato per mesi le loro pagine con cazzatone tipo la questione dei cannibali, non abbiano considerato nemmeno di striscio l'unico vero gruppo di scrittori a cui fosse attribuibile una concreta identità di intenti).
Nato come appendice scritta a una serie di incontri di lettura ad alta voce e riflessioni sull'oralità, Il Semplice è stato in grado di sviluppare nel corso della sua breve esistenza un'idea letteraria molto forte, che probabilmente comincia solo adesso ad essere accolta dall'editoria nazionale (la prosa di Paolo Nori può essere fatta rientrare nella fucina del Semplice. Nori in effetti ha partecipato alla vita degli ultimi numeri della rivista e non dimentichiamo che anche un apolide come Luigi Anania ha trovato posto lì prima che altrove).
Il tema centrale era quello dell'oralità: la prosa esibita nella pagine della rivista non era pura mimesi del parlato, era una lingua letteraria concepita in modo da provocare quella piacevolezza di ascoltare che sperimentiamo quando qualcuno ci sta raccontando una storia.
I testi erano divisi in categorie dai nomi come "Consigli inutili", "Trascrizioni di narratori orali", "Riassunti di qualunque cosa", "Ricordi della vecchiaia, dell'infanzia e della vita", "Cose che non si riescono a dire in nessun modo", "Lamentazioni e brontolamenti", "Racconti dove una biscia d'acqua parla".
Il Semplice aveva una fortissima caratterizzazione territoriale: quasi tutti i partecipanti erano emiliani, e la campagna emiliana era una delle immagini ricorrenti nei testi presenti. Forse un po' troppo sbilanciati (inevitabilmente, visto il tentativo di recuperare le tonalità proprie del racconto a voce) verso il mondo contadino, caratterizzati da un disinteresse generale verso i temi della tecnologia e della metropoli, i vari partecipanti continuano a pubblicare da singoli e a proseguire in questo modo il percorso iniziato nelle pagine della rivista.
Così può succedere che ad anni dall'uscita dell'ultimo numero, uno prenda in mano il libro di un certo Ugo Cornia, mai sentito prima, ne legga qualche pagina, e poi esclami tra sé e sé: "Ehi, ma questo dev'essere uno di quelli del Semplice. Devo controllare".
Per una rivista di letteratura forse non esiste attestato migliore di questo.
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