Fantasmi nel tempo
ernesto aloia
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Siamo sinceri, per una volta: lo spazio-tempo delle equazioni, delle formule sulla lavagna dei fisici, il tempo subatomico ballerino ed elastico come una spugna proprio non riesce a convincerci, anzi. Non ce ne può fregare di meno. Sotto la nostra disinvoltura di maniera siamo ancora al medioevo. Chierici, zappatori, servi della gleba. Per noi il tempo non rinuncerà mai agli scheletri burloni che si dimenano in un twist accelerato, volteggiano, agili e spogli come sono, attorno alla goffaggine ritrosa dei vivi, li battono e sfottono a sangue. Nella migliore delle ipotesi il tempo ci fa ballare il valzer, un giro vorticoso che disegna un otto dopo l'altro. L'8 coricato, il simbolo dell'infinito. Ancora scherno, derisione. Il tempo parla un linguaggio penitenziale e conosce una sola direzione, perché a dispetto di tutto lo immaginiamo così, lineare e orientato nel verso del leggere e scrivere occidentale, da sinistra a destra. Noi siamo un punto. Alla nostra destra c'è il futuro, alla nostra sinistra il passato, quella dimensione intermedia tra l'essere e il non essere che qualcuno ha definito
l'essere stato, ed è qui che tradizionalmente si affollano i fantasmi - infiniti, non solo quelli dei morti. Qualche volta le larve dei vivi sono le più penose perché il confronto quotidiano dell'essere e dell'essere stato ci dà una vertigine di nausea. Certe volte mi basta leggere una data per sprofondare in questo stato: mil-le-no-ve-cen-to-set-tan-tot-to, per esempio. O fissare una foto. Il 1978 è questa foto qua: su un prato del Valentino, mia madre alta e diritta che indossa una pelliccia sintetica, ha una testa enorme di capelli scuri, un'espressione stupita, e tiene al guinzaglio un pastore tedesco che tende i muscoli, snello e guizzante come la vita dei miei genitori allora, gli amici chiaccchieroni e - detto a posteriori - inconsapevoli di tutto, la gara per la macchina più grande, la roulotte più lunga, tanto stupida da sembrare persino vitale, e i discorsi che ascoltavo giocando a pallone nel corridoio di casa me li ricordo ancora.
Dicono i saggi di tenersi in equilibrio, i piedi ben saldi sul presente.
Il presente è così sottile che a cercare di camminarci sopra non si può evitare di finire a ogni momento a testa sotto, tra i fantasmi. Fantasmi passati o fantasmi a venire.
Sì, perché il tratto di linea a destra del nostro punto presente non è deserto - su quell'orizzonte futuro passeggia la regina dei fantasmi.
Proprio lei, la felicità.
Si presenta cordialmente, carnalmente, ed è lo spettro più terribile dei nostri tempi, perché ogni giorno ci porge il conto della nostra inadeguatezza: come mai, se no, proveremmo questa sensazione come di… di essere le copie corrotte di un
qualcos'altro migliore e più compiuto?
Il mondo iperuranio in cui ci troviamo davanti quello che si è stabilito che dovremmo essere è, neanche a dirlo, la pubblicità. Un'abbuffata di giovinezza, bellezza, sesso, risate, soldi spensierati talmente ricca, esagerata e ininterrotta che anche volendo non potremmo far finta di niente. Abbiamo un bel dire
io me ne frego, quel mondo ci si infila nella coda dell'occhio, a tradimento ci riempie le orecchie, quello che dovremmo essere si scontra con quello che siamo e sul campo di battaglia restano morti e feriti, tanti da non potersi contare.
La felicità, la pubblicità.
Nessuna epoca ha mai creato un universo parallelo così potente e pervasivo. Pensiamo, per fare un paragone, alla metà del XIX secolo. Qual era, per un occidentale di quei tempi, l'universo in cui reperire l'esemplare primario e compiuto di sé? I romanzi. Emma Bovary non aveva un cazzo da fare tutto il giorno, leggeva un sacco di romanzi e dunque - a paragone con quel mondo di poeti, cavalieri e fanciulle in fiore - la vita quotidiana le sembrava piatta e banale. Per cacciare via lo spettro, per eliminare il contrasto, le sarebbe bastato piantarla lì con i romanzi d'amore. Ma oggi come facciamo a chiudere il libro? Impossibile. Con le immagini della felicità iperurania ci ingozziamo come oche. Sei alla fermata del tram, ti guardi intorno e vedi donne che rispondendo al telefono ridono gettando indietro la testa, in modo da sottolineare il movimento ondoso dei capelli . Questo tipo di risata mica esisteva qualche anno fa. Mai visto qualcuno ridere così prima della telefonia mobile, lo giuro. Chi lo fa sta cercando di adeguarsi al suo dover essere iperuranio-pubblicitario. Naturalmente non ci riuscirà (la felicità non è affatto
dietro l'angolo, è su una linea d'orizzonte, vale a dire un luogo che per definizione non si può raggiungere), e questo fallimento crea sensi di colpa. Grazie alla ricchezza e alla sapiente intrusività dell'universo pubblicitario l'uomo
normale assapora tutti i giorni il gusto del fallimento. Nessuno spettro potrebbe tormentare le sue notti come il fantasma ipertrofico della felicità gli avvelena le giornate. Dicono i saggi:
tanto vuole e tanto è occupato dal futuro che sfugge a se stesso in ogni presente. I saggi in questione talvolta corrono a casa e con un colpo di pistola sparpagliano il cervello sulla tesi di laurea, fanno presto loro. L'uomo
normale si sforza di tenere i piedi sul presente ma proprio non ce la fa, barcolla e rotea le braccia e alla fine, sempre, perde l'equilibrio e giù, da una parte o dall'altra, passato o futuro. Niente da fare; ci vorrebbe un equilibrista. C'è solo un ubriaco.