Di cosa parliamo quando parliamo
ernesto aloia
1) Seconda guerra mondiale, guerra fredda, psicosi maniaco-depressiva
C'entravano sì le quattro birre a testa e la stanchezza della giornata di sci - e i vari grappini pomeridiani - ma il peggio è che della discussione saldamente teorica, del discorso disinteressato sui massimi sistemi del mondo avevamo scordato anche i fondamentali. Non mi ricordo di cosa parlavamo fino al 1989. Fino al 1993 abbiamo parlato di donne. Dal 1993 al 1996 abbiamo parlato del nostro lavoro. Poi dei modi in cui avremmo potuto fare soldi e di chi li faceva davvero. Piloti di formula uno, calciatori famosi. Così avevamo perso del tutto l'abitudine all'elevato scambio di idee, e ora lo spunto che ci veniva dall'intervista rilasciata da un leader dell'estrema destra austriaca a un giornale inglese - Churchill è stato uno dei peggiori criminali di guerra del secolo, aveva dichiarato - rischiava di far degenerare la discussione.
"Ha ragione! Mi dispiace ma Haider ha ragione!" disse Lazzaro ad alta voce. "Pensa al bombardamento di Dresda."
"Non c'erano soldati a Dresda, e neanche industrie importanti. Churchill era uno stronzo" precisò Fiorenzo, che chiamavamo Fiore.
"Lo sai che senza gli stronzi come lui adesso saremmo tutti a provare il passo dell'oca? Nei weekend faremmo esercitazioni paramilitari, altro che sciare. Volete una Budweiser?
Questo era Alberto, che alzò il braccio per richiamare il cameriere. Il bar era una baita surriscaldata e grondante sudori collocata su un piccolo slargo a lato di una pista che strapiombava su Cervinia. La porticina sulla parete opposta si apriva di continuo, gli sciatori entravano barcollando negli scarponi e piombavano sulle sedie dal rustico traforo a cuore, rossi in viso e barbaramente assetati.
"Negli USA molti le fanno, le esercitazioni," disse Fiore.
"No, adesso mi spieghi che cazzo c'entrano gli USA. Stiamo parlando di Churchill e di Dresda, mi pare."
Questo ero io, filoamericano per partito preso. Ero anche lo sciatore peggiore del gruppo, quello che aveva dovuto affittarsi l'intera attrezzatura e che per tutto il pomeriggio si era rotolato nella neve fradicia di fine marzo. Nonostante la birra, ne avevo ancora in bocca il sapore.
"Era solo per dire che sono un paese incivile, con tutte quelle armi in circolazione."
Cancellai quest'ultima affermazione di Fiore con un gesto della mano - il che non gli fece piacere, suppongo.
Lazzaro insisteva: "Churchill era un pazzo alcolizzato. E poi era un incompetente. Pensate allo sbarco di Gallipoli."
Nessuno ne sapeva niente.
"Ma che pazzo e pazzo," ero ancora io "soffriva di quella psicosi che ha avuto anche tua moglie, come si chiama già?"
Per un attimo ci pensammo su, in tre. Non ci veniva la parola.
"Maniaco-depressiva," precisò infine Alberto.
"Sì, ecco, psicosi maniaco-depressiva," dissi. "Tua moglie aveva una psicosi maniaco-depressiva."
Lazzaro mi fissò per qualche secondo - non negli occhi ma tra gli occhi, alla radice del naso, come consigliano i manuali contro la timidezza - poi si attaccò alla Budweiser e le tirò il collo.
"Lascia stare le questioni private."
"Bé, anche quelle di Churchill erano questioni private."
"Il fatto è," riprese Alberto, "che persino Il Macellaio era contrario, e che quello stronzo dovette insistere perché il bombardamento si facesse."
"Sì, ufficialmente per creare casino alle spalle dei tedeschi e favorire l'Armata Rossa, ma in realtà per minacciare i russi."
"Come dire, state attenti che potrebbe capitare a voi. Era già un'idea da Guerra Fredda."
"Sì, insomma era colpa degli americani."
"Per Fiore tutto quello che succede di brutto è colpa degli americani. Persino a Chernobyl e a piazza Tien An Men è stata colpa degli americani."
"Tieni a mente Tien An Men..." canticchiò Alberto.
"Gli cresce la panza ed è colpa degli americani. Un coglione che fa manovra gli ammacca la fiancata ed è colpa degli americani."
"Non lo sfottere, lo sai anche tu come stanno le cose," disse Alberto.
"Guarda che mi so difendere da solo."
"Ah sì?"
"Vaffanculo. E che mi dici del Cermis?"
"Qui non stiamo parlando di un singolo americano, o due o tre o quanti erano, che fa una cazzata."
"Già. Si parlava di Haider e di Churchill."
"Buoni tutti e due..." disse Fiore. "Lasciamo perdere, và. Il grappino della staffa?"
Lazzaro non si lasciò distrarre dalla questione della grappa. Puntò i gomiti sul tavolaccio d'abete e mi si fece più vicino."
"E di Echelon che mi dici, eh? Lo sai che loro possono spiare tutte le tue telefonate, tutti i tuoi fax, tutta la tua posta elettronica? Ogni mattina a Langley c'è un coglione che si può leggere le trascrizioni delle tue telefonate."
"Sai che palle."
"Guarda che non è Langley, è Fort Meade."
"È lo stesso. Assassini bastardi e spioni."
"A proposito di telefonate," fece poi Lazzaro rivolto a me, "se ci fermiamo ancora un po' devo avvertire una persona. Ho il telefonino scarico."
"Che fai, scrocchi?"
"Su, non fare lo stronzo."
"Cercati una cabina."
"Ehi, ma chi era Il Macellaio?" chiese Alberto.
Nessuno gli rispose.
Pagammo il conto e uscimmo. Ci ritrovammo in una luce obliqua e oleosa. Barcollando nelle tute supercolorate come astronauti appena sbarcati su un pianeta dall'apparenza nota eppure insidiosa e incongrua - il tipico mondo luccicante e irto di trabocchetti gravitazionali della sbronza pomeridiana - urtandoci e intralciandoci a vicenda ci mettemmo a cercare i nostri nella lunga fila di sci piantati nella neve. Ero l'unico - forse l'unico nel raggio di un centinaio di chilometri - senza occhiali scuri, e il sole basso mi accecava. Gli sciatori piombavano dall'alto sibilando, a centinaia. Io ero in lacrime. Cercavo di agganciare lo scarpone allo sci destro: ce la stavo mettendo tutta quando Lazzaro mi si fece accanto e mi diede una spintarella, mica forte, solo quel tanto che bastava per farmi perdere l'equilibrio e poggiare la suola nella neve. La neve si attaccò alla suola. Io, santa pazienza, la ripulii. Rimisi lo scarpone sull'attacco - e giù, un'altra spinta. Ci riprovai, e lui mi sbilanciò di nuovo Questa però gliela restituii, con gli interessi. Lui si rifece sotto.
"Testadicazzo," mi soffiò a un centimetro dal naso, "non avresti dovuto tirare fuori quella storia. Carla è guarita. E comunque non sono cazzi tuoi. Vergognati."
Riuscii a scrostare la suola dello scarpone e ad agganciarlo allo sci. Adesso Lazzaro mi fronteggiava. Eravamo petto a petto, come due tacchini figli della Guerra Fredda in lotta per la femmina - non c'era neanche una femmina intorno e lui era forte della sua ragione, così gli misi una mano sulla spalla.
"Va bé." dissi. "Scusa. Mi vergogno"
"E fai bene." disse lui, e per un momento sembrò accettare la mia contrizione. Poi fece un passo indietro e allora capii, lo vidi subito che prendeva la rincorsa, solo che persi l'equilibrio e mi afflosciai sbilanciato, mulinando le braccia, sulla coda del mio unico sci che scivolò in avanti.
Lazzaro mi mancò e incespicò nello sci, quindi precipitò di faccia - a braccia e gambe aperte, rigido come un pupazzo di legno - sul pendio ripido dove gli sciatori giungevano in velocità. Qualcuno lo evitò, poi sentimmo un urlo.
"La mano, la mano!" gridava, agitandosi a faccia in giù e sporcando la neve di sangue. Esagerava. Un discesista di centoventi chili gli era passato con lo sci su un dito. L'indice destro. Che adesso, a dispetto dei nostri sforzi, proprio non si trovava.
2) Riciclaggio
E questo cos'è, chiese Tiziana infilzando una larga fetta di salame nero.
Sanguinaccio, rispose qualcuno
L'è il biroldo, precisò Ivana toscaneggiando.
E sarebbe?, insistette Tiziana con la fetta sospesa sul centro del piatto.
Sanguinaccio, disse il fidanzato di Ivana, veterinario.
E cosa c'è dentro?
Sangue rappreso.
Va bè, sangue siamo d'accordo, ma di che?
Guarda, gli animali è meglio che non te li dica tutti.
Ma sarà sangue di porco, riprese la padrona di casa, cosa vuoi che sia?
Umano no, ma non si sa mai.
Ma neanche di porco, disse il veterinario.
Vogliamo sapere a chi avete tagliato la gola per fare il biroldo, intervenni, è chiedere troppo?
Questo è un sanguinaccio animalista, nessuna bestia ci ha rimesso la pelle, fece Arrigo uscendo da uno dei suoi silenzi.
Ho capito, in ambulatorio avete dei donatori. Dei maiali che la mattina vengono da voi a donare il sangue.
Tiziana teneva ancora quella fetta a mezz'aria e la esaminava tenendola a due dita dal naso.
No, nessun donatore.
Allora, o si chiarisce il mistero o non lo mangio.
Ma che mistero e mistero, disse il veterinario.
Infatti: una settimana fa in studio gli hanno portato quattro pastori tedeschi con le emorroidi, disse Arrigo.
Visto, nessun mistero, disse il veterinario. Non si butta via niente.
3) Priorità a livello esistenziale, ambientale, mondiale
L'avidità non tramonta mai, questo è chiaro e se non è chiaro è meglio che lo diventi. Eppure, se ai signorini geopoliticamente turbati in kefiah chiedi, abbordandoli mentre distribuiscono volantini o lappano yogurt seduti sul pavimento nei corridoi o, magari, in biblioteca mentre stillano ecosudore sui libri, se gli chiedi qual è stato il decennio dell'avidità, gli anni della crisi dell'etica, loro, pappagalli, ti risponderanno: ma gli anni ottanta! Gli anni novanta e il secolo nuovo sono ambientali, ecologici, differenziati. Una mattina alla settimana gli studenti indossano tute bianche da fantasmi e davanti all'ingresso della facoltà piazzano un televisore in cui si vedono i guerrieri dell'arcobaleno andare all'assalto (deciso, ben coordinato, condotto su gommoni schivando tremendi getti d'acqua gelata) di una baleniera giapponese, e ci sensibilizzano sui problemi del pianeta. L'ultima cosa di cui ho bisogno, però, è di essere sensibilizzato. Sono già troppo sensibile. Soffro di eiaculazione emotiva precoce, altro che sensibilizzare. Gli anni ottanta, dicevamo. Il decennio dell'arricchimento a tutti i costi e della corruzione strutturale. Ebbene, io gli anni ottanta li rispetto. L'avidità si emancipava, bruciava in piazza i mutandoni del bene pubblico e della famiglia e mostrando gli attributi si presentava: piacere, io voglio fare soldi. Tanti. E presto. Se posso ti fotterò. Finalmente un po' di franchezza. I soldi non tramontano mai. Sempre in primo piano, loro. Ma ora (sembra un tipico colpo di mano alla cattolica) all'avidità hanno ricoperto le pudenda. I giornali, la televisione, non parlano che di quante volte ha scoreggiato il direttore della banca centrale europea, eppure - eppure 'sti qua, i giornalisti e gli altri, dico, sembrano tutti chierichetti alla santa messa dell'Ecologia e persino sfiniti succhiasangue come l'Avvocato Agnus Dei esibiscono alla stampa prototipi ecologici con carrozzerie i cui materiali (plastici, colorati in fase d'impasto in modo da evitare la verniciatura) non sono mai mischiati tra loro così da consentire un agevole smontaggio e riciclaggio al momento della rottamazione.
4) Miraggio delle piramidi
E poi ci si stupisce di queste donne votate all'infelicità sognante e immaginosa, ricca di abusivi castelli in aria, come questa Anna che ci ha lasciati mezz'ora fa per parlare al cellulare con il suo Naghib, un animatore di Sharm-el-Sheik - Naghib l'Egiziano, l'arabo che ti rapisce non in groppa a un cammello ma su un prefisso internazionale. Naghib non è un uomo, tantomeno l'uomo di Anna; è piuttosto la scusa che lei presenta a se stessa per non essere mai presente a se stessa, sempre altrove quando le parli, sempre con gli occhi al suo fantasma sgargiante (la sua immaginazione ha nonostante tutto i colori esaltati dei film degli anni cinquanta). Anna ha finito per assomigliare lei stessa a un'egiziana di Hollywood. La pelle scura, il taglio lungo degli occhi. Il ciondolo con lo scarabeo d'argento. E' dritta davanti alla ringhiera della terrazza, definitivamente trasognata, il peso della carne ora su un piede ora sull'altro. Ogni minuto che passa il nostro mondo di periferia perde coesione, le nostre chiacchiere diventano lingua babelica, si disgregano in sillabe di completa nullità. Naghib è la giustificazione di questa inconsistenza e proprio per questo - per autodifesa - pur senza conoscerlo lo odiamo, e preferiremmo di gran lunga non vedere Anna.
5) Fedeltà alla linea
Di consistente abbiamo giusto le panze. La panza di Sandro sta franando, è fuori forma - è uscito dalla sua e da ogni idea di forma - ma lui non si decide a passare alla taglia superiore, di pantaloni insiste a comprarsi il 48. Ha baciato per la prima volta una ragazza indossando una taglia 48, ha scopato per la prima volta sfilandosi un 48, si è sposato praticamente sull'attenti, trattenendo il respiro, insomma molte cose importanti gli sono capitate dentro la sua taglia ideale e ancora non vuole cedere. Adesso la panza sta franando, certe mattine appena alzato si sdraia sul pavimento e infila i piedi sotto l'armadio, abbozza qualche piegamento e gli addominali sfibrati tirano e fanno male per tutto il giorno. Lui pensa: il mio corpo si sta prendendo troppe libertà, poi si infila nei pantaloni lasciando la panza sopra la cintura e il bottone aperto e questo è già un compromesso, il 48 aperto.
6) Il sonno del denaro non genera niente
Mai data un'occhiata ai flussi e ai riflussi azionari, prima di ieri sera. Eppure per molti aspetti sono uno come voi, mica ho tre narici o, che so, tre palle. La mattina, in pigiama e con la vista torbida per le benzodiazepine, mentre le bustine di tè rilasciano spire di ruggine nella tazza e i bambolotti laccati del telegiornale dicono e adesso passiamo alla pagina economica, neanche ce ne fossero altre di pagine, ed esibiscono gli indici dell'Estremo Oriente riepilogando pure gli andamenti occidentali della giornata precedente, io di solito guardo senza troppo vedere fuori dalla finestra, alla stazione già sveglia da ore, anzi più sveglia che mai con le sue luci gialle avanti Cristo e le cancellate a rombi degli anni cinquanta, sempre le stesse uguali dappertutto, e gli uomini con la testa ficcata nel bavero come tartarughe che varcano radi la soglia della sala d'attesa; ascolto gli annunci chiusi tra due scampanellate come fossero virgolette, treni in arrivo e treni in partenza, oppure guardo semplicemente il panorama delle alpi lontane, oltre la più estrema delle periferie, graffi di nero su argento pallido sotto il cielo di un azzurro mortale - guardo tutto questo sordo e assorto e, lo confesso, alla risacca dei valori di borsa non avevo mai fatto caso. Poi, ieri sera, mia moglie mi ha proposto un investimento congiunto: "Potremmo comprare delle azioni."
Le ho spiegato che, in concreto, le azioni non sapevo neppure cosa fossero. A letto, la sera, per farmene un'idea ho sfogliato un vecchio manuale di economia. "Quanto valgono le nostre azioni?" le ho chiesto.
"Ma se non ne abbiamo, quanto vuoi che valgano? Cioè, io ne ho, ma tu tieni i soldi in banca, che è come dire sotto il materasso, a dormire."
"Volevo dire: quanto varrebbe, adesso, una nostra scopata fatta bene?"
Lei ha riso ravviandosi i capelli, poi è venuta dalla mia parte.
"I soldi non devono dormire." ha ripetuto.