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AndreaCanobbio
a cura di Marco Drago e Sergio Varbella
schede dei libri di drago, varbella, rivetti
Andrea Canobbio ha trentasette anni ma ne dimostra qualche decina in meno. Ci apre la porta della Einaudi quando se ne sono andati già tutti. Siamo in quattro: Drago e Varbella del Maltese, Canobbio, e la signora che rassetta i lunghi e prestigiosi corridoi. Durante la conversazione tentiamo l'impossibile: parlare di Canobbio come scrittore e di Canobbio come redattore einaudiano (si occupa, ma non è da solo, di narrativa in lingua inglese e francese) senza che una cosa impedisca l'altra.
Viene fuori il ritratto di uno scrittore rigoroso, molto esigente con se stesso, attento a non scendere mai sotto un livello minimo (tarato alto) di decoro letterario. Questo atteggiamento in particolare lo trasforma in bestia rara tra gli scrittori di oggi e lo rende in qualche modo un autore paradossalmente ancora da scoprire o da riscoprire, se si è tra quelli che lo seguono dall'ormai leggendario esordio nel primissimo volume di Under 25 a cura di Pier Vittorio Tondelli. Romolo Bugaro ci ha detto, la scorsa volta, di aver deciso di provarci con gli Under 25 proprio dopo aver letto il racconto di Canobbio che apriva il volume numero uno.
Come redattore di narrativa straniera ci ha svelato poco dei suoi gusti personali e ha giustamente spiegato che gli autori, per essere pubblicati da Einaudi, devono andare bene per la Einaudi, indipendentemente dalla loro bravura. A sentire Canobbio la narrativa straniera, come vendite, sta attraversando un ottimo stato di salute, mentre su quella italiana si pronuncia standosene eloquentemente zitto.
GLI ESORDI
Nel 1980 mi sono messo in testa di fare lo scrittore. La scena, all'epoca era desolata, c'erano solo quattro scrittori giovani che mi piacevano, ma la critica li stroncava perché usavano la trama (erano tempi incredibili): erano Tondelli, Del Giudice, De Carlo e Tabucchi. Altri libertini, Lo stadio di Wimbledon, Treno di panna e Il gioco del rovescio. Libri straordinari. Gli scrittori delle generazioni prima non avevano più scritto romanzi. Questi rappresentavano una grande novità che mi aveva entusiasmato.
Io ho iniziato con il primo Under 25 a cura di Tondelli, ma sono uno scrittore profondamente diverso da Tondelli. Lui sceglieva autori anche molto lontani da sé, questo va detto. La storia di quel racconto, Diario del centro, è buffa. Io lo mandai seguendo le modalità indicate su "Linus" e "Panorama" e poi partii per andare in vacanza fuori Torino. Al ritorno mi aspettavo una risposta da parte di Tondelli e invece a casa mi dissero di non aver ricevuto niente. Magicamente, però, sotto la scrivania della mia camera, trovai una busta che mia sorella aveva buttato dalla porta ed era finita sotto la scrivania, non sopra. Era una lettera di PV che mi diceva che gli era piaciuto moltissimo il racconto e che voleva pubblicarlo.
Era un diario, e in quel periodo non era quello il genere di cose che scrivevo e che mi piaceva leggere. Tant'è vero che dopo ho scritto cose molto diverse. C'è da dire, però, che di quel racconto, che nasceva da una esperienza diretta (ho fatto il pizzaiolo per tre mesi a Londra), a me interessava il rapporto tra Viaggio al centro della terra di Jules Verne e l'esperienza di questo ragazzo. Evidentemente questa è la cosa che si notò di meno, quello che aveva suscitato l'interesse di Tondelli era l'esperienza del ragazzo.
LETTURE, STORIA PERSONALE
All'epoca avevo letto un po' di tutto e i miei miti erano Calvino, Perec e Queneau, io all'epoca leggevo tutti quelli lì… sono ancora patito di queste costruzioni matematiche, però adesso sono cambiati i tempi, sono cambiato io e dunque cerco di fare altre cose. Adesso mi interessano queste cose insieme ad altre. Ho una formazione scientifica: ho fatto lo Scientifico e poi Economia e Commercio con un indirizzo di Politica Economica e ho fatto un sacco di matematica. La matematica era quello che mi piaceva, però mi mancava l'intuizione per capire le cose veramente complicate, non avrei mai potuto fare il matematico… ho un po' di nostalgia per quel tipo di razionalità.
STILE FREDDO E COSTRUZIONI MATEMATICHE
Calvino ammoniva di non confondere le strutture matematiche con la razionalità. Una struttura in cui tutto torna non è necessariamente cifra di un'affermazione di razionalità e di ragione. Al contrario, proprio una struttura di questo genere può stare a significare un universo caotico. C'è un po' questa divisione, questo luogo comune della critica a dividere gli scrittori in cerebrali e viscerali. In calviniani e in pasoliniani. Se io scelgo Calvino è perché mi interessa raccontare delle storie. Cerco di trovare vie nuove per la narrativa, come fanno tanti scrittori. A me interessa di più cercare il linguaggio delle storie, più che il linguaggio da usare per le storie. Pasolini era sicuramente un grande poeta ma non era un grande narratore. Lui non cercava vie nuove per raccontare storie. I suoi romanzi non mi interessano. Calvino, invece, ha cercato continuamente di rinnovarsi.
Negli anni '70, poi c'è stato quell'ingorgo ideologico per cui la trama è stata bollata come Male e quindi… intendo dire che adesso Calvino scriverebbe tranquillamente dei romanzi strutturati più tradizionalmente…
VASI CINESI & TRASLOCHI
Avevo scritto una ventina di racconti molto brevi che raccontavano più o meno le stesse storie ma in modo completamente diverso. Poi sono partito a fare il militare al Battaglione Susa e ho lasciato il manoscritto a casa. Quando sono ritornato mi sono messo a prendere degli appunti a margine del manoscritto, commentando quanto avevo già scritto. Così è nata l'idea di un narratore che "commenta" personaggi e azioni, come se fosse su un altro piano di realtà, fuori dalla storia. E questa ossatura è poi rimasta anche nella versione definitiva.
Andò molto bene, ci furono recensioni importanti (Maria Corti, Pampaloni, Giovanardi). Vinsi il Premio Grinzane Cavour, il Mondello… aveva avuto parecchia stampa. Non so come mai. Forse è perché allora non c'erano molti giovani scrittori.
Traslochi andò molto meno bene perché era nella stessa vena e quando uno scrive il secondo libro troppo simile al primo ti puniscono sempre. E forse hanno ragione.
PADRI DI PADRI
E' stato un parto difficile. Dopo Traslochi ho capito che quel gioco di meta-finzione, quel giocare sulla letteratura era arrivato a un punto morto. Non è che lo rinneghi… anzi, un tempo non riuscivo nemmeno ad aprirli, i miei primi due libri, adesso invece non sono così dispiaciuto di averli scritti. Resteranno ovviamente sempre dei libri giovanili, per me, nel senso che io ci vedo un sacco di ingenuità, però mi piacciono di nuovo abbastanza. Sono dei piccoli libri, senza tante pretese.
Con Padri di padri, invece, volevo fare qualcosa di diverso e quello che volevo fare era mettere insieme la mia precedente esperienza di scrittore con una cosa nuova. Mi spiego meglio: la mia precedente esperienza di scrittore era quella di uno scrittore che guarda di più evidentemente alla forma, alle costruzioni, alle sperimentazioni. Volevo riuscire a condensare nello stesso progetto una struttura narrativa tradizionale, quindi un romanzo con un inizio, una fine, dei personaggi, perfino una psicologia - aspetto, quest'ultimo assai bistrattato nel romanzo contemporaneo - nascondendo sotto a tutto questo una delle strutture che piacciono a me: interative, circolari. Tecnicamente è riuscito. Come risultato complessivo non sono tanto contento. Forse è un po' troppo corposo, come romanzo. Il fatto di voler mettere insieme il romanzo-romanzo e la mia idea di struttura mi ha portato a scrivere davvero troppo. Tra l'altro l'ho tagliato molto, ma ad un certo punto non sono più riuscito ad accorciarlo senza tradire questo progetto originario. Infatti, ad un certo punto, ho avuto una crisi perché da un lato volevo riscriverlo tutto, dall'altro non ne ho avuto la forza e quindi è uscito così. Avrei voluto farlo in modo diverso. Ormai c'è…
Il tema dei padri è un tema fondamentale anche al di là del solito discorso generazionale. Si presta a tante varianti. Ve ne suggerisco qualcuna. In letteratura o in arte: il rapporto tra originale e copia oppure l'attuale mancanza di un'autorità con la quale fare i conti.
Il padre non educa più il figlio partendo dalla propria autorità, adesso sono i figli piccoli che obbligano il padre a un certo comportamento paterno e responsabile. L'autorità vera ce l'hanno i figli.
Le recensioni a "Padri di padri" si sono concentrate più che altro sul versante tradizionale del romanzo, e quasi nessuno si è accorto del resto, della costruzione geometrica. Ogni capitolo iniziale delle quattro parti rima con un capitolo delle altre parti. Rima nel senso che in ogni pagina iniziale ci sono o parole o situazioni o immagini che ritornano simili. Per esempio il libro inizia con l'immagine del narratore che dice più o meno "Meglio sarebbe stato rimanere a letto contro lo schermo degli occhi chiusi…". Se vai a vedere nel capitolo della seconda parte corrispondente, lui è veramente a letto con gli occhi chiusi e arriva suo padre a svegliarlo, mentre nella terza parte ci sarà una situazione analoga e così via. La mia idea era di unire la logica narrativa (sequenza causale dei fatti) con una logica più poetica, che è quella della rima. Quando pensavo a come scrivere PDP io chiamavo "rime" queste ripetizioni.
Soltanto che non mi sono reso conto del fatto che, mettendo tra queste "rime" qualcosa come cento pagine di testo, tutto si perde. Il lettore non ne ha alcuna coscienza.
Mi sono infatti ripromesso di riprendere questo schema in una cosa più breve per vedere che effetto fa.
Il protagonista di PDP si chiama Claudio Meis e fa lo stesso lavoro che facevo io all'assicurazione. È un tipo un po' meschino, ma è solo perché io tendo ad avere uno sguardo malevolo sui personaggi. Ci sono autori che invece sono tolleranti e benevoli, come Pennac, che dà le pacche sulle spalle ai suoi personaggi. A me piacciono i libri in cui i personaggi vengono messi in difficoltà, portati sull'orlo di una crisi di nervi. Se invece i personaggi sono coccolati e accuditi, allora chi se ne frega.
IL LAVORO ALLA EINAUDI
Traslochi è uscito all'inizio del '92 e io ho cominciato a lavorare alla Einaudi nell'ottobre del '91. La Einaudi ha sempre coltivato gli autori facendoli lavorare ma c'è da dire che io avevo già un'esperienza di tre anni alla Bompiani, dove facevo il lavoro che faccio adesso qui alla Einaudi.
Praticamente ho sempre lavorato nell'editoria. In realtà il mio primo impiego furono dieci mesi presso una compagnia assicurativa, dove insegnavo tecniche di vendita.
Il lavoro di editor mi piace molto, e ho la fortuna di lavorare con gente simpatica. Non potrei mai però occuparmi di letteratura italiana, conflitto di interessi.
Mi occupo di autori americani, inglesi e francesi: non sono l'unico però. La cosa bella dell'Einaudi è che c'è ancora un sistema collegiale di scelte. Questo vuol dire che alla fine non ci sia qualcuno che decide. Fino al 1983 era l'editore, Giulio Einaudi, adesso è il direttore editoriale. (Vogliamo parlare dell'autorità anche nelle aziende?)
Di che autori mi occupo? Adesso ve lo dico, però prima faccio una precisazione. Un'altra cosa che mi irrita (forse mi irritano troppe cose) è questa storia dello "scoprire gli autori". A me è sempre sembrata una gran cazzata. Ci sono dei meriti a pubblicare dei buoni autori, va bene, però non esageriamo. Ancora ancora per gli autori italiani, ma per gli stramieri proprio non esiste. Io sono stato molto contento, in questi anni, di curare i libri di autori come Paul Auster, Ian McEwan, Abraham Yehoshua, Amitav Ghosh, Anita Desai, Philip Roth, Martin Amis e autori meno conosciuti come Emmanuel Carrère, Hean Echenoz, Eoin McNamee, Ruth Ozeki. In questi ultimi giorni abbiamo comprato i diritti di un giovane bosniaco che vive in America, si chiama Alexander Hemon, in cui credo molto. Però, per favore, non scrivete che l'ho scoperto. Si è scoperto da solo.
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Vasi cinesi Einaudi 1991
Immaginate di lasciar cadere a terra un vaso di ceramica e di vederlo andare in pezzi. Immaginate il viaggio di questi dodici frammenti grandi abbastanza da distinguersi l'uno dall'altro per il vostro pavimento, viaggi simili e diversissimi assieme, tanto da farvi pensare all'esistenza di qualche cosa di soprannaturale a guidarli e contemporaneamente all'inutilità del loro viaggio che li riporta, in fondo, al punto di partenza. Dove si ricompongono per ritornare a formare un insieme, superiore alla somma delle sue parti.
Il viaggio di Andrea Canobbio e del suo Claudio prende forma in questo modo, componendo scritte con i percorsi svolti dal protagonista e tracciando appunti con le persone e le donne che incontra, fino a formare appunto i disegni e gli ideogrammi astratti di un vaso cinese.
Lasciando alla fine solo un dubbio. Se tanta precisione e accuratezza nel disegnare non siano alla fine un limite alla vita e al calore degli attori, che a volte, purtroppo solo a volte, riescono a sfuggire dalle costruzioni del disegnatore.
Traslochi Einaudi 1996
Traslocare vuol dire cambiare tutto o parte del mondo che ti circonda. Magari la mobilia è la stessa, ma assume un diverso significato in un appartamento nuovo. Nel romanzo di esordio di Andrea Canobbio traslocare significa, per il protagonista Claudio, ricominciare da zero. Ad ogni trasloco la storia, riparte, rinnega se stessa, capovolgendo identità e ruoli. Al centro c'è la voce narrante, un narratore dubbioso, alla costante ricerca della storia perfetta. come recita l'incipit del libro: Tu lo sai. Il mio sogno nascosto è quello di riuscire a scrivere una storia con la stessa apparente naturalezza con cui respiro cammino e sorrido. Vorrei che scrivere diventasse un riflesso condizionato, allora potrei buttar giù ogni giorno la quantità di parole che il medico mi ha prescritto… Una frase, questa, che ricorre più volte nel romanzo e che alla fine è un finto indizio messo lì per sviare il lettore che si ritrova a seguire decine di personaggi che si chiamano Claudio, alle prese con decine di traslochi, che incontrano decine di donne di nome Amalia e con un centinaio di vecchi e nuovi vicini a far da contorno. Da notare che la struttura del libro segue un certo rigore geometrico, tipico di Canobbio. Sette capitoli di circa venti pagine divisi in dodici parti, di cui l'ultima è composta di una sola riga.
Padri di padri Einaudi 1997
Romanzo di 404 pagine, Padri di padri anche come mole sembra rappresentare un nuovo inizio per Canobbio. Quasi un poliziesco in cui i disvelamenti si rivelano via via come false piste e i colpi di scena arrivano. com'è giusto, proprio alla fine.
I continui equivoci e i travestimenti (effettivi o psicologici) dei personaggi di contorno spingono Claudio Mais (il personaggio numero uno) a vedere cose che non ci sono e a fare cose che non vorrebbe fare, agevolando infine il compito di spregiudicati affaristi politici che, com'è naturale, restano nell'ombra per tutto il tempo.
Si respira un'aria alla Paul Auster, in questo romanzo, la stessa freddezza d'approccio, la stessa kafkiana perdita d'orizzonte del personaggio principale e poi una simile attitudine matematica alla letteratura: si tratta di un libro diviso in quattro sezioni grosso modo lunghe cento pagine che a loro volta nascondono sicuramente qualche altra diavoleria simmetrico-matematica che a noi è sfuggita ma che non è lì per caso.
Il titolo, eloquentemente, ci indica dove trovare il centro del romanzo (oltre che alla pagina 202, significativamente bianca): nel da sempre fecondo tema del rapporto tra padri e figli, che ha permeato di sé tutta la narrativa italiana seria degli ultimi tempi, si pensi al lontano esordio di Sandro Veronesi, a Talk Show di Luca Doninelli e all'ultimo di Sebastiano Nata, per citarne soltanto tre.
Finora, di Padri di padri, non è mai uscita l'edizione economica, per cui lo trovate a 32.000 lire nei Supercoralli Einaudi.
Alfio è un ragazzotto di sedici anni, uno spiantato forse un po' deficiente, brufoloso, metallaro. È la classica pecora nera della famiglia. Non studia, non lavora, non ne combina una giusta. Legge tutto il giorno Rockerilla, cuffie del walkman sempre addosso. (pag. 169).
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luglio.1999
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