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HenryFrédéricBlanc
domande a cura di Marco Denti e Bianca Spezzano
"Ecco che razza di pensieri neri ci attraversavano il cervello durante le lezioni, come corvi del malaugurio. Ma stavamo zitti. A parlare si rischiava di commettere qualcosa. Questo il prof non lo capiva. Se non siete abituati a trattenervi, le parole possono trascinarvi chissà dove. Le persone colte fanno delle frasi che vanno lontane, ma ci vanno da sole. Loro se ne restano nella loro poltrona. Noi, quando parliamo davvero, ci sta montando dentro la rabbia..."
Henry-Frédéric Blanc è nato nel 1954 a Marsiglia, dove vive tuttora. Ha compiuto studi letterari e praticato diversi mestieri, senza mai smettere di scrivere narrativa e poesia. La Giunti ha pubblicato in Italia due dei suoi tre romanzi, L'impero del sonno e Tiro al bersaglio. Il primo è una sorta di favola moderna, un viaggio nel sonno e nel sogno e, al tempo stesso, un abile trucco per irridere molte certezze della società moderna. In Tiro al bersaglio, Blanc sposta radicalmente il raggio d'azione calandosi nella realtà quotidiana di un gruppo di giovani proletari marsigliesi. Il suo stile sempre svelto e diretto e il suo irresistibile senso dell'umorismo si sposano, in questo caso, a tinte forti e ad un ritmo più serrato, in un affresco crudo e a tratti anche commovente di una società in disarmo assai simile a quella italiana. Combat de fauves au crépuscule è già stato tradotto in italiano da Massimo Avuri e sarà pubblicato prossimamente, sempre da Giunti. A proposito di questo romanzo Blanc ha dichiarato: "Diciamo che è la storia di un cacciatore che diventa cacciagione. Succede nella giungla, cioè in un appartamento parigino."
Il tuo approccio nei confronti dei luoghi comuni, e della borghesia in generale, è molto duro, sia in Tiro al bersaglio che ne L'impero del sonno. Dipende essenzialmente dalla tua formazione o è piuttosto una presa di posizione?
Non ho una formazione particolarmente "anti borghese". Non prendo posizione contro una classe specifica, ma piuttosto contro l'aspetto disumano di questa nostra pseudo civiltà tecnomercantile. Cerco di mostrare le cose come le vedo e come le sento.
L'impero del sonno è una storia un po' kafkiana in cui il valore del sogno appare determinante. La narrativa, o la scrittura in generale, può essere qualcosa di molto simile al sogno?
La scrittura è una forma di sogno da svegli: scrivendo si sprofonda nel proprio immaginario, si buca la propria memoria. La penna disotterra cose nascoste. Scrivere è mettere in moto l'immaginario che, generalmente, è passivo. La scrittura è come un sogno organizzato.
L'ambientazione de L'impero del sonno è molto diversa da quella di Tiro al bersaglio: nel primo caso c'è un taglio favolistico, fantasmagorico, nel secondo si è molto vicini ad una rappresentazione della realtà che lambisce la cronaca. C'è un motivo particolare per cui scegli la forma o è la storia che ti porta a usare uno stile ben preciso?
La forma dipende dal soggetto ma, comunque, credo che la lucidità sia l'unica porta aperta sull'immaginazione. Più si è lucidi, meglio si sogna. Per me, quindi, non c'è contraddizione fra realtà e fantasia.
I protagonisti dei due romanzi rappresentano figure devianti e contrastanti con l'ordine costituito, e contro di esso si scontrano anche a costo di prezzi impagabili. Ti senti istintivamente dalla loro parte? Condividi questi atteggiamenti, oltre a raccontarli?
Certo vivo come alcuni dei miei personaggi. Cercare la verità è una battaglia permanente: la verità è pericolosa in tutti gli ambiti. Pasolini diceva che il ruolo della Chiesa era di proteggere la gente dal Vangelo. L'ambiente letterario parigino ha come missione di proteggere il pubblico dalla letteratura. Si può soffocare uno scrittore, ridurlo al silenzio. E il silenzio, per chi ha delle cose da dire, è la morte.
Cosa ti ha ispirato Tiro al bersaglio e che visione hai, in generale, dell'istruzione e della scuola attuali?
Ho fatto l'insegnante in una scuola francese dove si fa credere ai giovani che se non conoscono bene il francese non hanno il diritto di parlare. Certi hanno talmente l'abitudine di essere rifiutati e insultati che ogni domanda che gli si pone è per loro un trabocchetto, e allora rispondono gridando. La scuola attuale? È difficile preparare i giovani al lavoro, al consumo e alla televisione arricchendoli intellettualmente e spiritualmente. C'è una contraddizione di fondo. Stefano Benni ha scritto delle buone cose sull'argomento. Certe volte ho l'impressione che la scuola esista per dare lavoro agli insegnanti.
Il linguaggio di Tiro al bersaglio è caratterizzato da slang giovanili e da una parlata molto ritmata e altrettanto musicale. Come sei arrivato alla costruzione di questa specie di idioma?
Ho fatto parlare i giovani come parlano nella loro testa, lì dove sono ancora liberi. Questo linguaggio esplosivo, musicale e incontrollato è, dunque, vero e inventato allo stesso tempo.
La solitudine, seppur espressa in maniera differente, è sempre presente nei due romanzi. Che funzione ha la solitudine per i tuoi personaggi? È la causa della loro reazione verso la normalità?
La solitudine, sì, i miei personaggi la subiscono. La maggior parte dei rapporti sono diventati rapporti di potere o di concorrenza. Per essere ascoltati bisogna avere potere. Se non sei niente, ciò che dici non vale niente. Ci si può chiedere se la critica dei miei personaggi verso il mondo (la normalità se vuoi) diventa più dura perché sono soli o se sono soli perché non si piegano a questa normalità.
Il tempo è un'altra delle costanti ossessioni dei tuoi personaggi. Pensi che la letteratura, o la narrazione in genere, possano esprimere dei tentativi di valorizzare i tempi, di memorizzarli?
La scrittura è anche un viaggio nel tempo, un'esplorazione della memoria e un tentativo di profezia. Colui che scrive è allo stesso tempo un bambino e un vecchio. La società mangia il tempo delle persone, sono sempre in azione, incapaci di pensare e vivono dunque nell'apparenza, alla superficie delle cose. È agendo sul tempo che si opprime la gente. L'agitazione, un eccesso di movimento e di immagini impediscono alle persone di riflettere. La letteratura ferma l'agitazione, rallenta il tempo e attiva la memoria. Sì, la letteratura permette di lottare contro l'oblìo organizzato che è alla base della nostra società.
Sia pur in forme diverse, i tuoi personaggi cercano assolutamente un senso alla propria vita. Pensi che la loro ribellione, per quanto diversa, sia il prezzo che devono pagare per questo?
Effettivamente creo sempre dei personaggi alla ricerca di un senso nella loro vita o che si rendono conto che la loro vita non ha senso. La ribellione non è il prezzo che devono pagare ma il cammino della loro ricerca. In questo senso, il messaggio di Tiro al bersaglio, con il suo finale crudo e liberatorio, è che la ribellione deve essere pensata. La lotta per la verità e la libertà deve essere organizzata con metodo. Il problema è che ogni organizzazione è stupida, oppressiva e diventa il rifugio dei mediocri. Che fare? Credo che ognuno, nel posto che occupa, può creare un nucleo di solidarietà ed ampliare lo spazio della libertà. La lotta da fare non è nella nostra testa ma davanti al nostro naso, in ogni momento. L'impotenza è un'illusione. In ogni istante possiamo rompere la catena da qualche parte, che sia nella realtà o nella nostra testa.
Mi sembra che Tiro al bersaglio, soprattutto, rispecchi la realtà francese di oggi. Qual è la tua opinione in merito? Pensi che un'opera di finzione debba contenere comunque degli elementi di realtà o una sua interpretazione?
Per me una finzione intelligente non è un'evasione ma un'esplorazione della realtà. L'immaginario è come un veicolo spaziale che permette di sbarcare su mondo nascosti.
Il tuo modo di raccontare, informale e diretto, si distanzia da un certo tipo di letteratura che, in qualche modo sembra essere sempre più slegato dalla realtà.
È vero che la mia scrittura cerca di essere più immediata e diretta. Sì, in effetti una certa letteratura diserta il mondo, lascia che siano i giornali a parlarne. Molti scrittori vivono in pantofole all'interno della loro testa, così non rischiano di camminare su un terreno minato o di farsi sparare da un editore. In Francia, per esempio, il mondo letterario è diventato il tempio del conformismo e della prudenza. Le statistiche ci hanno dimostrato che sono le vecchie signore quelle che leggono di più.
Bibliografia
L'impero del sonno (L'empire du sommeil), 1993, Giunti, Firenze. Traduzione di Massimo Avuri.
Tiro al bersaglio (Jeu de massacre), 1994, Giunti, Firenze. Traduzione di Bruno Nacci.
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