A F A
roberto rivetti
Se serve un ritmo, è quello storto di una camminata claudicante.
Se serve una musica, potete scegliere quella che preferite. Purché ri-spetti alcune caratteristiche. Sia tranquilla. Sia morbida. Sia triste. E, so-prattutto, sia afosa.
Tranquilla. Morbida. Triste. Afosa. Afosa ?
Nella stanza ci sono pochissime cose. Una lampada, due sedie e un tavolo coperto di fogli di carta e fotografie. Poi ci sono anche due persone. Una in piedi e una seduta. Potete immaginare che quella in piedi abbia la cravatta slacciata, una sigaretta spiegazzata in bocca e continui a misurare con i suoi passi i cinque metri per sette della stanza. Sembra disperato, è ve-ro, e ancor più disperato pare l'altro. Seduto, con una canottiera piena di grasso e di sudore addosso, consumato dalla vita tanto che gli si può leggere la stanchezza di tutta una famiglia, di tutta una terra, di tutto un destino già segnato in partenza, solo sfiorando lentamente le rughe che attraversano il suo viso.
" Perché ?" sembra chiedere l'uomo in piedi. In ogni suo passo, in ogni suo gesto sembra affiorare questa domanda. Pudicamente il silenzio la sostituisce, silenzio che diventa ancor più pesante ogni volta che l'uomo si ferma e muove il braccio e la mano, si tocca il mento, si cerca la sigaretta tra le labbra o si fruga tra i capelli, alla ricerca di risposte, o del coraggio di domandare.
Anche l'uomo seduto, quando il silenzio si fà più duro, alza gli occhi nell'attesa dell'appiglio per poter aprire le porte al rumore, alla parola che possa far sfogare finalmente la tensione che si è creata all'interno di sè e della stanza intera.
Dall'alto della sua posizione l'ampia pelata dell'uomo seduto colpi-sce l'uomo in piedi. Così orgoglioso dei suoi capelli che un tempo lasciava diventare molto lunghi prima di tagliare, così orgoglioso della sua ribellione continua e di avere sempre qualcosa da dire su qualsiasi cosa. Così orgoglio-so. Da quanto tempo lo conosce...erano giovani assieme, sopratutto giovani.
A volte la vita fa strani scherzi, si diventa amici di persone strane, da giovani. Persone che non ti assomigliano, con cui hai poco da dividere e lentamente dividi sempre meno, e quando cerchi quello che ha formato l'amicizia di cui ti vanti sempre essere l'unica vera non puoi non stupirti di non riuscire a fermare un attimo, una ragione o un'avvenimento che possa spiegare il perché, ecco che ritorna la domanda, il perchè di certe cose.
" Vuoi una sigaretta ?"
Quando alza gli occhi per rispondere è come se due lame di buio ta-gliassero la luce della lampada. Come se nella stanza si fossero aperti due piccoli buchi neri. E' quasi un sollievo quando lo sguardo si riabbassa.
" Ho smesso. Dopo che hanno trovato quella cosa a Marina"
Quella cosa a Marina è l'ex top delle malattie, il male del secolo prima che arrivasse la peste del duemila. Quello che ogni giorno che sento un dolore mi chiedo se sia arrivato.
Sono tentato di accenderne due, per me, per sfidare la sorte, l'unico coraggio che mi resta è andare veloce a cercare il sollievo, o a cercare lento dolore, lunga punizione per i miei peccati.
Credo di essere una di quelle persone che credono di avere mille malattie. Non mi viene la parola. Ipocondriaco, ecco.
Mi avvicino allo specchio, mi aggiusto un po' la cravatta - Due caffè - ordino al vetro lucido - e qualcosa da mangiare, se possibile.
Marina
Cazzo che bello correre in riva al mare. A piedi nudi, sul filo dell'acqua. Facendo spruzzi e urlando. Cazzo, che bello.
Marina correva forte, noi le correvamo dietro, cercando di raggiun-gerla, fisicamente. E cercammo a lungo, dall'estate in cui la conoscemmo, di arrivare il più possibile vicino a lei, nei bar e sulle spiagge, nei cinema all'aperto e nelle stanze chiuse dove sognavamo dovesse esserci il paradiso. Io lo trovai altrove, e come paradiso non era granché, non era come avevo creduto dovesse essere. Forse per questo a lungo ho creduto che con lei sa-rebbe stato diverso. Sapendo che mi sbagliavo. Alla fine di quell'estate era-vamo comunque tutti contenti a sufficienza, solo mi sorpresi un poco quan-do, dopo un bacetto di circostanza a me, rimase attaccata per cinque minuti alle labbra di Fra', Francesco ma anche fratello per me; forse solo non sor-preso quanto lo fu lui. Dopo l'estate successiva, l'università insieme, loro due e io, e altre ragazze che molto non duravano. Altri due anni e dovetti cercarmi una casa più piccola, avevano deciso di sposarsi e lasciare l'università.
Infilare il mocio nell'acqua bruna, strizzarlo e poi passarlo sul pavi-mento, ripetere più volte, poi passare alle camere, raccogliere cicche da tutti i posti più improbabili, poi ancora pavimenti, ascensori, scale. Acqua a vo-lontà, detersivo quanto basta. Non vive così una principessa, non è il paradi-so. Piano piano se ne accorse anche lei. Gambe che fanno male tanto da farti pensare stiano per rompersi, braccia che non ti accorgi più di avere, che non riescono a reggere un bicchiere. Turni notturni per mettere al mondo una famiglia da odiare quando non basta lavorare di giorno per mantenerla. Un tunnel senza fine. Invece che un avvocato donna delle pulizie, e di qualcuno la colpa doveva pur essere.
Francesco
Di qualcuno. La mano tesa che mi aiuta a rialzarmi. Un sorriso so-speso fra derisione e compiacimento. Mentre mi spolvero, guardo la palla rotolata in rete dopo essere passata tra le mie gambe. Credevo di poter di-ventare un portiere, da piccolo. Le risa dei miei compagni mi avevano fatto cambiare idea, non superai la paura di trovarmi qualcuno solo davanti alla porta, palla al piede. Non sopportai le risate. Lo sguardo lo ricordo ancora bene.
Ora non riesco a non pensare che Francesco non ha mai trovato qualcuno che lo aiutasse a rialzarsi. L'agile undici che tanto mi aveva terro-rizzato era ridotto come un amorfo maglione, buttato su una sedia, abbando-nato informe.
Diventammo amici, condividevamo tutto come solo a quindici anni si riesce a fare, facemmo progetti e creammo società segrete, comprammo riviste di donne nude e ci raccontammo sogni e esperienze solitarie, diven-tammo ragazzi insieme, e anche lui smise di giocare
al Pallone.
Neanche il passaggio tra l'odio e l'amore verso le ragazze ci divise, neanche Marina.
Fino all'ultimo credetti di essere io il favorito, anche se forse per me era solo un gioco. Poi, dribbling secco e palla in mezzo alle gambe, beffarda in fondo al sacco. Anche allora non me la presi molto, ero contento devo di-re. Anche Marina, come il calcio, pensavo non facesse per me.
Soffrì un poco di più il graduale allontanamento tra noi tre, tra loro due e me veramente, anche se fu talmente lento che me ne accorsi, di quello che avevo perso, solo alla fine.
Ma la vita va avanti lo stesso, si dice. Sapendo che non è vero e ma-gari sapendo anche che basta poco a cambiare le cose, giusto rinunciare all'orgoglio e riprendere a parlare, superare i silenzi di comodo per legare i discorsi nuovi a quelli vecchi e modificare di quel tanto la nostra visione della vita che ci permetta di includere anche gli altri. Un piccolo passo per l'umanità, un balzo in avanti per l'ipocrita che è in noi.
Certo non fu solo opera mia anche se mio è il rimpianto. E, forse, solo un rimpianto virtuale, tanto per non sentirsi una merda perché non si prova nulla, per non sentirsi come l'unico che non piange ad un matrimonio di amici, l'unico che non ride ad una barzelletta scontata.
Sogno
Copertine di giornali. Titoli a tutta pagina. Brillante. Spregiudicato. Giovane. Sempre sorridente e sempre vincente. Una garanzia. Solo per chi se la può permettere, naturalmente.
NUOVO SUCCESSO PER L'AVVOCATO SOGNO. Questo il sunto di titoli e copertine.
Ho difeso, vittoriosamente, la peggior feccia possibile. Senza pro-blemi di coscienza, fiero di me ogni volta che potevo, posso, dimostrare che il sistema è marcio. Mettere fuori criminali è la più grande soddisfazione della mia vita, infilarmi nelle pieghe delle leggi o cercare errori di poliziotti e giudici è la mia missione.
Solo una volta sono stato sfiorato dal dubbio, perseguitato da uno psicopatico che avevo fatto prosciogliere in base a non ricordo più quale vi-zio di forma. Quando lessi che era stato eliminato in un inspiegabile agguato di stampo mafioso, inspiegabile per loro, non per me, mi tranquillizzai. Ave-re amici potenti può essere molto utile, a volte. Saperlo riconcilia con la vita.
E fare da paladino dei diritti civili apre molte porte. Sono diventato ricco, famoso e ambito. Ho una moglie fantastica, una macchina rossa, dalle mie case vedo cartoline bellissime e esclusive, ogni anno nuove studentesse si presentano disposte a qualsiasi cosa pur di lavorare con me. E io le ac-contento, me le sbatto finchè resistono e poi le abbandono alla vita che han-no cercato. Felici. E' una delle poche regole che mi pongo : mai deludere le aspettative degli altri nei miei confronti, se credono che la carriera si faccia tra le lenzuola, è più facile accontentarle in luoghi comuni che dissuaderle con luoghi comuni. Se qualcuna poi si lamenta, gli amici servono anche a questo.
Non credete a quelli che vi parlano di sensi di colpa. Non si arriva dove sono arrivato con i sensi di colpa. Rispetto verso i potenti e inflessibi-lità verso i deboli, questa la mia ricetta dai vent'anni.
Marina II
Un letto.
Tutto quello che ricordo quando penso a Marina. Quello disfatto del nostro breve incontro, circa tre anni dopo il suo matrimonio. Dalle lenzuola pareva trasudare la mia vergogna, non avevo neanche il coraggio di guar-darla in faccia, sapevo di averla usata, di aver approfittato della nostra ami-cizia.
Glielo dissi, ancora senza guardarla negli occhi. Quando mi scoppiò a ridere in faccia, subito non capì. - Sei proprio uno stronzo- mi disse - ma chi ti credi di essere, il Re del Mondo ? - continuò.
Da quel momento per lei cessai di esistere, ci vedemmo raramente e solo a causa del nostro comune rapporto con Francesco. Non so se lui seppe mai qualcosa, sicuramente non me lo fece mai capire. Così tagliai i ponti con l'essere umano che era in me.
Solo prima di morire ha voluto rivedermi, da sola, mandandomi a chiamare. Appena entrato nella sua stanza, ancora il letto, ancora lei. Palli-dissima, magrissima, ancora con i tratti che avevo amato, che mi accorsi di non aver smesso di amare, filtrati da quella che doveva essere una sofferen-za inimmaginabile. Le presi la mano, cercai di sorridere.
Sparato nei ricordi. Travolto dalla musica che iniziò a scorrermi in testa. T.B. Sheets. Van Morrison. Non riuscì a trattenermi, volevo andar via, volevo scappare, abbandonare l'odore della morte che mi entrava da tutte le parti.
Non mi lasciò andare però, strinse ancora più forte. E mi disse : Uc-cidimi.
Abbassai gli occhi di nuovo.
Francesco II
" Ho bisogno di un avvocato" mi disse.
Quando suona il telefono alle quattro del mattino sai già che non può essere una buona notizia. "Marina è morta" continuò "pensano che l'abbia uccisa io".
"Sei a casa ?" chiesi "Arrivo subito"
Il poliziotto che seguiva le indagini lo conoscevo molto bene, mi do-veva parecchi favori. Mi spiegò che erano arrivati dopo che il medico del pronto soccorso aveva denunciato la morte di Marina per ingestione di bar-biturici. Non credevano che al punto in cui era arrivata la malattia lei avesse avuto la forza di muoversi, prendere i due tubetti di calmanti in bagno, aprire i tappi di sicurezza e ingerirli.
La casa era come l'avevo lasciata pochi giorni prima, solo mancava l'ingombrante presenza di Marina, solo l'odore era rimasto. Francesco è ammanettato, tra due poliziotti, lo stanno portando via.
"Sono il suo avvocato, un amico."
Si guardano l'un l'altro, poi il più anziano fa un gesto all'altro e si allontanano. "Solo cinque minuti, avvocato"
Dopo avermi riassunto gli avvenimenti, piangendo si decide a chie-dermi "Credi che l'abbia uccisa io ?"
"Credo a quello che mi dici"
"Non l'ho fatto, mi è mancato il coraggio. Me l'ha chiesto diverse volte, ma non ce l'ho fatta"
"Non ti preoccupare, ti tiro fuori appena possibile" è tutto quello che riesco a dire prima che lo portino via. Solite frasi da avvocato, solite palle.
Sogno II
Mi basta parlare cinque minuti con il poliziotto che segue le indagini per capire che la posizione di Francesco è disperata. Hanno le sue impronte digitali sui tubetti, Marina era da più di due settimane che non era in grado di muoversi da sola, quando era arrivato il medico erano già passate un paio d'ore dalla morte.
Niente che non si possa spiegare ad una giuria attenta e ben disposta. Avevo solo paura di dover affrontare la disperazione che avevo letto nello sguardo di Francesco, pronta a esplodere come gli argini di una diga per la-sciare andare tutta una vita di sofferenza e scaricare il peso che per troppo tempo le sue spalle avevano dovuto sopportare.
Avrei potuto essere io al suo posto, quella doveva essere la mia vita, ogni tanto pensavo triste nei momenti belli. Tante occasioni avevo avuto, tanti rimpianti. E ora anche quello mi manca.
Anche quello mi ha portato via.
Afa II
Nella stanza ci sono pochissime cose. Una lampada, due sedie e un tavolo coperto di fogli di carta e fotografie. E poi ci sono, ancora, due per-sone. Una in piedi e una seduta
No - dritto negli occhi - Non posso farlo.
Senza guardare la sua reazione, mi giro ed esco.
Una volta lessi un proverbio orientale che diceva pressappoco così: ogni fiume, per quanto lungo e contorno, trova prima o poi un mare che lo accolga.
Esco dalla caserma della polizia mentre sta piovendo forte. Spero che sia sufficiente a portarmi da qualche parte.