80
(prove tecniche di editoriale)

matteo galiazzo




Questa volta Maltese Narrazioni è interamente dedicato agli anni '80. Ognuno degli autori che hanno partecipato a questo numero si è fatto domande su domande. La maggior parte di loro ha visto la propria adolescenza dislocarsi nel decennio in oggetto. Il rischio era quindi quello di fare un numero sull'adolescenza, e non sugli anni '80. Oltre tutto, come si sa, sia dai giovani dei '70 che da quelli dei '90 piovono strali e insulti sul decennio in questione. Chi scrive non è affatto convinto che esista una cosa chiamata storia, per cui il susseguirsi di tutto quello che succede nel mondo, dalle sfilate di moda ai trattati sul disarmo, segua una trama che possa essere riassunta e da cui si possa trarre una morale. Quindi la domanda fondamentale che ci siamo posti è: "Perché la gente parla così male degli anni '80 ?"
"Perché la gente parla così male degli anni '80?" Perché si sbaglia. E perché noi ne vogliamo parlare così bene? Perché ci sbagliamo anche noi. Ma ci sbagliamo con la gelida bellezza di quelli che si sbagliano al contrario, che è come dire sbagliarsi un po' meno. No?
Sinceramente io non conosco lo scopo di questo editoriale. Mi hanno messo qui alla guida di 'sto mezzo, ma non so dove andare, non so cosa sto trasportando. Guido alla cieca, più che altro. C'ho una cartina, mi hanno fatto una cartina con delle indicazioni, sono scritte sul retro di un scatoletta Polaroid che conteneva una pellicola fotografica. C'è scritto più o meno quello che devo dire. Ma non so come arrivarci. Guardate, nel foglietto c'è questo:

EDITORIALE
- ANNI '80 OSCURATI MA...
- Deleghiamo ai racconti i messaggi (descrizione del numero)
- Cautela o terrorismo? Scrittura Periodo (che anni '80)
- Ritratto PoP
- Provincia

Partiamo dal primo punto. ANNI '80 OSCURATI MA... Ecco. Oscurati ma. Non riesco a ricordare cosa si era detto che ci andasse dopo il MA.... Cosa ci va? Semprevivi? Brillanteschi? Fulgidi e asettici? Boh. Di sicuro ci andava qualche aggettivo che finalmente rendesse giustizia al periodo. Eh, sì.
Deleghiamo ai racconti. Questo viene già più facile. Tutto quello che volevamo dire sugli anni '80 è contenuto nelle nostre narrazioni. Quindi questo editoriale (e chi lo sta scrivendo) è assolutamente inutile. È un semplice rinvio, un messaggio gratuito della Telecom che ti dice che l'utente ha cambiato numero, il nuovo numero è puntini puntini. Ecco, così va meglio. Però poi tra parentesi c'è scritto (descrizione del numero). Quindi dovrei descrivere il numero. Che non esiste ancora. Tra l'altro, noto per semplice vertigine dei frattali, un numero che contiene per forza di cose anche questo editoriale, quindi in qualche modo una descrizione che in minima parte interessa anche se stessa. Una descrizione che descriva se stessa è ardua. Ogni riga che scrivi modifica il modello da descrivere e bisogna rifare tutto daccapo.

Cautela o terrorismo? E qui. Sì, qui mi pare di ricordare di più il dibattito. L'alternativa era tra fare un numero provocatorio o invece un numero prudente. Ma questo dibattito più che avere influenza sul numero, che tanto si è fatto da sé come tutti gli altri senza che noi lo potessimo controllare, ha influenza unicamente sull'editoriale. L'editoriale allora è l'unica cosa che riusciamo ancora a piegare ai nostri servizi, un elemento che dovrebbe dare un senso particolare all'insieme, un'interpretazione a posteriori. Se ci fosse tempo parlerei della psicologia della Gestalt, ma non ce n'è.

Scrittura. Essendo noi una rivista di letteratura dobbiamo rivolgere l'attenzione ai fenomeni letterari: questa parte non può che essere tremendamente personale. Cosa c'è stato negli anni '80? Il minimalismo. E cos'è stato il minimalismo se non una potente e olezzosa badilata di merda andata a riempire d'un sol botto gli scaffali delle nostre librerie? Qua non tutti sono d'accordo, nella redazione. Ma visto che l'editoriale me l'hanno dato da scrivere a me scriverò quello che penso1. Probabilmente il tutto è stato una reazione agli anni '70 in cui ogni espressione singola doveva essere anche collettiva e politica. Gli anni '80 sono stati gli anni in cui si è assistito ad un libero ripiegarsi dei narratori su se stessi. Voglio dire, dal collettivo si è passati all'intimo. È un percorso comprensibile, peccato che come tutte le cose si sia seguita la strada dell'eccesso. Mi rendo conto che tutto questo discorso richiederebbe centinaia, anzi migliaia di microprecisazioni, dato che la mia capacità di esprimere concetti puntuali è in realtà lo sciacquone di un cesso rotto che non può smettere un solo istante di fare acqua. I minimalisti non si sono limitati solo a cambiare registro, l'eccesso è stato il ripiegarsi talmente su se stessi da introflettere completamente l'idea di lingua e racconto e comunicazione. Introflessione totale, capite? Questi bei tomi hanno assurto se stessi a protagonisti, hanno protagonizzato le loro stesse vite, vite non proprio eccezionali, nell'illusione, immagino, che ogni loro minuscolo moto d'animo potesse interessare a miliardi di lettori. Dico immagino perché chi pubblica un libro si farà ben qualche domanda sui suoi lettori, ogni tanto. Sarebbe come se un attore teatrale imbastisse uno spettacolo in cui gli spettatori devono assistere alla visione di lui mentre dorme in un sofà piazzato al centro del palco (e c'è stato veramente un coglione qualche anno fa che ha sviluppato centinaia di queste trovate geniali, tipo fare un film di otto ore su uno che dorme, dipingere scatole di passata di pomodoro, esprimere tutta la propria carica eversiva in frasi tipo: "la cosa più bella di Firenze è il McDonald", affermazione senz'altro sgorgata dal petto sentitamente e senza il minimo intento provocatorio o che, dato che a Firenze il McDonald all'epoca manco c'era e forse non c'è neanche adesso; e tuttavia ci sono stati e ci sono tuttora legioni e manipoli di critici pronti a giurare che quelle cose lì erano un ribellarsi alla morale borghese, alla civiltà occidentale che mercifica anche lo spirito). Ma questa gente non ha pietà di noi?2
L'apoteosi del minimalismo italiano la si può soavemente rintracciare in un libro giustamente famoso, scritto da Pier Vittorio Tondelli. Camere separate. Un libro scritto da uno scrittore che parla di uno scrittore che fa le stesse cose dello scrittore che ha scritto il libro. Non vi dico altro. Non so. Lo stesso Tondelli (è questo che mi fa specie) nell'introduzione all'Under 25, laddove si sdilinquiva in consigli alle giovani leve ammoniva gli scrittori in erba così : "Se volete scrivere i diari o le lettere per farle leggere a tutti dovreste immediatamente sapere che quell'io che scrive è già un personaggio. Come tale deve seguire tutta una serie di regole e comportamenti che niente hanno a che fare con la realtà, ma tutto invece con la letteratura, che è il regno, l'ambiente, in cui vivono i personaggi. Ecco cosa intendo per consapevolezza dello strumento". Ecco cosa intende Tondelli per consapevolezza dello strumento. Evidentemente una cortesia che lui gradisce quando legge, ma di cui può tranquillamente fare a meno quando si mette a scrivere. Considerava. Dimenticava. Metteva.

Non mi ricordo più dove andava a parare tutto ciò. Ah, l'altro versante della letteratura degli anni '80, non solo il diarismo cavalcante, ma l'omosessualità come genere letterario. Sia ben chiaro che non ho niente contro gli omosessuali per quanto riguarda l'erogazione di diritti civili, la mia è una semplice avversità letteraria. Cioè, ma come, una storia, la storia d'amore più melensa, scritta con i termini più lialeschi del mondo, degna del Premio Diabete viene salvata da tutti i critici unicamente perché i due terminali della copula sono dello stesso sesso? Ma che discorso è? Per loro non valgono più i cinismi acidi con cui di solito vengono commentate le nostre sdolcinatezze eterosessuali? E in ragione di che, miei cari? In ragione di cosa a loro vengono perdonate tutte queste pseudoriflessioni da baci perugina, queste frasi celebri da sceneggiato tv? Forza, ditemi, frasi del tipo : "Quando si rividero Leo si sentì immediatamente in colpa perché si accorse che da troppo tempo non pensava più a Thomas con la stessa costanza e dedizione. Lo amava sempre. Lo dava per scontato, una certezza nella sua vita. E invece vide che Thomas aveva bisogno, forse in un modo, se possibile, ancora maggiore rispetto agli inizi, della conferma che la loro relazione esisteva e continuava. Privato della certificazione quotidiana del suo amore, della persistenza dell'asserto affettivo, Thomas era come una pianta privata di acqua, sverdiva e declinava". È sempre Tondelli. È sempre Camere separate.
Qua però è veramente necessario fare alcune precisazioni per non essere presi per fascisti. Queste cose che ho detto le pensavo a diciott'anni. Se avessi diciott'anni oggi, nel mio mirino mentale (quei mirini mentali che si hanno solo a diciott'anni) al posto dei "giovani omosessuali" ci sarebbero senz'altro i "giovani pulp". Passati i diciott'anni capisco che gli scrittori in questi meccanismi non c'entrano affatto. L'industria editoriale procede per ondate successive, aggrega un tot di scrittori, li cementifica attorno ad un elemento particolare e un po' vago che possa gemellare flore e faune e li presenta sul mercato. Ogni ondata deve avere un'identità facilmente riassumibile, in modo da essere compatibile con i tempi televisivi o promozionali. Ogni ondata deve in qualche modo contrapporsi all'ondata precedente, cosicché sarà presentata inevitabilmente come una cosa eversiva, che si ribella alla moda dominante, insomma, sarà il nuovo, un effimero nuovo, prima di diventare moda anch'essa. Ma attenzione, tutto questo movimento schizofrenico non riguarda la scrittura e gli scrittori. Queste "mode" riguardano la placenta del sistema editoriale: gli editori, i giornalisti, i critici. Gli scrittori scrivono sempre nello stesso modo. La differenza sta nel fatto che oggi vengono pubblicati questi e ieri no, e domani nemmeno. Quello che voglio dire è che le mutevoli cose che finalmente raggiungono le librerie non sono affatto un campione rappresentativo dell'immobile universo formato dalle cose che vengono semplicemente scritte. Il discorso sarebbe lungo, dovrei parlare di quando quella che oggi viene definita "scrittura pulp" (uso questo termine pur essendo assolutamente ateo rispetto a un'entità chiamata scrittura pulp) costituiva un inaffondabile e sicurissimo salvagente contro la pubblicazione da parte di case editrici importanti. Qua sulle pagine del Maltese, ad esempio, la cosiddetta "scrittura pulp" è comparsa con circa cinque sei anni di anticipo, e tenete conto che a molti redattori la "scrittura pulp" non piace. Dicevo, gli editori. Ma non gliene faccio una colpa. Semplicemente questo è il modo in cui fisiologicamente l'industria editoriale si muove, parallelamente al mercato. Non si hanno i mezzi per far emergere il singolo, meglio concentrare le risorse e lanciare il gruppo. Le nicchie che si creano nel mercato editoriale sono nicchie temporali. È quello che si chiama utilizzo economico delle risorse. Questo fa sì che io oggi non tenga minimamente conto dell'omosessualità dell'autore della cosa che sto leggendo. Questo perché l'ondata è passata. Ho capito è che mi è impossibile apprezzare a mentre una di queste ondate è in corso e a ne fa parte, durante la promozione, insomma. Poi, quando l'ondata passa si può recuperare lo spirito critico e ragionare con calma. Tipo i Duran Duran. Negli anni '80 gridavo ai quattro venti che mi facevano cagare. In realtà la loro unica colpa era quella di piacere alle ragazzine. Se fossero stati un gruppo sconosciuto dell'underground anglosassone i loro dischi non sarebbero senz'altro mancati nel mobiletto del mio stereo.

Passiamo alle cose belle, ci sono state delle cose belle negli anni '80, letterariamente parlando? Sì, direi. Ne cito una, un autore. Andrea De Carlo. Un grande. In lui ho apprezzato: la completa assenza di riferimenti letterari, ma più che altro la sua bellezza fisica. Non fraintendiamo, tra l'altro secondo me non è neppure 'sto gran che, però si dice che sia bello, le donne lo dicono e l'importante è che lo dicano loro. Questo aspetto è importante, badate, finalmente ecco uno che non si è rifugiato nella scrittura per rivalsa nei confronti di un mondo femminile cattivo e perverso che lo rifiuta, no, De Carlo alla buon'ora è uno che ha una vita sentimentale normale. Corteggia le ragazze, a volte funziona, a volte no, ma insomma una volta tanto non si usa la scrittura come vendetta per rifarsi dei torti subiti. È importante che la letteratura non sia nelle mani di persone vendicative, o almeno che non sia solo nelle mani di persone vendicative. Comunque, è inutile che stia qui a parlare di De Carlo. La mia considerazione per lui è tanta e tale che mi si immobilizzano le dita. La mia considerazione per lui è tanta e tale che fatico a farla uscire per un qualsivoglia orifizio della mia persona. Sul serio. Non posso più scrivere di De Carlo.

Che anni '80? Cioè, vogliamo dare delle date precise? Tipo quando comincia l'Evo contemporaneo? Dalla Rivoluzione Francese o dal Congresso di Vienna? Se proprio vi piacciono le date ve ne propongo due niente male. Sono il primo gennaio 1980 e il 31 dicembre 1989. Scherzo. Gli anni '80 sono catalogati in tutte le guide turistiche intertemporali come gli anni del disimpegno. E quando è cominciato questo disimpegno? Io dico con l'omicidio Moro. L'omicidio Moro è stata la dimostrazione che neppure la violenza riusciva a scalfire niente, che neppure l'eliminazione fisica riusciva ad asciugare quel mare dove i sogni di tutta una generazione andarono mollemente a naufragare sostituiti in blocco da una salva di Chissenefrega urlati all'unisono. La seconda data, quella che simboleggia la fine del disimpegno è sicuramente il Live Aid. Quando quel veterobuonista di Bob Geldof ha rispolverato la moda dell'averci una coscienza civile.

Ritratto PoP. Boh. Qua bisognerebbe avere una definizione di Pop. Popular. Popolare. Nazionalpopolare. Forse c'entra anche il coglione di cui parlavo prima, Andy Warhol, con le sue scatole di pelati di merda. Il confine tra arte e altri territori lo stabilisce il popolo. Forse questo è il senso di pop. La volontà del popolo emerge chiaramente dai recenti sondaggi: esso è moralmente contrario all'aumento dell'ICIAP. Non che togliere la definizione dei confini tra arte e altri territori dalle mani dei critici sia stata una cosa sbagliata. Del resto anche quello dei critici è un popolo, ha lo stesso moto ondivago e scriteriato di amare e odiare le cose. Ma il popolo vero e proprio. È come prendere come giudice per una gara di tuffi maschile una ninfomane, o simmetricamente come arbitro per una gara di scherma femminile un maniaco sessuale3.

Provincia. Ecco qua c'entro meno di niente. Si doveva dire, mi pare, che siccome in provincia si vive con almeno dieci anni di ritardo, gli anni '80 devono ancora finire, e quindi coloro che vivono in provincia godono di un osservatorio privilegiato da questo punto di vista. Mah, non sono d'accordo manco su questo, devo dire. Gli anni '80 sono già una convenzione temporale. Come si fa a dire che arrivano in ritardo. Voglio dire, nessuno ha mai specificato che gli anni '80 necessitassero di una città attorno a loro per esplicitarsi. Penso che gli anni '80 fossero anni '80 anche in provincia. Ma non lo so. Se hanno detto così una ragione ci sarà4.

Insomma, io sono ateo e non credo nemmeno nello spiritismo. Questo spirito degli anni '80 proprio non riesco a vederlo. Leggo ciò che ha scritto Tondelli nel volume L'abbandono :"...sarebbe ipocrita vedere gli '80 esclusivamente come una megadiscoteca in cui tutti ballano, ridono, bevono, si insultano, si spogliano, tirano mattina e magari capottano con la BMW di papà, parlando al telefonino cellulare. Certo, la grande voglia di divertirsi, di viaggiare di emergere, di acquistare beni di consumo ha caratterizzato il decennio appena trascorso, ma sarebbe riduttivo ricondurre ogni esperienza e ogni tensione ideale solo a questi aspetti."
Gasp. Ripeto, il mio ateismo coinvolge anche qualsiasi concetto di storia. E secondo me "la grande voglia di divertirsi" ha caratterizzato non solo gli anni '80, ma qualsiasi decennio si voglia prendere in considerazione dalle danze attorno ai primi fuochi nelle grotte di Lascaux ai gladiatori nei circhi romani ai puttan-tour in corso A. Saffi. Quanto alla voglia di viaggiare, bè, entrate in un qualsiasi lager nazista e intervistate il primo prigioniero che vi viene a tiro sulla sua voglia di viaggiare e vedere posti diversi. Sulla sua voglia di acquistare beni di consumo, di emergere.
Vabè, avete capito. Secondo me gli anni '80 non esistono. Ma come potete credere ed affezionarvi a simili cazzate. Sarebbe come se uno osservando il contachilometri della sua macchina psicanalizzasse le migliaia di chilometri percorse. Eh, certo, il periodo dagli undicimila chilometri ai dodicimila è stato il migliaio caratterizzato dalla portiera sinistra. Ma come, non è sempre stata lì? Sì, la portiera sì, ma non c'era mai stata in precedenza una così profonda attenzione nei confronti di questo oggetto denominato portiera. Prima per entrare passavo dal bagagliaio. Preparatevi al prossimo migliaio, quello che va dai dodicimila ai tredicimila, sarà un migliaio molto più incentrato sui tergicristalli. Anzi, ne approfitto per un sondaggio, secondo voi i prossimi mille chilometri saranno quelli dei tergicristalli o della ruota di scorta?

A questo punto è meglio che mi sbrighi a tirar giù qualche conclusione. Come avete potuto arguire la mia idea è che gli anni '80 non esistano. Non esistono così come non esistono gli anni '70, né nessun decennio specifico. Non esistono perché i decenni, così come i millenni, così come i quarti d'ora sono contenitori temporali che contengono tutto, tutto quello che succede. E tutto quello che succede, per definizione non ha direzione, non ha morale, autoelide da sé ogni lettura possibile, contiene internamente tutte le negazioni di tutte le frasi che si possono scrivere. Ecco. Nonostante questo editoriale il numero è e vuole essere in qualche modo un'affettuosa celebrazione degli anni '80. Ve ne accorgerete dai racconti (quasi tutti autobiografici e sul filo di una asciutta nostalgia), ve ne accorgerete dal numero stesso.
Tutte le cose decisamente e benedettamente belle non hanno bisogno di descrizioni, e anche questo numero - com'è possibile, ogni volta? -, come i diciannove che lo hanno preceduto, è decisamente e benedettamente bello.

1) Non è che non siamo d'accordo, è che il minimalismo propriamente detto (Raymond Carver, Anne Beattie, ecc.) è stato negli Anni Sessanta. Negli Anni Ottanta, in Nord America, ci sono stati anche scrittori come Jay McInerny, Brat Easton Ellis, Tama Janowitz, ecc., definiti brat-pack e, in Italia, post-minimalisti. SOno loro il bersaglio di Galiazzo in questo editoriale. De gustibus. Senz'altro i nuovi scrittori italiani degli Anni Novanta, molti dei quali presenti su questo numero, hanno assorbito parecchio proprio da Ellis & C.

2) Altra nota per dire che va bene essere disinvolti, ma è francamente rischioso liquidare così Andy Warhol. O no?

3) Qui Galiazzo non ha svolto il compitino a dovere. Ritratto Pop vuol dire che su questo numero del Maltese non pretendiamo di fare l'affresco totale di un decennio, ma una minuscola immersione superficiale. Pop nel senso di leggero.

4) Altra mancanza di Galiazzo. I quattro quindi della redazione abita 365 giorni l'anno in provincia di Asti o Alessandria. Qualcuno davvero crede che in questi luoghi si respiri l'aria del tempo che si vive? E' già tanto se arrivano i giornali quotidianamente. Qui le ragazzine si fanno i tatuaggi adesso, mica quindici anni fa! Qui una ragazza che va a vivere da sola è ancora una svergognata. Ad Asti i ragazzini si ritrovano in piazza a ballare la break-dance che era già morta nel 1985.