L’Internet dei nostri corpi

bio hacking In 140 caratteri: «Per 40 dollari puoi impiantarti un chip che controlla tastiera e smartphone»
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Rispetto anche solo a 10 anni fa (quando non avevamo nemmeno i social network e i blog ci sembravano una rivoluzione), il mondo dell’innovazione si è complicato in maniera impensabile.

Oggi ci occupiamo di cose che vanno dagli algoritmi (parola che sta diventando familiare), alla realtà virtuale (Oculus Rift), all’Internet delle Cose (che ancora forse non vediamo bene). Ma dietro la curva ci sono un sacco di sfide etiche e culturali da affrontare.
E stanno arrivando a partire da 40 dollari.

Interludio: Jimy Jimy Jimy
Nel 1997, Salvatores fece un film di fantascienza. Un film di fantascienza, italiano.

Con un cast internazionale (Christopher Lambert, Jimy, il protagonista) e con attori nostrani come Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Stefania Rocca, Paolo Rossi, Sergio Orlando. Ma soprattutto “Joystick” Sergio Rubini (Oh, Jimy Jimy Jimy).
Quel film, rivisto oggi, ha tutto un altro significato. Perché dal 1997 ci insegna lezioni che oggi sono ancora complicate da capire.
En passant, il consiglio è: se ti capita, rivedilo. Qui trovi la scheda.

Cose Pericolose
Da un po’ di anni si parla di Bio Hacking, termine che l’italiano forse non tradurrà mai e che indica il «miglioramento del nostro corpo attraverso innesti tecnologici».

Se ne parla da tempo ed è una logica che abbiamo culturalmente accettato con tecnologie come occhiali o bypass. Ma qualcosa sta accadendo: per me un segnale importante per veder crescere una nuova tendenza è che negli ultimi giorni mi sono capitati sotto gli occhi diversi articoli che parlano di Dangerous Things.

Il nome, evocativo ma probabilmente poco adatto al SEO, è quello di una società di nicchia. Di cui però stanno cominciando a occuparsi anche testate abbastanza mainstream. Il business è insolito (o inquietante o preoccupante, scegli tu): vendere a pochi dollari degli impianti tecnologici che ti permettono di innestare un piccolo chip nel tuo corpo per controllare lo smartphone, il computer, o qualsiasi cosa sia collegata a Internet o a un Wi-Fi.

Dangerous Things ha già migliaia di clienti e come molte altre startup innovative (Uber, o Airbnb) lavora in un territorio ancora vincolato a vecchie norme. Il che, come racconta il New York Times, è la costante che ha fatto i ricchi.

Tu puoi comprarti il kit per innestarti il chip, ma loro ti consigliano di far fare l’innesto da qualcuno che si occupa di piercing a livello professionale.
Già negli USA la situazione è complessa, perché i professionisti abilitati variano da stato a stato. Ma la legislazione di sicuro non intendeva un piccolo processore quando parlava di piercing. Nè, probabilmente, prevedeva le implicazioni.

Interazioni naturali tra uomo e tecnologia
Se vai sul loro sito, la prima cosa che immagini è che non c’è nulla di naturale (a partire dalla curva di apprendimento: i prodotti si chiamano «xBTi [xBT + Injection Kit]» o «xNTi [xNT Tag + Injection Kit]»).
Ma secondo il fondatore e CEO Amal Graafstra si tratta solo di un passo avanti verso una relazione più «naturale» con la tecnologia.

Se sei curioso, il pezzo di Cadie Thompson, ti spiega tutto: This man sells a kit that’ll turn anyone into a ‘cyborg’

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