L’intelligenza dell’uomo digitale

«Sta gente con la fissa per l’information overload», twittava qualche giorno fa Gabriele, «sembra proprio comunicarmi “non ho abbastanza cervello da filtrare quello che vedo”».

È una battuta, ma come molte battute riesce a insinuare una riflessione. Io dico sempre che il digitale (e con il digitale l’abbondanza di informazioni) ci obbliga a cambiare l’approccio al pensiero.
La grammatica della stampa ci aveva abituati a sovrastimare il valore dell’informazione che avevamo, perché non c’era l’accesso continuo a tutte le informazioni. E bisognava accontentarsi di quelle che si avevano.

Il digitale ci obbliga a passare «dal dato al metodo». Non è più strategico possedere l’informazione, ma saperla trovare, accorpare con altre, costruire analogie che conducano a significati più estesi e a letture della realtà più ampie.

Ma proviamo a fare un passo avanti.

Una delle caratteristiche deve avere il giornalismo moderno, secondo me, è far guadagnare tempo ai lettori gestendo questo processo di costruzione di una big picture, di una visione più ampia, filtrando la complessità. E per questo la curation è sempre più importante.

«La cosa che differenzia un discreto curatore da un grande curatore», scrive oggi Andrew Apostola, «non è la piattaforma che usa, ma l’ampiezza della sua capacità di scoperta».

«La curation», dice, «è 99% ricerca e scoperta e 1% presentazione».

Io, personalmente, credo che questa affermazione abbia le sue ragioni, ma non tutte le ragioni. La qualità della curation (ma anche la qualità della nostra alfabetizzazione di cittadini nel digitale) dipende moltissimo dal nostro sistema di fonti.

Questo perché il pensiero è un processo ed è intuitivo immaginare che se alzi la qualità degli input, aumenta la qualità dell’output.

Ma forse non basta, almeno nel modo in cui io vedo la capacità di essere alfabetizzati per il mondo di oggi.

Con il digitale bisogna saper pensare digitale, rivedere il modo «in cui siamo intelligenti».
E forse, se vuoi, può essere interessante leggere un post di Catalyst House che ragiona proprio su come stia cambiando il concetto di intelligenza.

«L’intelligenza è oggi», potrei sintetizzare, «la capacità di cogliere un quadro generale assimilando informazioni da un grande numero di fonti apparentemente non correlate».

C’è molto da riflettere ancora, ma a me questa definizione piace davvero tanto.
Se vuoi farti un’idea tua, senza fidarti della mia estrema sintesi, qui trovi il pezzo: Big-picture thinking: A new measure of intelligence.

Twitter: @gg

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>