L’intelligenza della città

L’idea delle città intelligenti (smart cities) è un tema sempre più caldo, perchè agisce in modo sensibile su due concetti strategici per il secolo a venire: sviluppo e qualità della vita.

Ed è ovviamente uno dei grandi business del ventunesimo secolo, non a caso giganti come IBM ne hanno fatto uno slogan e una prospettiva commerciale.

Ma è anche una sfida affascinante per chiunque si dedichi a immaginare il futuro, in termini di progettazione e soluzioni.

Così, se ti interessa, condivido -senza alcuna pretesa di costruire un quadro generale- qualche appunto mio e qualche lettura che mi è parsa significativa.

1. Le città sono sempre state intelligenti

In un bellissimo libro, che tuttavia non esiste in ebook (e secondo me è difficile da trovare anche su carta), Steven Johnson racconta come le città tendano ad assumere delle proprie configurazioni anche a prescindere dal modo in cui sono governate.
C’è una forma di intelligenza che emerge dalle semplici attività di cittadini.

«Una città», scrive Steven, «è una sorta di amplificatore di configurazioni: i suoi quartieri sono un modo per quantificare ed esprimere il comportamento ripetuto delle più ampie collettività: catturano informazione relativa al comportamento del gruppo e condividono quella informazione con il gruppo».

Così succede che, «poiché quelle configurazioni sono restituite alla comunità, piccoli cambiamenti del comportamento possono rapidamente trasformarsi in vasti movimenti». E nel cambiamento della città.

E conclude: «Non c’è bisogno che regolamenti e pianificazioni creino deliberatamente queste strutture. Tutto ciò che serve sono alcune migliaia di individui e alcune semplici regole di interazione».
Se vuoi approfondire: La nuova scienza dei sistemi emergenti.

2. La città come computer a cielo aperto

L’Economist ha un bellissimo articolo che parla, tra l’altro, del lavoro di Carlo Ratti (italiano prestato al MIT di Boston), uno dei più noti ricercatori sul tema delle Smart Cities.
Un paio di anni fa parlammo proprio di questo al Festival della Scienza con Carlo (e con Peter Ludlow). La presentazione che fece Carlo fu illuminante.

Il pezzo dell’Economist, tutto da leggere, spiega quale può essere il ruolo della mole di dati che le tecnologie digitali stanno producendo sulle attività cittadine. «Gli smartphone sempre più diffusi e tutti i dispositivi connessi», scrive il settimanale, «stanno trasformando le nostre città in fabbriche di dati».
Leggi tu stesso: Open-air computers.

3. Le città come network più veloci

Tra le varie riflessioni che il pezzo dell’Economist propone, ce n’è una che appare scontata, ma che scontata non è. Ne scrivevamo qualche giorno fa da un altro punto di vista.

La qualità delle interazioni mediate dalla tecnologia non comporta -come molti ancora credono- una riduzione della qualità delle relazioni.

«Le conversazioni elettroniche», scrive l’economist, «possono rinforzare invece di indebolire le relazioni faccia-a-faccia. La comunicazione elettronica, sempre più a buon mercato, può portare a creare delle economie costruite su relazioni più intense, in grado di richiedere molto più contatto».

Ma le comunicazioni con i nuovi strumenti digitali portano intelligenza nell’organizzazione e -soprattutto, a mio modo di vedere- una maggiore circolazione delle idee.
E la ricerca ci dice che quanto più velocemente circolano le idee, tanto più aumenta la capacità di una comunità di creare sviluppo. E c’è anche una correlazione forte tra la quantità di idee in circolazione e la qualità delle idee che una cultura può esprimere.
Se vuoi farti un’idea, puoi partire da qui: The Medici Effect

4. Abbiamo già tutti i bit necessari

Sugli aspetti tecnologici si sta facendo tantissimo lavoro. Per costruirti una prospettiva puoi dare un’occhiata a un post di Boyd Cohen, che propone dei casi esemplari.

Boyd ragiona anche sulla definizione, suggerendo come l’idea di Smart City tenda ad essere ambigua.
«Alcuni», scrive, «riducono il concetto alla fornitura di servizi ai cittadini utilizzando le nuove tecnologie. Io preferisco una definizione più ampia: le città intelligenti usano queste tecnologie per essere più efficienti nell’utilizzo delle proprie risorse, risparmiando sui costi, migliorando i servizi e la qualità della vita».§
Cohen, poi fa degli esempi concreti. Il titolo è: The Top 10 Smart Cities On The Planet.

5. Il vicinato intelligente

C’è un altro post interessante che puoi puoi leggere. È un post in cinque punti. E il primo di questi, quello del vicinato intelligente, è affascinante soprattutto se ricordiamo quello che ha scritto Johnson e di cui abbiamo parlato prima.

«I quartieri sono il microcosmo base della città. Se vuoi rendere intelligente una città, devi partire dal renderla intelligente al livello di quartiere».
Si intitola 5 Ways The Smart City Will Change How We Live In 2012

6. Il cittadino intelligente

In tutte queste sfide affascinanti che si stanno portando avanti, c’è un aspetto che secondo me viene trattato come condizionale, ma che condizionale non è.

Se il punto di partenza è che (nelle città come negli ambienti di rete) sono le dinamiche sociali a determinare le configurazioni, forse non basta innestare semplicemente della tecnologia. Per quanto intelligente.

Magari sbaglio, ma forse potrebbe essere interessante spostare più in profondità il layer di progettazione. Partire dal riconoscere le configurazioni locali, e usare la tecnologia per innestare dei circoli virtuosi.

Ma forse non bisogna concentrarsi solo su hardware e software, perchè l’effetto della tecnologia è quasi sempre derivato dal modo in cui migliaia di persone la usano. E dalla cultura e dalla consapevolezza con cui i nuovi e potenti strumenti sono utilizzati.

Bisogna lavorare molto per esaltare quel livello di intelligenza emergente di cui parlava Johnson. Una delle strade potrebbe essere più culturale che tecnologica: bisogna cominciare a elaborare anche racconti diversi della città.
E qui la responsabilità non può non tornare, per esempio, sui media locali (quelli che costruiscono la cornice sociale e la narrazione) e sulle istituzioni che hanno il compito (e il dovere) di lavorare sulla cultura della contemporaneità.

Va costruita, come diceva anche Luca tempo fa, una visione.

E questo è invece compito dei politici e dei progettisti.

Ma il punto vero, forse, è quello che coglie Aubrey De Grey: «Il futuro e le sue narrazioni, sia scritte che orali, sono creati dalla gente del presente».
E secondo me, mai come oggi, abbiamo bisogno di acceleratori culturali che rendano smart i cittadini mentre proviamo a rendere smart le città.
Ma questo è tutto un altro discorso.

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2 Responses to L’intelligenza della città

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