L’industria delle notizie vecchie

Prendiamola con le molle, perché il punto di partenza del ragionamento è troppo da «titolo di guerra» per essere preso sul serio.

Computerworld pubblica un lungo articolo che riflette su come stia cambiando il consumo di notizie e su cosa implica per i giornali. L’attacco, dicevamo, soffre di gusto esagerato («Il nuovo iPad è una catastrofe per i quotidiani»), ma il resto del pezzo fa un discreto punto della situazione. Con qualche occasione per riflettere.

«Una volta i giornali», scrive Mike Elgan, «erano indispensabili, erano la fonte di ogni tipo di informazione per i cittadini educati». Oggi «questa descrizione non può più essere applicata ai quotidiani. Si applica, invece, a Internet».

Ma Internet è il luogo della specializzazione, non del generalismo. La grammatica della rete prevede che sia il lettore ad andarsi a cercare il meglio da chi lo fa meglio e non il taglio medio da chi taglia medio tutto. «La transizione», continua Elgan, «non è tanto nel passaggio dalla carta al digitale quanto dal fare ogni cosa al fare una cosa bene».

La conclusione di Elgan sfonda una porta aperta: «I giornali di carta sono in crisi perché sono inefficienti». Occorre investire nel digitale e nell’innovazione, ma la cosa non è necessariamente facile. Proprio il rapporto sullo Stato dell’Informazione Americana (di cui avevamo parlato nei post scorsi) ricorda che per ogni 10 dollari di raccolta pubblicitaria che fa la carta, l’online ne fa solo uno. E lo stesso Elgan non si nasconde che il problema vero è come ricollegare il consumo di news con l’idea che bisogna pagare l’informazione.

Personalmente condivido parte dell’analisi (soprattutto l’idea che il concetto di breaking news si stia trasformando) e la previsione di base: «Internet renderà più efficiente l’informazione, con o senza i giornali». Ma leggi tu stesso: The newspaper industry must change, or become yesterday’s news.

Sempre in tema andrebbe letto il pezzo di Eric Alterman che, come tutti in questi mesi, parte dalle «continue e deprimenti statistiche» che una alla volta si susseguono per descrivere il mondo dei quotidiani. Anche qui materiale per riflettere da un altro punto di vista: Think Again: The End of Newspapers and the Decline of Democracy.

Una buona domanda, in prospettiva di medio periodo (l’unica su cui abbia senso ragionare per uscire del declino), viene fuori da un articolo di Peter Preston sull’Observer: «Man mano che i grandi giornali approdano nel cyberspazio, riusciranno a costruire e far durare l’autorevolezza delle loro testate come hanno fatto nei secoli precedenti?».

Il titolo è: Newspapers should be wary of link-ups with digital brands.

Infine, se ti appassioni al tema, leggi questa intervista ad Amy O’Leary, reporter del New York Times, che ragiona saggiamente su sperimentazione e fallimento delle sperimentazioni. La trovi qui: Storytelling Journalism Goes Digital.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>