L’era delle macchine intelligenti

r2d2 In 140 caratteri: «L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni». Cosa ci aspetta?
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Una delle cose utli da fare per non restare indietro è osservare cosa fanno (e di cosa parlano) gli early-adopters o gli innovatori nel mondo anglofono. Anche perché c’è il vantaggio che lì le cose arrivano un paio di anni prima che da noi.

In questi ultimi mesi l’hype riguarda soprattutto diversi aspetti che tenderanno a intersecarsi: intelligenza artificiale, robot e algoritmi. Da questa intersezione nascerà, probabilmente, quella che potremmo azzardarci a chiamare «l’era delle macchine intelligenti».
Che, dicevamo, è più vicina di quanto pensiamo. E pone un sacco di problemi; pratici, etici, legislativi, anche filosofici.

Un po’ di letture stimolanti
Non si tratta di argomenti facili, come spesso accade quando nuove tecnologie restano ancora nel campo da gioco degli innovatori. Le cose, in genere, si semplificano quando sono pronte per il pubblico di massa.
Ma, se ti interessa vedere cosa c’è all’orizzonte, appunto qui qualche link.

La biologia è chimica applicata. Ma pensare “la vita” la rende diversa
Cory Doctorow, sul Guardian, scrive un lungo saggio sui robot. «C’è una vecchia battuta scientifica», dice. «La biologia è solo chimica applicata, la chimica è solo fisica applicata e la fisica è solo matematica applicata». Però, aggiunge, «se è vero che la biologia può essere corettamente definita come “chimica applicata”, il fatto di pensare alle cose vive come cose vive ci cambia l’approccio».
E la domanda che si pone usa la stessa logica per cercare una definizione: «come trattiamo i robot?». Sono macchine, ma la differenza è che hanno un computer dentro. Tuttavia ci sono un sacco di altre questioni, una su tutte: «possiamo separare le “leggi dei robot” dalle “leggi del software” quando un computer controlla direttamente un apparato fisico?».
Studiatelo per bene: Why it is not possible to regulate robots.

Le questioni che vengono dalla fiction e che diventano realtà.
Anche qui, due letture. La prima è un lungo post di George Dvorsky, che ancora una volta fa riferimento alle famose tre leggi della robotica di Asimov. Se ne sta parlando molto (citavamo questo pezzo qualche settimana fa), ma George costruisce uno scenario ampio e interessante.
Come in tutti gli scenari, le domande sono più importanti delle congetture. E l’ultimo paragrafo si intitola in maniera chiara: «Come costruire un’intelligenza artificiale che non ci metta in pericolo?».
Leggi tu stesso: Why Asimov’s Three Laws Of Robotics Can’t Protect Us

Dopo Asimov, un altro grande mito (almeno per me). Cito spesso Crichton, che scrisse: «L’essere umano non è mai stato bravissimo a immaginare le conseguenze delle sue invenzioni».
E c’è un bel post di Mark Eckel, godibile e ricco di riferimenti cinematografici e letterari, che usando proprio Crichton riassume un paio delle più importanti questioni etiche nel nostro rapporto con la tecnologia. A partire da: «Il fatto che possiamo farlo significa che “dobbiamo” farlo?»
Il titolo è: Michael Crichton’s two questions summarize ethics.

Il Presente
Infine due link meno speculativi. Il primo è dell’Harvard Business Review e Colin Lewis lo conclude in maniera ottimistica: «Grazie ai progressi dell’Intelligenza Artificiale, man mano che i robot diventeranno più intelligenti, anche noi diventeremo più intelligenti».
Utile: The Ultimate Productivity Hack Will Be Robot Assistants.

Ed è facile che il primo impatto di queste nuove tecnologie sia davvero sul mondo del lavoro. Laura Montini la vede così: The Future of Your Productivity Is in Artificial Intelligence. (Photo: credits)

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