L’effetto Blogbabel

Ne parlavamo con il dottor Sofi tornando in macchina a 45 all’ora da Urbino a Pesaro,

interrotti solo dai clacson degli automobilisti che ci intimavano di farci da parte. Il Sofi non era granchè d’accordo, ma io ho una convinzione abbastanza solida: come Google

(in scala macro) ha finito per imporre una topografia della rete attraverso il suo algoritmo, così Blogbabel ha in qualche modo imposto dei comportamenti sociali.

Non Blogbabel in sè, ma la presenza e la visibilità della sua classifica.

Il Sor Akille, da par suo, chiude in una sola esercitazione il senso di una discussione

avuta la settimana scorsa: in soldoni, il fantomatico articolo del Corriere Magazine ci dice solo che, alla fine, “nella piazza dei media di massa sono finiti i pettegolezzi del caseggiato.” (*)

Ora, io farei due considerazioni: ho sempre ritenuto le classifiche molto old media e costruite

su dati che ancora non possiamo considerare utili per delle metriche che rispettino la grammatica

della Rete.

Da questo punto di vista, non me ne vogliano i ragazzi di Blogbabel che stanno facendo un bel lavoro (sul resto), la classifica di Blogbabel è-oggi- solo una delle

infinite classifiche possibili, tutte ugualmente lecite e probabilmente tutte diverse. E’ una “opinione”, non un parametro condiviso. E questo andrebbe dichiarato con trasparenza, prima che incauti

giornalisti o blogger o curiosi vi si rapportino come con il Vangelo. Basterebbe un po’ di correttezza scientifica e metodologica: “questa classifica è opinabile”. Il che non è una

cosa brutta: rimane lo sforzo di ricerca e il servizio reso, semplicemente lo si configura per quello che è: uno sforzo di ricerca euristica, che va

raccontato con trasparenza anche nei suoi reali limiti (in attesa di metriche più affidabili).

Il secondo punto è quello che mi sta più a cuore. Ne scrivevo tempo fa:

[...] oltre ad una certa tendenza a “las malas tripas”, stia emergendo una cultura diversa del fare rete. Un approccio molto strumentale alla circolazione dei link

e all’incremento di visibilità, che sostituisce quella che in realtà potrebbe essere una tendenza (persino etica) a provare a fare cose belle insieme. Io, personalmente,

scommetterei che è questo secondo tipo di agire in Rete che ha fatto e fa crescere la rete. E che la ricerca di visibilità e il link farming siano strategie che pagano

solo sulla breve durata. Ma, anche qui, non è detto che io vinca la scommessa.

Questo è quello che io chiamo l’effetto Blogbabel: una tendenza strumentale a fare rete non a livello umano, di idee o di conoscenza, ma a livello macchina, a livello

numero di link. Non è colpa dei ragazzi di Blogbabel, sia chiaro, ma del modo in cui una comunità finisce per cercare i suoi valori intorno ai suoi strumenti

pr leggere la realtà. E va tenuto conto che la blogosfera si comporta come una comunità di pratiche: i nuovi arrivati osservano e assimilano i

comportamenti più diffusi.

La mia sensazione è che non si stia affatto innescando un circolo virtuoso, anzi probabilmente -in Italia- se ne sta interrompendo uno.

Ci sono due dati: l’effetto blogbabel colpisce -fortunatamente- solo un numero irrilevante di persone

(una buona parte di quelli che gravitano nei primi 2-300 della classifica). Ed è una fortuna. Ma queste persone sono quelle che risentono del

preferential attachment, quindi sono quelle hanno maggiore probabilità di imporre

dei modelli di comportamento. E sono inoltre quelli più visibili, che forniscono ai giornalisti l’atmosfera di rete da raccontare.

Il clima che si respira (almeno nel gruppo di cui sopra) non è piacevole. Si litiga per chi ha

più followers su Twitter (pur avendo meno gente nei following, sia chiaro, il prossimo passo sarà l’indice di popolarità di Twitter),

si passano cene a parlare di posizioni in classifica, si molesta il prossimo con la ricerca di visibilità ad ogni costo.

E, soprattutto, si banalizzano -credo- i contenuti dei propri blog, perchè non si scrive più per confrontarsi o raccontarsi, o far circolare

contenuti. E si nota. Il risultato, plausibile, è che alla fine i lettori si allontanino (io ho segato molti feed famosi italiani, recentemente, per sostituirli con blog nuovi pacati e

meno arrivisti e con voglia di provare a dire qualcosa). Se ci facciamo caso, un post scritto per fare link farming può essere solo un post di lecito cazzeggio. Due

sono una tendenza. Il terzo mette in crisi la fiducia del lettore. E spesso si rimane lì iscritti ai feed solo per amicizia (o per non perdere pettegolezzi). E’ la vecchia storia

del payoff a breve che rende impossibile il payoff di lungo periodo.

Quale sia la soluzione o il rimedio, non lo so. Non sono nemmeno sicuro che sia necessario un rimedio, magari è solo l’evoluzione che il

destino sta disponendo per la rete italiana. Però, ecco, io sono dell’idea che “tanto vale dircelo”, tanto vale accettare lo stato delle cose e tanto vale capire che

questo clima si percepepisce in maniera forte. E, quindi, non è il caso di stupirci per il fatto che altri, da fuori la rete, le raccontino così. :)

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