La trappola dell’innovazione

innovazione In 140 caratteri: «L’innovazione in qualche modo cessa di essere una scelta strategica e diventa l’unico modo di stare sul mercato» Tweet this!

A volte capita di scrivere contro i propri interessi.

Negli ultimi 15 anni buona parte del mio reddito è derivata da un’intensa attività di consulenza di direzione, sull’innovazione e sul change management, per progetti di grandi realtà o coraggiose startup.
E ho anche scritto spesso di innovazione, raccontando come sia un processo complesso che è indipendente dall’ambito in cui si applica (che sia, per stare ai settori di cui ho esperienza personale, il food, il turismo, l’editoria, il giornalismo, la progettazione di musei o il farmaceutico).
Ci sono cose che ho scritto tanti anni fa, che però ancora in qualche modo raccontano il mio approccio.

L’innovazione è il nuovo normale
C’è stato un lungo periodo in cui il digitale aveva una sua dimensione in grado di premiare le idee, partendo dal piccolo (come ha sempre sostenuto Schumpeter) per poi industrializzarle su scala più vasta. Oggi invece l’innovazione in qualche modo cessa di essere una scelta strategica e diventa l’unico modo di stare sul mercato.
Il «nuovo normale», se consideriamo il fatto di vivere in un mondo in cui chi pensa a breve termine (e non innova) va presto fuori dai giochi.

Questo, semplicemente, perché i tempi corrono veloci e cambiano ancora più velocemente. Ci sono alcuni settori (probabilmente) che ancora non vedono questa urgenza di accelerazione, ma tendo a credere che l’evoluzione scientifica e tecnologica li toccherà mentre stanno prendendo un caffè. Ovvero quando sarà troppo tardi per reagire.
Le tendenze che stiamo osservando riguardano tutti i nostri lavori: dai magazzinieri a chi lavora nella cultura o nella comunicazione.

La trappola
Diceva Letizia, qualche giorno fa, che appena smetti di studiare e capire quanto veloce cambia il mondo, sei finito. Io cito sempre Bruce Sterling («L’uomo del XXI secolo è destinato a non smettere mai di imparare»), ma il succo è quello. Viviamo in tempi in cui essere conservativi paga solo sul breve periodo.

David Siegel, se vuoi provare ad approfondire ciò che ti sto raccontando, scrive un pezzo illuminante. E dice che l’innovazione non si fa con i consulenti (se rinasco faccio l’idraulico), non va considerata un’opzione da introdurre una tantum, ma va progettata come fattore fondante di un’azienda. È una questione di cultura aziendale, non di attivazione di nuovi processi.
Non siamo più nel XX secolo (ed è lecito dire purtroppo, se la pancia ci spinge alla paura).

Le aziende che hanno un futuro oggi, dice David, sono costruite intorno alla libertà di inventare e innovare. Non trattano l’innovazione come un processo esterno. Hanno costruito la mentalità di ogni impiegato fin dai primi passi del recruitment e dell’organizzazione del lavoro.

C’è da riflettere, sia se sei un imprenditore sia se ti interessa capire come funzionerà il mondo del lavoro nei prossimi anni. Il pezzo racconta della «trappola dell’innovazione».

Il titolo è tosto ed efficace, ma provocatorio per chi sa leggere i contesti: Stop innovating

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One Response to La trappola dell’innovazione

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