La scrittura a mano è (forse) obsoleta

scrivere In 140 caratteri: «La nostra scuola insegna davvero a scrivere?» Tweet this!

Su certi temi, lo sai, io sono di parte.

Da tanto tempo l’unica volta -o quasi- in cui mi capita di usare una penna è quando devo firmare il libretto degli studenti (e non sono nemmeno capace di scrivere bene il nome del corso). Ma già 5 anni fa raccontavo di un saggio che suggeriva un’ipotesi interessante: «la scrittura a mano -la miglior tecnologia che avevamo prima- è «semplicemente troppo lenta per i nostri tempi e le nostre menti».
Se vuoi recuperare il post, è qui: La scrittura a mano è obsoleta.

Sorpassare a destra la nostalgia
Se sei su questa pagina probabilmente sei un bibliofilo, uno cresciuto -come me- a Moleskine e a fascino del pennino. Ma la nostalgia, lo dico spesso, non è una strategia per comprendere i tempi moderni.
Quindi mettila da parte e leggi questo pezzo di Wired, secondo cui la Finlandia abolisce la scrittura a scuola.
Il pezzo l’ho visto girare molto, poi -correttamente- viene pubblicato un update («La redazione di Wired.it si scusa per l’informazione errata contenuta in questo editoriale, frutto di una non corretta interpretazione della notizia che l’aveva ispirata, pubblicata dal sito della BBC»).
E una «notizia che non lo era», direbbe Luca. Ma ci sono due ma. Almeno due.

Il primo «Ma…»
L’articolo contiene diversi spunti interessanti. Il fatto, ad esempio, che scrivere a penna è «una tecnologia gratuita», mentre le tecnologie moderne (tablet, pc, smartphone) costano. O ad esempio l’idea -riportata con eccessiva prudenza- del fatto che insegnare competenze digitali e contemporanee possa essere più spendibile sul mercato del lavoro.

Io sono del parere che sia tempo di mettere davvero il tema in agenda. È vero che ai nostri ragazzi (i giovani, gli studenti) serve avere la capacità di usare penna e carta. È una capacità basica. Ma oggi l’alfabetizzazione ha fatto un gran passo avanti.

E la scrittura si collega a diversi altri strumenti, con regole di distribuzione (e di composizione) molto diverse tra loro.

Prima scrivevamo tutti per la carta, in un modo in qualche maniera normale. Oggi non si può pensare la scrittura prescindendo dal medium, dallo strumento, dalla distribuzione di quel contenuto e persino dal design.
Le nostre scuole insegnano davvero a scrivere?

Il secondo «Ma…»
Dice giustamente Carlo, a proposito del pezzo di Wired: «Bisogna discuterne. Ma è interessante».

Io ti dico la mia: secondo me non è un tema interessante, è un tema urgente. Stiamo preparando i giovani di domani a scrivere per la carta (come abbiamo sempre fatto noi, ma come non faranno mai loro).

Bisogna invece insegnare loro a scrivere per la rete, per la condivisione, per gli algoritmi, per i motori di ricerca. A «scrivere anche per le macchine», come dicevamo a Pescara, perché fa parte della distribuzione della cultura contemporanea.
E se dobbiamo ancora chiederci cosa significhi «scrivere anche per le macchine» vuol dire che abbiamo un problema.

Questo non implica che bisogna dimenticare la tradizione della carta. Anzi. Però, credo, è anche importante importante capire che da sola, la «cultura della carta», non basterà più.

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