La relativa irrilevanza dell’hardware

ciclo di vita dell'hardware In 140 caratteri: «Per usare internet diminuiscono le richieste hardware e questo incide sul mercato» Tweet this!

Sebbene il primo computer (se si può ancora chiamare tale) entrato a casa mia sia stato un Commodore 64 agli inizi degli anni ottanta, il mio primo “vero” PC era una supermacchina per l’epoca: qualcosa tipo 20 Mb di hard disk (l’equivalente del peso di una discreta foto oggi); ma -soprattutto- aveva 986 kb di RAM. Una bomba.

Da allora, legge di Moore a parte, il mercato dell’hardware ci ha abituati a seguire una regola semplice: ogni due o tre anni dovevi cambiare PC (o Mac) per poter supportare le richieste di software sempre più potenti.
L’aggiornamento della «macchina» era persino più rapido per i gamer e per chi si occupava di grafica o di montaggio video.

«Oggi questo ciclo per i PC», spiega Matt Weinberger, «si è allungato in media fino ai 4 o persino ai 6 anni». E la stessa cosa vale più o meno per i tablet e gli smartphone.
Non a caso, per prendere un esempio facile, il «il ciclo di sviluppo degli iphone» (un modello radicalmente nuovo ogni due anni, e uno evoluto nell’anno di intervallo) si sta allungando ai tre anni.

Cosa sta accadendo
Con buona pace di Steve Jobs (che diceva: «se vuoi lavorare seriamente sul software devi farti il tuo hardware») quello che sta cambiando le carte in tavola, secondo Matt, «è molto semplice».

«La gente», argomenta, «è sempre meno interessata all’hardware e al software. Mentre invece concentra l’utilizzo sulle web app e sui servizi web, di cui aziende come Google e Amazon hanno fatto il loro cavallo di battaglia».

«Perché dovresti spendere 800 dollari per comprare l’ultimo iPhone quando su uno smartphone da 200 dollari puoi usare Facebook esattamente nello stesso modo?»

E, come se fosse una conclusione, mette un inciso interessante (che in parte spiega il cambio di strategia che stiamo vedendo nei Grandi Produttori, la “mela morsicata” per prima): «Questo scenario sta mettendo pressione ai costruttori di hardware, in particolare a quelli che contavano su margini operativi ampi, come Apple».

Il ragionamento di Matt è più strutturato della mia sintesi, ma fatti un’idea: Google and Amazon are slowly killing the gadget as we know it

Però questi sono ancora solo sintomi
Al di là delle app, che stano diventando -per esempio- anche un forte canale di distribuzione delle news negli Stati Uniti, c’è un fenomeno di cui il grande pubblico conosce ancora poco ma che -a quanto pare- è destinato a diventare una tendenza importante: i bot, che nascono e vivono dentro e fuori le app.
E sono un prodotto diretto sello sviluppo dell’intelligenza artificiale, che segna il passaggio dell’innovazione dalla parte visibile di Internet verso il motore invisibile che c’è dietro.

I bot potrebbero rivoluzionare molte cose, dal modo in cui ci informiamo al modo in cui prendiamo le nostre decisioni di acquisto, ma anche il branding delle aziende.

Se vuoi saperne qualcosa di più, qui c’è una buona panoramica: How bot-to-bot could soon replace APIs

Oppure, per approfondire: Would you trust a bot? Conversational commerce depends on it

È interessante osservarne anche l’aspetto relazionale: How happy chatbots could become our new best friends

Infine, se ti interessano i principi del design di bot, questa è una lettura che merita: Why chatbots should be more like R2D2 than C3PO, and other lessons for Silicon Valley’s hottest trend

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