La politica della Politica

(Appunti per la chiacchierata di scenario, domani a Pesaro)

Di cosa parliamo.

La politica, in senso politologico, può essere descritta come un sistema. Quindi con una serie di input

(richieste, sostegno, pressioni degli opinion leader e dell’opinione pubblica, ma anche segnali colti dai politici),

un processo di trasformazione (ovvero quella che viene definita “la lotta per la gestione del potere e

il suo esercizio nel bene del paese”) e quindi degli output (le decisioni e le azioni).

Come in tutti i processi, il ciclo è continuo e ogni output torna a generare nuovi input.

In questo modello, da una decina di anni (ma molto negli ultimi due), si è aggiunto un elemento nuovo. Ovvero

un grande spazio pubblico che vive e pulsa attraverso i network digitali.

Una buona domanda per una buona risposta

Sebbene i numeri già siano abbastanza evidenti, non è automatico che il peso di questo spazio pubblico

incida sul processo di trasformazione e quindi sugli output. La rete, come spazio pubblico, è organizzata per

voci personali e piccoli gruppi. Quindi per inserirsi nell’agenda politica paga una complessità ed un

frazionamento che la penalizza.

I contenuti politici sono polverizzati a livello individuo e, molto spesso, in conversazioni

differenti che, pur toccando lo stesso tema, complicano la lettura e il confronto. E rallentano il formarsi di una massa critica

necessaria a spingere verso l’agenda.

La domanda, imho, è: in quali condizioni è accaduto che la Rete abbia messo temi in agenda? E, a cascata: come si può ottimizzare e mettere

a sistema questo processo?

Quando accade oggi è per caso

Ad oggi è successo, anche spesso, che dalla rete si siano messi temi in agenda. A volte grazie al fatto che i network immettono

molte informazioni nella nostra società (si pensi al caso del bullismo), altre volte perchè un tema ha raccolto una massa

critica di consenso (pensiamo al V-Day, anche se è un esempio spurio), altre ancora perchè era un esempio border-line o

perchè si prestava molto ad essere notiziabile (le pecette del rapporto Calipari, il blog con le liste di prescrizione, ecc.).

In tutti i casi, la pressione sull’agenda è avvenuta perchè la rete ha spinto il meme sui media tradizionali o perchè

i media tradizionali ci hanno trovato una notizia.

Questo processo di raccordo tra media tradizionali e network è ancora molto immaturo. Ai network servono strumenti

per rendere più leggibile (immediatamente leggibile in tempi giornalistici) l’aggregazione di consenso. Ai

media tradizionali serve alfabetizzazione per migliorare la comprensione di ciò che entra e vive nello spazio

pubblico. Paradossalmente, questa cosa per i media tradizionali è contenuto forte e non un problema.

Ma è un rapporto destinato ad evolvere. Con la senescenza della classe dirigente e l’arrivo di nuovi leader che

hanno una buona alfabetizzazione digitale, l’equilibrio potrebbe assestarsi su altre basi.

Dal punto di vista del politico

Per un deputato o un senatore, oggi, la rete può essere un buon termometro per osservare l’aumento di temperatura

su determinati temi. Può essere uno strumento per esprimersi in maniera più convincente, parlando con registri

diversi e tagli diversi. Può essere un metodo per capire dove è il consenso e come dirigere il suo mandato

di rappresentanza.

Ma la politica non ha ancora trovato il suo strumento per interagire con la Rete. I blog dei politici non lo sono

di certo. Il monitoraggio del web nemmeno. Anche qui, serve uno strumento in grado di “mostrare” in tempi

compatibili con l’attenzione politica le aggregazioni di consenso.

In assenza di questo strumento il rapporto tra rete e politica sarà sempre mediato (in maniera empirica ed

euristica, come dicevamo) dai media tradizionali.

Serve anche cultura politica, però

Una delle cose che mi sembra siano emerse nell’ultima campagna elettorale è che in Italia non abbiamo

una cultura politica diffusa, e non abbiamo commentatori politici in rete che riescano a costruirsi

una loro autorevolezza. Io adoro la rete, e spingo perchè come spazio pubblico acquisti peso, ma

in questi mesi i migliori commenti politici li ho letti sui giornali. Negli Stati Uniti, ad

esempio, accade il contrario.

Questo perchè la massa critica di voci anglofone è più consistente e quindi il “circolo virtuoso”

di crescita (alla fine siamo una comunità di pratiche e di apprendimento, che vive di esempi positivi)

da noi è più rallentato. E’ una variabile di cui tener conto.

Cosa possiamo fare dunque?

A mio modo di vedere, c’è una sola via per accelerare il processo. Ed è trovare un modo per

far emergere in maniera intuitiva (per i media tradizionali e per la politica) le

aggregazioni di consenso sui diversi temi. Ed è buffo, perchè non è un problema tecnologico,

ma innanzitutto un problema cognitivo e progettuale. Abbiamo tutti i bit necessari per

trovare un ordine, ma non abbiamo ancora seriamente cominciato a cercarlo :)

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