La guerra dei blogger

È un po’ il seguito del ragionamento che facevamo ieri. Ed è forse una delle tendenze che osserveremo nel 2013.

In Italia la strategia dei gruppi editoriali con i blogger è spesso diversa. Oscilla tra la quantità (molti blog di livello incostante per «consolidare il traffico»), e la qualità: pochi ma «firme apprezzate».

Nel mondo anglofono, invece, in cui l’idea di blog autoriale ha un suo peso rilevante, succede che una testata di nome come Discover magazine comincia a perdere i suoi blogger di punta e l’editore si trova costretto a smentire che ci sia aria di crisi.

A contendersi i blogger di Discover (giornalisti scientifici del calibro di Carl Zimmer e Ted Young) sono altri nomi di peso, da Slate a National Geographic.

Non è un problema solo di denaro, ma anche di costruzione di un contesto autorevole intorno a cui aggregare le intelligenze. E oltreoceano stanno cominciando a intuirlo con forza.

Come dicevamo ieri, la via autoriale è probabilmente una delle strade migliori per il giornalismo nei prossimi anni, e non solo per quello scientifico.
È facile immaginare che -man mano che la grammatica di rete tocca il digital first- le firme, sui blog come un tempo sulla carta, avranno sempre più valore. Mentre la produzione di contenuti «da quantità» sarà retribuita sempre meno o quasi zero. O zero.

La storia dei blogger contesi, che è in qualche modo istruttiva, la racconta la Columbia Journalism Review. Con un titolo che la dice lunga e che potremmo tradurre così: Se i blogger volano via.

Twitter: @gg

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